ROMA — La data cerchiata in rosso sul calendario del Nazareno è quella di domani, giovedì 4 gennaio. Il giorno in cui Giorgia Meloni si offrirà al fuoco di fila delle domande dei giornalisti per la conferenza stampa di fine anno. L’occasione giusta, secondo alcuni, per annunciare la candidatura alle Europee, capolista FdI in tutte le circoscrizioni, con l’obiettivo di trainare il voto di lista e provare a pesare di più nelle istituzioni continentali. Un turning point pure per il Pd e, soprattutto, per la sua segretaria.
Alla luce della polarizzazione che si è venuta creando fra le due cape-partito, entrambe ormai ingaggiate in un corpo a corpo d’Aula e di piazza, se la presidente del Consiglio si risolverà a scendere in campo, anche Elly Schlein potrebbe rompere gli indugi e scegliere di imboccare la stessa strada. Riproponendo quel duello, stavolta in chiave sovranazionale, che da quasi un anno anima l’arena politica nazionale. Mossa utile a spezzare le resistenze di un pezzo co…
ROMA — La data cerchiata in rosso sul calendario del Nazareno è quella di domani, giovedì 4 gennaio. Il giorno in cui Giorgia Meloni si offrirà al fuoco di fila delle domande dei giornalisti per la conferenza stampa di fine anno. L’occasione giusta, secondo alcuni, per annunciare la candidatura alle Europee, capolista FdI in tutte le circoscrizioni, con l’obiettivo di trainare il voto di lista e provare a pesare di più nelle istituzioni continentali. Un turning point pure per il Pd e, soprattutto, per la sua segretaria.
Alla luce della polarizzazione che si è venuta creando fra le due cape-partito, entrambe ormai ingaggiate in un corpo a corpo d’Aula e di piazza, se la presidente del Consiglio si risolverà a scendere in campo, anche Elly Schlein potrebbe rompere gli indugi e scegliere di imboccare la stessa strada. Riproponendo quel duello, stavolta in chiave sovranazionale, che da quasi un anno anima l’arena politica nazionale. Mossa utile a spezzare le resistenze di un pezzo consistente del corpaccione dem che nutre forti perplessità — trasversali alle correnti — sulla sua corsa nei cinque collegi peninsulari come mai s’era visto prima, neppure ai tempi di Renzi. A questo punto sollecitata da tutti, tanto dai favorevoli quanto dai contrari, per sbloccare lo stallo che da settimane tiene in ostaggio la partita per Strasburgo: fonte di malumore sia tra chi vorrebbe candidarsi e non ha ancora capito qual è lo schema di gioco, sia tra chi teme i rischi di una gara con la premier che si preannuncia comunque in salita. «La verità è che lei non ha ancora deciso e ci sta facendo accumulare un ritardo che potremmo pagare nelle urne», sibila uno dei papabili a uno scranno europeo. «E se poi Meloni non scioglie subito la riserva, noi che facciamo? Aspettiamo all’infinito, alimentando il clima di confusione e incertezza? Questo nodo va tagliato al più presto», è l’auspicio condiviso dai più: «Il 9 giugno si avvicina e gli altri sono già in campagna elettorale, è il momento di accelerare». Sì, ma il problema è: in quale direzione?
Metropolis/469 - Meloni vs Schlein, Musk vs Prodi: scene due due mondi e due sfide per le Europee
Non è un mistero che i fedelissimi spingano affinché la leader getti il cuore oltre l’ostacolo. Convinti, da Francesco Boccia al coordinatore Igor Taruffi, che solo con lei in cima alle liste il Pd può fare il pieno di voti. Smentire i sondaggi che lo inchiodano sotto al 20% e superare il fatidico 22,7 centrato da Nicola Zingaretti cinque anni fa. D’altronde l’ha già dimostrato, anche alle primarie: quando c’è da combattere, Schlein non ha rivali. E se riuscisse a incassare, com’è probabile, un milione di preferenze, si blinderebbe al Nazareno pure se il risultato dovesse restare al di sotto delle attese. Impedendo oltretutto il sorpasso del M5S a cui Giuseppe Conte lavora alacremente, per poi proporsi lui come federatore del centrosinistra.
Di questo si parla al quartier generale. E di come risolvere un’altra questione non da poco: nessuno dei più vicini alla segretaria — da Marta Bonafoni all’uscente Camilla Laureti — ha la popolarità necessaria per battere i campioni di preferenze acquartierati per lo più fra le fila della minoranza. La delegazione dem all’Europarlamento finirebbe appannaggio dei sostenitori di Stefano Bonaccini, specie i sindaci, pronti a candidarsi in massa: Dario Nardella e Matteo Ricci al Centro, Antonio De Caro al Sud, Giorgio Gori a Nord-Ovest. Una circoscrizione, quest’ultima, dalla quale la sinistra del partito rischia di sparire, visto che Pierfrancesco Majorino si è ormai trasferito al Pirellone e Giuliano Pisapia non intende ripresentarsi. A maggior ragione se si considera che anche le uscenti con maggiore appeal — Pina Picierno, Elisabetta Gualmini, Irene Tinagli — fanno parte della scuderia del governatore emiliano.
È il motivo per cui si fa ogni giorno più insistente il pressing su due big del nuovo corso: Andrea Orlando e Nicola Zingaretti. Ben sapendo che per compensare il gap non basterebbe neppure aprire le liste agli esterni come Chiara Valerio, lo scrittore Maurizio De Giovanni o Cecilia Strada, mentre Roberto Saviano avrebbe già fatto sapere di non essere interessato. Tutti argomenti che potrebbero far pendere la bilancia di Schlein verso un impegno in prima persona.
Dovrà tuttavia fare i conti con i tanti che, dentro il Pd, storcono il naso. Per almeno tre ragioni. Primo: «Non puoi accusare Meloni di essere una donna sola al comando e poi replicarne il modello, correndo in tutte le circoscrizioni. Una deriva plebiscitaria che non è nel nostro dna», spiega un autorevole parlamentare. Secondo: la sua candidatura rischia di cannibalizzare le donne in lista, visto che per il meccanismo dell’alternanza di genere i maschi correrebbero in ticket con lei e le altre farebbero fatica a entrare. Replicano però dal Nazareno: «È un falso problema, con Elly in campo si prenderebbero molti più voti e i seggi aumenterebbero». Terzo e ultimo motivo di ostilità: «Se corri per Bruxelles poi ci devi andare, su questo i nostri elettori sono sensibili. E Conte ha già cominciato a dire che si tratta di una truffa. Ma se ci va il Pd si ritroverebbe con una segretaria che fa la spola tra Italia e Belgio. Insostenibile». Altri argomenti che pesano sulla bilancia. Lasciando il principale partito d’opposizione in mezzo al guado.