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Europee, patti traditi e il timore del flop. L’incubo di Salvini con Meloni in campo

Giorgia Meloni e Matteo Salvini

 

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L’apertura a candidarsi da parte della premier ha gelato il suo vice che ora deve decidere cosa fare. Il rischio per il leghista che anche Zaia sia della partita
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ROMA — La Sardegna c’entra nulla, o quasi. La battaglia di Matteo Salvini per l’isola è in realtà una storia di sopravvivenza politica. Il leghista si impunta su un’elezione locale — in una Regione di medio peso — per reagire a un duello, sotterraneo e durissimo, ingaggiato con Giorgia Meloni. Che va avanti da giorni tra colpi bassi, presunti patti traditi, silenzi rabbiosi e mediazioni fallite. Con un detonatore, riferiscono fonti del Carroccio e confermano meloniani di rango: l’annuncio della presidente del Consiglio di voler correre alle prossime Europee.

È in quel passaggio consegnato ai cronisti nella conferenza stampa dello scorso 4 gennaio che lo scontro è finito fuori controllo. Il vicepremier, raccontano, non credeva che Meloni volesse davvero scendere in campo per l’Europarlamento. Secondo la versione che circola nel Carroccio, aveva addirittura in tasca un patto di massima con la diretta interessata: io mi candido, tu eviti e schieri i ministri di FdI. In questo modo, …

ROMA — La Sardegna c’entra nulla, o quasi. La battaglia di Matteo Salvini per l’isola è in realtà una storia di sopravvivenza politica. Il leghista si impunta su un’elezione locale — in una Regione di medio peso — per reagire a un duello, sotterraneo e durissimo, ingaggiato con Giorgia Meloni. Che va avanti da giorni tra colpi bassi, presunti patti traditi, silenzi rabbiosi e mediazioni fallite. Con un detonatore, riferiscono fonti del Carroccio e confermano meloniani di rango: l’annuncio della presidente del Consiglio di voler correre alle prossime Europee.

È in quel passaggio consegnato ai cronisti nella conferenza stampa dello scorso 4 gennaio che lo scontro è finito fuori controllo. Il vicepremier, raccontano, non credeva che Meloni volesse davvero scendere in campo per l’Europarlamento. Secondo la versione che circola nel Carroccio, aveva addirittura in tasca un patto di massima con la diretta interessata: io mi candido, tu eviti e schieri i ministri di FdI. In questo modo, Palazzo Chigi avrebbe blindato la leadership del ministro delle Infrastrutture, assai indebolita dai malumori interni. E stabilizzato l’esecutivo. Meloni, invece, si è esposta. A tal punto che nella sede del governo già si preparano a sei mesi di campagna elettorale. Un colpo durissimo, per Salvini. Che lo ha mandato su tutte le furie.

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La spiegazione è aritmetica, oltreché politica: Salvini vive il passaggio elettorale di giugno consapevole dei rischi pesanti che comporta. Nel 2019 fu l’uomo d’Europa, con uno strabiliante 34,3%. Fu l’inizio del declino, in realtà. In ogni caso quella percentuale, quella vetta toccata cinque anni fa è un paragone destinato a pesare. Ha bisogno di superare almeno la soglia psicologica del 10%, ma i sondaggi non sono dei migliori. Sta cercando di conquistare alla causa ras locali in giro per l’Italia, uomini capaci di portare preferenze in dote. Sogna il generale Roberto Vannacci in lista.

Ecco, la candidatura di Meloni rovina i suoi piani. E la postilla della premier — «comunque decideremo assieme a Salvini e Tajani se correre» — non lo rassicura. Se non si presenta alle Europee da capolista, rischia di penalizzare la Lega e di indebolire ulteriormente la propria leadership. Se invece scende in campo in competizione con Meloni, può fermarsi a un terzo del consenso dell’alleata: un incubo dagli effetti imprevedibili.

Ma c’è di più, a rendere angosciante il duello. C’è la competizione tutta interna alla Lega. Anche in questo, è stata Meloni a far saltare — quanto volontariamente lo dirà soltanto la storia — equilibri già delicati. Quando in conferenza stampa la leader si è espressa sull’opzione di un terzo mandato, ha tenuto a specificare che non sarà comunque il governo a intervenire. Delegare il dossier al Parlamento significa però mettere Salvini in una posizione scomoda con Luca Zaia, al quale aveva promesso di fare il massimo per garantirgli altri cinque anni alla guida del Veneto. Questa incertezza potrebbe spingere il governatore uscente a candidarsi alle Europee. Una mossa che, almeno nel Nord Est, può mettere in imbarazzo il segretario del Carroccio: Zaia potrebbe scavalcare il suo leader, fare il pieno di preferenze, legittimarsi come alternativa alla guida del partito.

Un nefasto effetto a catena: ecco quello che Salvini prova a evitare. In un contesto interno già agitato. Almeno un paio di assessori regionali veneti del Carroccio sono sul punto di strappare con la leadership nazionale, a causa di una linea sovranista giudicata poco ragionevole. Senza trascurare il fatto che la galassia produttiva in Veneto e Lombardia ha lamentato negli ultimi mesi la scarsa capacità della Lega di incidere a Roma con misure a favore delle imprese. Salvini deve gestire questo malumore. E nel frattempo guardarsi dalla “concorrenza” di Meloni e di Zaia.

Per questo, il vicepremier ha scelto la difesa a oltranza del governatore uscente sardo Christian Solinas. Un nome considerato più che fragile nel quartier generale di Fratelli d’Italia. Addirittura a rischio sconfitta. Ma sostenuto dal segretario della Lega solo per reagire al doppio schiaffo subito da Meloni.

Come non bastasse, anche Forza Italia vive giorni di agitazione. In un’intervista alla Stampa, Antonio Tajani ha suggerito ai due leader alleati di evitare la candidatura. Correre presenta per il vicepremier azzurro più rischi che opportunità. Un risultato negativo farebbe barcollare la sua guida. E però, la competizione tra Salvini e Meloni potrebbe costringerlo a schierarsi. Un fattore di potenziale instabilità del governo. Che però non sembra preoccupare la presidente del Consiglio. Il suo obiettivo, da qualche settimana, sembra diventato quello di lanciare l’assalto a quota 30%, costi quel che costi. Per rafforzare la sua posizione e decidere poi dopo le Europee come continuare, quale strada percorrere. E, soprattutto, se mettere la faccia su un’austerità imposta dai parametri europei. A cui chi siede a Palazzo Chigi non può sottrarsi.

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