ROMA — Un giorno Nordio, il giorno dopo Pinelli. La giustizia in balia della destra. Ma stavolta il gioco si ferma subito. Perché di mezzo c’è Mattarella che finirebbe accusato di non aver visto, o di aver visto e taciuto, un sistematico debordare del Csm oltre i confini costituzionali. L’ipotesi vive per sei ore. Tanto tempo corre tra l’affondo dell’avvocato leghista Fabio Pinelli per limitare i poteri del Csm di cui è vice presidente e la sua smentita. Perché sopra di lui c’è, e c’era con chi l’ha preceduto a partire dal 2015, il Capo dello Stato. E quando Pinelli, in un’affollata conferenza stampa per vantare la sua gestione, dichiara che «il Consiglio non è una terza Camera e ha deragliato dalla sua funzione costituzionale» tremano i vetri del Quirinale.
Pinelli ce l’ha con il Csm di David Ermini funestato dai fatti di Palamara e dell’hotel Champagne. Inequivoche le sue parole. «Il Csm ha perso la funzione che gli aveva assegnato la Costituzione». E ancora: «In questa consiliatura abbiamo fatto un lavoro straordinario, ma in quelle precedenti il Consiglio ha perso la funzione che aveva originariamente. Spostandosi verso un’attività politica impropria». Gli ex del precedente Csm sono basiti. Ecco, assieme, Ciccio Zaccaro di Area e Loredana Miccichè di Magistratura indipendente dire che il loro Csm “ha subito e ha resistito ai tentativi di condizionamento della politica”.
Dal Colle non giunge un fiato. Ma è “un silenzio che urla”. Dopo due ore ecco le prime voci che parlano di “un necessario ravvedimento verbale”. Che arriva alle 19 e dieci minuti. Una marcia indietro in piena regola. Che frena le reazioni furibonde all’interno dello stesso Csm dove 13 su 18 togati (tranne sei del gruppo di Mi) hanno già firmato una lettera di netta contestazione. E mentre i sette laici di centrodestra sono infastiditi “per un’improvvida uscita di Pinelli che si poteva evitare”, destinata peraltro a svelare l’obiettivo di eliminare il Csm come la “casa” delle toghe.
Pinelli nega di aver detto che «il Consiglio abbia in passato tradito il proprio mandato costituzionale, cosa che sarebbe stata impedita dall’intervento del presidente della Repubblica, che non ha mai consentito o autorizzato una funzione dell’organo che fosse diversa da quella che la Costituzione gli ha assegnato». Pinelli lo ha detto e non può negarlo, ma rispondendo imbarazzato alla raffica di domande che gli chiedevano conto se, prima di farle, avesse messo al corrente Mattarella delle sue affermazioni oppure se lo stesse accusando di negligenza. Un presidente come Mattarella che, come ha affermato anche ieri mattina incontrando al Quirinale i vincitori del Corso Sna di formazione dirigenziale, ricorda come “la Costituzione chiede a tutti coloro cui sono affidate pubbliche funzioni di agire con disciplina e onore”. Mai e poi mai un presidente così avrebbe potuto chiudere un occhio rispetto al manifesto “debordare” del Csm che adesso Pinelli denuncia palesando una manifesta violazione della carta costituzionale.
Ma ormai Pinelli la frittata l’ha fatta e si arrampica sugli specchi per smentire se stesso. Ne esce malconcio anche se cerca di rabbonire anche il furibondo Ermini che, una dichiarazione dopo l’altra, si autodefinisce “arrabbiatissimo” perché “nel nostro Consiglio la politica non è mai entrata e non so se tutti possono dire la stessa cosa”. E c’è da presupporre, conoscendo il suo modo di interagire con il Quirinale, che prima di parlare abbia a sua volta interloquito col Colle, com’era abituato a fare quando era in carica, dicendolo anche apertamente anche prima di un’intervista.
Partita chiusa? Nemmeno per sogno. Quando gli raccontano la storia, il presidente dell’Anm Santalucia inserisce subito il caso nell’ordine del giorno del “parlamentino” che si terrà domenica. L’uscita di Pinelli allarma il Pd e l’ex Guardasigilli Andrea Orlando, esterrefatto dalle parole “brutte, sorprendentemente brutte” di Pinelli ovviamente contro Mattarella.