Europee, leader in corsa? I sondaggisti: “Conviene più a Meloni che non a Schlein”
di Stefano BaldoliniA sei mesi circa alle Europee di giugno, Giorgia Meloni e Elly Schlein sono alle prese con il dilemma se candidarsi in prima persona o meno. Con la premier tentata, per dare una spallata alla sua coalizione. Con la segretaria dem indecisa, e consigliata di lasciar perdere dal padre nobile Romano Prodi: "Candidarsi dove tu sai che non andrai, svilisce la democrazia. La destra lo può fare, ma non un partito riformista e democratico".
Ma quanto vale la discesa in campo delle leader? Quanto è importante che si candidino? È consigliabile per l’una e per l’altra? E c’è un effetto di traino reciproco nella prima sfida tra candidate donne?
Per il sondaggista Antonio Noto, sono “situazioni differenti perché sono elettorati differenti”. Quello del Pd, più “ideologico” e “non apprezza le candidature di bandiera”. “Si vive come comunità” – come dice Prodi – più che come partito personale o del leader”. “Nel Pd c’è un effetto Schlein più mitigato”, dunque.
Mentre “il marchio Meloni è molto più for…
A sei mesi circa alle Europee di giugno, Giorgia Meloni e Elly Schlein sono alle prese con il dilemma se candidarsi in prima persona o meno. Con la premier tentata, per dare una spallata alla sua coalizione. Con la segretaria dem indecisa, e consigliata di lasciar perdere dal padre nobile Romano Prodi: "Candidarsi dove tu sai che non andrai, svilisce la democrazia. La destra lo può fare, ma non un partito riformista e democratico".
Ma quanto vale la discesa in campo delle leader? Quanto è importante che si candidino? È consigliabile per l’una e per l’altra? E c’è un effetto di traino reciproco nella prima sfida tra candidate donne?
Per il sondaggista Antonio Noto, sono “situazioni differenti perché sono elettorati differenti”. Quello del Pd, più “ideologico” e “non apprezza le candidature di bandiera”. “Si vive come comunità” – come dice Prodi – più che come partito personale o del leader”. “Nel Pd c’è un effetto Schlein più mitigato”, dunque.
Mentre “il marchio Meloni è molto più forte del marchio Fratelli d’Italia. La fiducia nella premier è trasversale, non solo degli elettori di destra, che peraltro alle scorse politiche hanno contato solo per l’8 per cento sul 26 complessivo”. Dunque, indipendentemente se va a Strasburgo o meno, la leader di FdI “verrebbe premiata e candidarsi sarebbe l’unico modo per superare la soglia del 26%”. Noto vede anche un aspetto “tattico”: ossia “da candidata-premier, Meloni potrebbe almeno nelle ultime settimane fare campagna elettorale nei territori”.
Secondo Alessandra Ghisleri, Euromedia Research "quando hai un candidato leader hai la possibilità di costituire un richiamo molto forte, come faceva Silvio Berlusconi. Sia quando andò – due volte, ndr – che quando non andò al Parlamento europeo. Si tratta di dare un imprinting al partito e alla campagna elettorale, in un momento in cui la classe dirigente di FdI è debole e accusata di prestare il fianco alle critiche”. Ma non solo. “Per Meloni significa anche dare uno schiaffo importante agli altri due leader della maggioranza che non si candidano, come dire: il centrodestra sono io”.
Mentre per Schlein “è più complicato perché deve dimostrare, anche per motivi interni al Pd, di essere più forte di Giuseppe Conte, che pur non presentandosi, è fonte di competizione”. Perché “è vero che l’ascesa della segretaria dem è un richiamo forte per gli elettori 5 stelle, con una sovrapposizione dei temi”. Insomma, in questo senso la candidatura di Schlein “è più sfidante”. In quanto al traino che le due eventuali discese in campo possono generare, “dipende molto dall’impostazione della campagna elettorale – se si cercherà di marcare il genere in queste Europee; se ci sarà effettivamente un confronto tra le due; da come reagiranno gli altri competitor anche all’esterno dei due poli principali”.
Parte dai numeri Roberto Weber. “Dai dati dei sondaggi che raccogliamo – afferma il fondatore di Swg – emergono inequivocabilmente due diversi perimetri di ascolto. Uno legato a Schlein, molto limitato. Si tratta di un bacino ristretto e diviso, con il centrosinistra dove giocano un ruolo anche i 5 stelle. Di conseguenza il valore aggiunto della segretaria dem è limitato”. E l’altro perimetro, “più ampio, ma non di moltissimo, di Meloni. Che però è trainante il centrodestra, considerato che la Lega sotto Firenze non esiste”.
Per spiegare quando la forza di una leadership anche locale può incidere su una campagna nazionale, Weber ricorda un episodio delle Politiche del 2006. “Quando ci chiamarono Prodi, Fassino e Rutelli per capire se decidere se schierare per il Senato nelle regioni in bilico come Piemonte, Lazio, Campania e Puglia gli allora governatori. Poi non se ne fece niente perché Rutelli, allora leader della Margherita, si oppose. E il Senato finì per essere decisivo e in altalena per pochi voti”. “Si trattava di consensi molto alti, come quello di Bassolino e Mercedes Bresso che potevano aumentare il vantaggio di un punto, un punto e mezzo”, aggiunge Weber.
Altri numeri oggi che portano Weber a bocciare la candidatura di Schlein: “Non glielo consiglierei”. “Anche perché, – continua – dal punto di vista comunicativo non c’è partita. Il duello finisce 6-0 6-0 per Meloni”.