Blitz leghista sull’Autonomia ma resta il nodo dei costi. Ultime resistenze dentro FdI
di Giovanna CasadioROMA — A ciascuno il suo scalpo elettorale. Se Giorgia Meloni avrà i primi passi della riforma del premierato da sventolare alle europee, Matteo Salvini potrà esibire l’autonomia differenziata. Il premierato corre veloce nella commissione del Senato, dove domani parte la discussione generale. Ma per l’autonomia alla Lega è riuscito il blitz: domani si comincia a votare nell’aula di Palazzo Madama, e tra 24, massimo 48 ore, visti i tempi contingentati, il federalismo “à la carte” vedrà il primo e importante via libera. Per Roberto Calderoli, il ministro leghista, è la dimostrazione di essere riuscito nella sua impresa da caterpillar, la definizione di sé che ama di più. Prima del 9 giugno l’autonomia potrà essere legge con l’ok anche della Camera.
Ma ci sono macigni che incombono. Perché il braccio di ferro tra leghisti e meloniani non è affatto concluso. Domani mattina il vertice di maggioranza dovrà trovare la quadra su autonomia e riforma costituzionale del premierato. Nel testo usc…
ROMA — A ciascuno il suo scalpo elettorale. Se Giorgia Meloni avrà i primi passi della riforma del premierato da sventolare alle europee, Matteo Salvini potrà esibire l’autonomia differenziata. Il premierato corre veloce nella commissione del Senato, dove domani parte la discussione generale. Ma per l’autonomia alla Lega è riuscito il blitz: domani si comincia a votare nell’aula di Palazzo Madama, e tra 24, massimo 48 ore, visti i tempi contingentati, il federalismo “à la carte” vedrà il primo e importante via libera. Per Roberto Calderoli, il ministro leghista, è la dimostrazione di essere riuscito nella sua impresa da caterpillar, la definizione di sé che ama di più. Prima del 9 giugno l’autonomia potrà essere legge con l’ok anche della Camera.
Ma ci sono macigni che incombono. Perché il braccio di ferro tra leghisti e meloniani non è affatto concluso. Domani mattina il vertice di maggioranza dovrà trovare la quadra su autonomia e riforma costituzionale del premierato. Nel testo uscito dalla commissione - su pressing di FdI - è stato inserito che prima viene l’unità nazionale, la coesione, e poi la devoluzione alle Regioni delle materie che queste chiederanno di gestire da sé. Prima insomma si fanno i Lep, i livelli essenziali di prestazione, e poi si devolve. Meloni su questo si è messa di traverso: non solo diversi ritocchi sono stati portati all’autonomia in commissione, c’è anche una modifica che verrà presentata domani in aula. È uno dei pochissimi emendamenti della maggioranza, firmato dai meloniani Andrea De Priamo, Marco Lisei e Domenica Spinelli. Dice, all’incirca, che se risorse sono trasferite alle Regioni che hanno chiesto la devoluzione di alcune materie, ebbene «sono contestualmente incrementate le risorse volte ad assicurare medesimi livelli essenziali delle prestazioni sull’intero territorio nazionale al fine di scongiurare disparità di trattamento tra le Regioni». Con quali soldi non si sa, né quanto dovrebbero essere capienti le casse dello Stato.
Dalle opposizioni lanciano l’allarme. Si preparano alle barricate denunciando la contabilità impossibile dei Lep e la diseguaglianza che come un buco nero divorerà le parti d’Italia più svantaggiate, a partire dal Sud. Il Pd, il M5S, Avs e i renziani hanno presentato circa 400 emendamenti. Riunione domattina per concordare la strategia. Annuncia il dem Andrea Giorgis che le opposizioni si muoveranno insieme chiedendo di accantonare la proposta di autonomia: «Prima si fissino i Lep». Tanto per chiarire. I Lep obbligano lo Stato a garantire a tutti i cittadini italiani, da Crotone a Padova, i livelli accettabili di servizio, così da dare uguali diritti sociali e civili.
La riforma leghista sancisce che le Regioni possano chiedere l’autonomia su 23 materie: lo prevede il secondo comma dell’articolo 116 della Costituzione. Per alcune, senza i Lep non si può procedere. È stabilita in numeri e percentuali per abitanti la soglia di servizi al di sotto della quale non si può andare, ad esempio il tempo pieno nelle scuole, la dotazione di materiale sanitario in un ospedale, il servizio trasporto dei disabili. Assicura il presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, il meloniano Alberto Balboni: «Siamo noi i primi a dire: prima i Lep oppure non se ne fa niente». Va da sé che per ottenere gli stessi servizi in qualsiasi luogo del Paese, bisogna metterci i soldi. Ma di risorse appunto non si parla.
Da Bankitalia a Svimez, dall’ufficio parlamentare di Bilancio a Confindustria nel corso degli 8 mesi di esame in commissione dell’autonomia, è stato questo il mantra: ci vuole una previsione di stanziamenti. Il comitato per i Lep, presieduto da Sabino Cassese, proprio sulle risorse ha avuto il suo calvario. Si sono dimessi dal comitato Luciano Violante e Anna Finocchiaro, quindi Giuliano Amato, Franco Bassanini, Franco Gallo e Alessandro Pajno. Alcuni hanno motivato l’addio proprio con il rebus risorse. Svimez aveva quantificato tra gli 80 e i 100 miliardi gli stanziamenti necessari per i Lep. Però la Lega ha fretta di portare a casa il risultato del federalismo sempre inseguito. Oggi nel consiglio federale in via Bellerio si parlerà proprio dell’ultimo miglio dell’autonomia, oltre che del difficile puzzle delle regionali. Una fretta che passa sopra anche alle sciatterie. Si sarebbe dovuto aggiornare l’elenco delle materie da devolvere, evitando di lasciare «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia». Almeno togliere nazionale. Se è da regionalizzare.