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Casse vuote e sacrifici: ora per Meloni la grande paura è sul dopo Europee

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Retroscena. La premier non vuole mettere la faccia su tagli e tasse. Per questo punta a superare il 30% per lanciare la sfida alla Ue
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ROMA — Sei mesi di campagna elettorale da Palazzo Chigi. La certezza, ormai, di candidarsi alle Europee. La consapevolezza che l’unico modo per difendersi dalla crisi economica e conti pubblici fuori posto, che imporrà una dolorosa manovra correttiva già a luglio, è puntare a superare la soglia psicologica del 30% nelle elezioni di primavera. Ecco, Giorgia Meloni progetta esattamente questa strategia, questa trincea: il mio scudo è il massimo consenso possibile, l’unica garanzia per poter decidere a urne chiuse come proseguire dopo il voto per l’Europarlamento.

Bisogna riavvolgere il nastro di qualche settimana, perché silenziosamente molto è cambiato nell’ultimo mese. Ha inciso soprattutto il risultato deludente della trattativa sul Patto …

ROMA — Sei mesi di campagna elettorale da Palazzo Chigi. La certezza, ormai, di candidarsi alle Europee. La consapevolezza che l’unico modo per difendersi dalla crisi economica e conti pubblici fuori posto, che imporrà una dolorosa manovra correttiva già a luglio, è puntare a superare la soglia psicologica del 30% nelle elezioni di primavera. Ecco, Giorgia Meloni progetta esattamente questa strategia, questa trincea: il mio scudo è il massimo consenso possibile, l’unica garanzia per poter decidere a urne chiuse come proseguire dopo il voto per l’Europarlamento.

Bisogna riavvolgere il nastro di qualche settimana, perché silenziosamente molto è cambiato nell’ultimo mese. Ha inciso soprattutto il risultato deludente della trattativa sul Patto di stabilità a Bruxelles. E pesa anche la consapevolezza che lo strappo sul Mes produrrà un irrigidimento di Macron e Scholz. Il risultato è una parziale correzione del paradigma del Presidente del Consiglio, secondo quanto riferiscono gli uomini a lei più vicini.

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Per molti mesi, infatti, Meloni aveva confidato massima fiducia in questo schema: resistere fino alle Europee, garantendosi un percorso tutto in discesa per il resto della legislatura. Adesso invece la posizione della premier è più sfumata: i problemi, è la sensazione, potrebbero continuare dopo il voto. Forse addirittura peggiorare. Di certo, queste riflessioni sono frutto anche del costante confronto con Giancarlo Giorgetti – custode di una linea realista e, numeri alla mano, pessimista – che ricorda in ogni occasione a Palazzo Chigi la necessità di correggere molto presto i conti, a causa dell’alto deficit.

Ecco, forse anche per questo fonti riferiscono di un nuovo approccio di Meloni. Non ha voglia di mettere la faccia su tagli, sacrifici, rinunce. È stanca di dover spiegare leggi di bilancio scarne. Sempre più spesso, riferiscono le stesse fonti, starebbe lamentando la difficoltà di fare politica con casse dello Stato quasi vuote. Il 4 gennaio, in conferenza stampa, ha detto di sperare nella riduzione dei tassi di interesse da parte della Bce, che produrrebbe un risparmio nell’emissione di titoli di Stato e nel finanziamento del debito pubblico. La parabola, però, non sarà veloce abbastanza per i tempi della politica. Da questa consapevolezza deriverebbe un’altra sensazione, sempre più diffusa ai vertici di palazzo Chigi: diversi ministeri si muovono con lentezza, forse proprio a causa della poca benzina messa a disposizione dalle ultime due leggi di bilancio, di certo segnale allarmante per una Presidente del Consiglio altrimenti ancora forte nel gradimento personale dei cittadini.

Sotto questa lente, diventa più chiaro anche il senso delle parole e degli slogan di Meloni davanti ai giornalisti: molta politica, pochi numeri e pochi progetti per il 2024. Tanta politica estera, a partire dalla presidenza del G7 che la porterà in Giappone già a febbraio. Pochissima economia, soprattutto. Incertezza sulla necessità di dover varare una manovra correttiva, ragionamenti vaghi anche sul Patto di stabilità, la cui riforma ha complicato la navigazione del governo. In compenso, Meloni ha annunciato la propria intenzione di candidarsi alle Europee, scegliendo Elly Schlein come avversaria. Aprendo a un confronto tv.

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Ha colpito almeno un paio di volte il Pd sotto la cintura, convinta di poter ampiamente superare il partito del Nazareno nella conta elettorale. E sempre per rafforzare l’immagine di coerenza della sua forza politica, ha scelto la via dell’intransigenza totale verso il suo deputato Emanuele Pozzolo. Ieri si è valutata la possibilità di espellerlo anche dal gruppo parlamentare, poi si sarebbe deciso di sospenderlo dalla compagine di Montecitorio: prima, infatti, si vorrebbe consentire ai probiviri di stabilire la cacciata da Fratelli d’Italia.

E si torna al consenso. La presidente del Consiglio lo cerca su ogni terreno. Pensa che serva a difendersi dai problemi politici che potrebbero esploderle tra le mani: siano essi frutto della competizione con Matteo Salvini o delle presunte oscure manovre per condizionarla, che la premier ha denunciato senza però indicarne l’origine e chiarirne i contorni. Prendere il 30% significa poter scegliere a luglio quanto assecondare l’Europa sul rientro del deficit o quanto invece scegliere la strada dello scontro con Bruxelles. Presentandosi agli italiani fresca di un successo elettorale e libera anche di preservare la propria popolarità, lanciando la battaglia finale contro l’Europa: vogliono che io aumenti le tasse, ma non sono disposta a farlo. O addirittura: piuttosto lo facciano altri.

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