BRUXELLES — «Certo l’assenza di Giorgia Meloni è stata notata». La scena si svolge a Parigi. Funerali di Jacques Delors, uno dei principali costruttori e “architetto” dell’Unione europea. La cerimonia si svolge nel complesso monumentale dell’Hotel des Invalides. Poi il presidente francese organizza per l’occasione un ricevimento.
A dare l’ultimo saluto a Delors arrivano un po’ tutti i capi di Stato e di Governo dell’Ue. Dal presidente della repubblica tedesca, Frank Walter Steinmeier, al capo del governo olandese, Mark Rutte, dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al premier belga De Croo, dal presidente portoghese de Sousa, al presidente del consiglio europeo, Charles Michel, dalla presidente del Parlamento europeo, Roberta Mestola, al capo del governo ungherese, Viktor Orban. L’esecutivo italiano era rappresentato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Hanno presenziato anche Enrico Letta, presidente dell’Istituto Delors, e Romano Prodi. Ma appunto la …
BRUXELLES — «Certo l’assenza di Giorgia Meloni è stata notata». La scena si svolge a Parigi. Funerali di Jacques Delors, uno dei principali costruttori e “architetto” dell’Unione europea. La cerimonia si svolge nel complesso monumentale dell’Hotel des Invalides. Poi il presidente francese organizza per l’occasione un ricevimento.
A dare l’ultimo saluto a Delors arrivano un po’ tutti i capi di Stato e di Governo dell’Ue. Dal presidente della repubblica tedesca, Frank Walter Steinmeier, al capo del governo olandese, Mark Rutte, dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al premier belga De Croo, dal presidente portoghese de Sousa, al presidente del consiglio europeo, Charles Michel, dalla presidente del Parlamento europeo, Roberta Mestola, al capo del governo ungherese, Viktor Orban. L’esecutivo italiano era rappresentato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Hanno presenziato anche Enrico Letta, presidente dell’Istituto Delors, e Romano Prodi. Ma appunto la presidente del consiglio non era presente. Una mancanza che è stata rimarcata ed evidenziata da due fattori: la partecipazione — «sentita», raccontano alcuni — del sovranista Orban e la eco delle riflessioni critiche che si sono svolte dentro il Ppe, il Partito Popolare europea, dopo le dichiarazioni rilasciate da Meloni sulla possibile collaborazione con Marine Le Pen e la disponibilità a votare Ursula von der Leyen per un eventuale secondo mandato al vertice di Palazzo Berlaymont.
L’immagine del leader magiaro in piedi davanti al feretro di Delors mentre risuonava l’Inno alla Gioia — ossia l’inno europeo — ha colpito molti dei presenti. Che automaticamente hanno fatto il paragone con Giorgia Meloni. Il senso delle parole pronunciate da alcuni dei rappresentanti non italiani era chiaro: perfino lui c’è, lei invece non è venuta. Nel successivo pranzo offerto da Macron all’Eliseo, poi, Orban, seduto accanto a Steinmeier, si è sperticato in lodi nei confronti dei Delors riconoscendogli una funzione centrale nel percorso di adesione dell’Ungheria all’Ue. È possibile che questo “ammorbidimento europeista” fosse connesso al prossimo consiglio europeo straordinario che si terrà il primo febbraio e che dovrà approvare il Bilancio dell’Unione bloccato a dicembre proprio da Budapest. O anche perché da luglio toccherà all’Ungheria il semestre di presidenza dell’Ue. Sta di fatto che il confronto tra quello che in teoria sarebbe il sovranista acerrimo nemico dell’Unione e la leader della destra italiana è stato sottolineato con sorpresa.
Tra l’altro le affermazioni compiute dalla presidente del Consiglio in occasione della conferenza stampa di “inizio anno” hanno lasciato di stucco il Ppe, ossia il partito che nelle intenzioni iniziali sarebbe dovuto diventare il suo principale interlocutore e dei Conservatori dell’Ecr. In particolare non è stata gradita la possibilità di una collaborazione con il Rassemblement National di Marine Le Pen. Formazione che milita nel gruppo europeo di Identità e Democrazia. Quello di estrema destra di cui fa parte anche la Lega di Matteo Salvini. Sostanzialmente il ragionamento che viene svolto si basa sulla contraddizione tra il voto a Von der Leyen e il feeling con Le Pen. È vero che Meloni ha preso le distanze dai tedeschi di Afd, considerati a Bruxelles la vera linea rossa da non superare. Ma le posizioni assunte anche di recente dal Rassemblement National non sono poi così distanti da quelle sostenute dall’estrema destra di Germania.
In queste valutazioni, poi, pesa ancora il “no” al Mes, nuovamente rivendicato da Palazzo Chigi. Il voto parlamentare che non ha fatto entrare in vigore la riforma del Meccanismo di Stabilità rappresenta una ferita aperta per i popolari. Compresi i tedeschi che adesso sono all’opposizione di Scholz a Berlino. Perché la Cdu su questo punto non ragiona in termini di politica interna, ma di tenuta del sistema economico e bancario nella speranza o nella consapevolezza che nel 2025 potrebbero essere loro a governare la Germania. E anche in quest’ottica concessioni alla destra, sia pur quella francese, non sono certo apprezzate.