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Meloni chiama Salvini: vediamoci. Ma è scontro aperto sulle Regionali

(ansa)

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Telefonata tra i due leader del centrodestra, resta la spaccatura sulla Sardegna a una settimana dal deposito dei simboli. E dopo la fuga in avanti del leghista sulle Europee, Lollobrigida avverte: “Giorgia ha le mani libere”
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ROMA — «Vediamoci, va trovata una soluzione». Alla fine il “contatto” Meloni-Salvini c’è stato. Non di persona, ma via telefono. Sia la premier che il suo vice leghista sembrano consapevoli che non c’è altro modo per risolvere il tetris delle regionali (e delle Europee), che negli ultimi giorni è diventato un gioco d’incastri più complicato del previsto. Serve un faccia a faccia. Già ieri mattina diversi esponenti del Carroccio davano per scontato un primo abboccamento tra i due leader, che alla fine c’è stato. Anche se tutt’altro che risolutivo. Di temi di cui discutere, solo negli ultimi giorni, se ne sono affastellati diversi. Il primo, il più urgente, sono le Regionali in Sardegna: lunedì vanno presentati i simboli e non c’è ancora un candidato governatore che unisca il centrodestra. Poi ci sono le elezioni di giugno per Bruxelles. Un dossier che Meloni avrebbe voluto affrontare più avanti, dopo un confronto proprio con Salvini e con l’altro vice-premier, il forzista Antonio Tajan…

ROMA — «Vediamoci, va trovata una soluzione». Alla fine il “contatto” Meloni-Salvini c’è stato. Non di persona, ma via telefono. Sia la premier che il suo vice leghista sembrano consapevoli che non c’è altro modo per risolvere il tetris delle regionali (e delle Europee), che negli ultimi giorni è diventato un gioco d’incastri più complicato del previsto. Serve un faccia a faccia. Già ieri mattina diversi esponenti del Carroccio davano per scontato un primo abboccamento tra i due leader, che alla fine c’è stato. Anche se tutt’altro che risolutivo. Di temi di cui discutere, solo negli ultimi giorni, se ne sono affastellati diversi. Il primo, il più urgente, sono le Regionali in Sardegna: lunedì vanno presentati i simboli e non c’è ancora un candidato governatore che unisca il centrodestra. Poi ci sono le elezioni di giugno per Bruxelles. Un dossier che Meloni avrebbe voluto affrontare più avanti, dopo un confronto proprio con Salvini e con l’altro vice-premier, il forzista Antonio Tajani. Ma il capo della Lega l’altro ieri, di sera, in tv, ha tagliato la testa al toro: non mi candido, gli altri leader decidano per conto loro.

Una mossa che ha spiazzato l’entourage della presidente del Consiglio. Che a questo punto deciderà da sola, come faceva intuire ieri pomeriggio il ministro Francesco Lollobrigida, da un divanetto del Transatlantico: «Giorgia ha solo proposto un confronto, ma non è mica obbligatorio: ha le mani libere e le ha sempre avute». Insomma, «Giorgia» farà da sé, senza concertare più di tanto, a questo punto. Racconta più di un habitué di via della Scrofa che la premier non abbia cambiato idea. Cioè che sia intenzionata a candidarsi. Anche se l’annuncio, a questo punto, potrebbe slittare ai primi di marzo. Certo, c’è un rischio, che dentro FdI stanno calcolando: l’eventualità che con Meloni capolista in tutte le circoscrizioni FdI vada perfino «troppo bene». Ovvero che oltre a scavallare il 30%, che resta l’obiettivo di fondo, possa fagocitare i junior partner della coalizione, creando ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo. Poco sembrano impensieriti, invece, diversi colonnelli di FdI, dalla candidatura ormai solleticata anche in pubblico da Salvini del generale Roberto Vannacci. Nella Lega c’è chi pensa che il militare del “Mondo al contrario” possa rivelarsi un volano addirittura di 2-3 punti percentuali. Ma chi in Fratelli d’Italia ha pratica con le preferenze, un mestieraccio, è decisamente meno convinto che “l’effetto Vannacci” si traduca in automatico in praterie di voti. Anzi. Si vedrà.

Prima delle Europee però va trovata la famosa quadra sulle Regionali. A partire dalla Sardegna. Alle due e mezza di ieri pomeriggio una nota ufficiale della Lega ha ribadito che la candidatura del Carroccio resta quella del governatore uscente, Christian Solinas. Tempo mezz’ora e Giovanni Donzelli, dopo un lungo faccia a faccia con Meloni a Palazzo Chigi, ha confermato invece che per FdI il nome rimane quello di Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari, iper-meloniano, che ha raccolto il placet del grosso della coalizione locale. Dentro FdI sono convinti che alla fine la Lega dovrà accettare il cambio di cavallo. Anche a costo di perdere l’unica regione del Sud in quota Salvini. E con l’incognita del Veneto, dove Luca Zaia vorrebbe correre per il terzo mandato, che FdI, al netto delle parole distensive di Meloni in conferenza stampa, non sembra orientata a concedere.

Con questa chiave di lettura, cioè di un Salvini messo all’angolo, in FdI interpretano le ultime sortite del vice-premier leghista. La sua non candidatura alle Europee. La difesa di Solinas in Sardegna. Addirittura le parole al miele (c’è «accanimento») per Chiara Ferragni, che la premier aveva preso di mira ad Atreju e non solo. Il clima è talmente concitato, in queste ore, che nel Carroccio c’è addirittura chi prefigura questo scenario: se in Sardegna il Pd riuscirà - ma è difficile - a ricomporre la frattura con Renato Soru, la Lega potrebbe più agilmente strappare con FdI e correre in solitaria. Per mandare un segnale alla premier: da sola non vinci. E se ragioni soltanto da leader di partito e non di coalizione, allora anche gli altri faranno altrettanto.

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