Veltroni: “Democrazie sotto assedio nel mondo. Il premierato di Meloni è una riforma sbagliata”
di Stefano CappelliniWalter Veltroni
«In Italia siamo specialisti nel parlare d’altro». Sostiene Walter Veltroni che il nostro dibattito pubblico ha la capacità di non concentrarsi mai sui grandi temi da cui dipendono il futuro del Paese e dell’Europa e, per l’ex sindaco di Roma e segretario del Pd, non ci sono dubbi su quale sia il tema in cima alla lista: «Il dramma di questo tempo storico – spiega a Repubblica – è la crisi della democrazia. Si dà per scontato un bene che non lo è più. La democrazia è una eccezione nella storia dell’umanità, una conquista dolorosa e faticosa, figlia di una stagione di lotte per la libertà, di trasformazioni e di crescita della ricchezza. Oggi è sotto assedio».
Come e dove la democrazia rischia di finire in archivio?
«Secondo i rapporti internazionali, già ora il 37 per cento della popolazione mondiale vive in una condizione di autoritarismo. Non si può non vedere che il segno dell’epoca è dato da queste forme di apparente democrazia, le cosiddette democrature. Paesi in cui si vota…
«In Italia siamo specialisti nel parlare d’altro». Sostiene Walter Veltroni che il nostro dibattito pubblico ha la capacità di non concentrarsi mai sui grandi temi da cui dipendono il futuro del Paese e dell’Europa e, per l’ex sindaco di Roma e segretario del Pd, non ci sono dubbi su quale sia il tema in cima alla lista: «Il dramma di questo tempo storico – spiega a Repubblica – è la crisi della democrazia. Si dà per scontato un bene che non lo è più. La democrazia è una eccezione nella storia dell’umanità, una conquista dolorosa e faticosa, figlia di una stagione di lotte per la libertà, di trasformazioni e di crescita della ricchezza. Oggi è sotto assedio».
Come e dove la democrazia rischia di finire in archivio?
«Secondo i rapporti internazionali, già ora il 37 per cento della popolazione mondiale vive in una condizione di autoritarismo. Non si può non vedere che il segno dell’epoca è dato da queste forme di apparente democrazia, le cosiddette democrature. Paesi in cui si vota ma si assiste a una riduzione del potere nelle mani di un singolo, come in Russia. Nel 2024 sono previste elezioni importanti. Al termine dell’anno potremmo avere un equilibrio politico sconvolto».
Teme la vittoria di Donald Trump alle presidenziali Usa?
«Trump considera una vendetta il suo ritorno alla Casa Bianca, vuole allentare il suo impegno verso l’Europa fino a mettere in discussione il ruolo degli Usa nella Nato, si propone di abbandonare l’Ucraina al suo destino e di mettere in atto la più grande deportazione di migranti mai vista. Cosa ne è dell’Europa in un mondo dove gli Usa si ritraggono e si chiudono in se stessi? Trump, Bolsonaro, Milei. Non per caso tutta gente che non accetta o, nel caso di Milei non avrebbe accettato, un esito elettorale diverso dalla propria vittoria. Una forma di sovversivismo delle classi dirigenti».
C’è chi considera la vittoria di Trump decisiva per la pace nei teatri di guerra. Anche a sinistra.
«Purtroppo esiste un populismo di sinistra, definizione che considero in sé un ossimoro. Se vince Trump, la guerra in Ucraina finisce sì, ma con la vittoria dell’invasione di Putin. Ci sarà meno determinazione contro Hamas e Netanyahu avrà più mano libera di quanta ne abbia oggi».
Qual è il motore sociale di questa ascesa mondiale dell’ultradestra?
«Il rivoluzionamento delle classi, la natura fluida dei processi sociali, il potere sulle nostre vite delle grandi società tecnologiche e digitali. È come se questa gigantesca rivoluzione, che ha accresciuto la diseguaglianza, sotto la sua denominazione grottesca di “social” abbia reciso tutte le reti di relazioni e costretto ciascuno in una condizione di solitudine. Se sei solo, è molto più facile che tu sia esposto alla crisi della verità. La realtà non è più fattuale. E con l’intelligenza artificiale lo vedremo ancora di più. Si tratta di una rivoluzione che ha cambiato la vita delle persone, il modo di ragionare, il rapporto con l’altro da sé. Cose profonde, che rimandano a mutamenti perfino antropologici. L’altra grande desaparecida del dibattito pubblico è la demografia. Quali sono gli effetti sistemici, in primo luogo sul welfare, che ha l’andamento demografico dell’Europa e dell’Italia in particolare? Secondo l’Istat, nel giro di venti anni il 37,5 degli italiani vivrà da solo e a me è tornata in mente una frase di Foucault: la solitudine è la condizione prima della sottomissione».
Lei ha citato esempi politici di oltre Oceano, ma l’ultradestra è in grande ascesa in quasi tutta Europa.
«In Spagna e Polonia le forze democratiche che governano dopo le elezioni fronteggiano la non accettazione dell’esito da parte degli avversari. I neonazisti tedeschi si riuniscono nel luogo dove furono stabiliti i protocolli della deportazione degli ebrei per parlare di rimpatrio di massa degli immigrati. Le tante persone di sinistra, ma anche di centrodestra, che hanno a cuore la democrazia non possono accettare che questo sia il futuro del continente».
I tedeschi dell’Afd sono alleati della Lega a Strasburgo e i polacchi del Pis sono nello stesso partito europeo presieduto da Giorgia Meloni. La destra italiana pare parte rilevante del problema.
«Nei confronti della nostra destra sono possibili due atteggiamenti: il primo è la tendenza a delegittimarla, e io lo considero un errore. L’Italia non ha alcun interesse a consegnare milioni di elettori alla deriva più estrema e all’antieuropeismo. L’altro è sfidarla affinché faccia scelte nette con l’obiettivo di spostare tutti, nessuno escluso, da posizioni che civettano con l’estremismo a posizioni che lo condannino».
Meloni non ha speso una parola nemmeno davanti a mille persone che facevano il saluto romano nel cuore della Capitale.
«C’è stato un cammino della destra italiana, da Fiuggi in poi, che non può essere invertito. Sbaglia Meloni se in lei prevale l’idea di non avere nemici a destra. La destra non può volere i voti di chi fa, nel 2024, il saluto romano».
La seconda carica dello Stato si rifiuta di definirsi antifascista. Forse non è solo una questione di calcoli elettorali.
«Ci sono parole che devono essere pronunciate quando si è giurata fedeltà alla Costituzione che nasce dall’antifascismo. Non dovrebbe essere difficile. Apprezzo che La Russa sia andato al Binario 21, ma non si può mai dimenticare che il saluto romano era il gesto di chi mandava, insieme ai nazisti occupanti, gli ebrei nei campi di concentramento».
Resta che, da Trump a Orbàn, esiste una Internazionale sovranista con molti tratti comuni.
«Nessuna delle grandi questioni attuali può essere risolta sul piano nazionale. Quando il Papa dice che c’è una terza guerra mondiale a pezzetti, ha ragione. L’estensione dei conflitti diventerà incontrollabile se nei singoli Stati prevarranno i fautori di un potere dominato da una persona e che mette ai margini tutti quei contrappesi di cui vive una democrazia: la magistratura, le banche centrali, i giornali».
La riforma costituzionale lanciata dal governo per l’elezione diretta del presidente del Consiglio è fondata proprio sulla mitologia del prescelto dal popolo.
«Su questa riforma ho, da osservatore, una riserva di metodo che per me è quasi più importante del merito. Quando si tocca in profondità la Costituzione non si può fare a colpi di maggioranza, né parlamentare né popolare. Non può esserci spazio per una operazione di tipo demagogico. In più questa riforma non è una soluzione equilibrata, soprattutto perché prevede una forte riduzione dei poteri del capo dello Stato, che invece è e deve restare per tutti una garanzia».
Come dovrebbe reagire l’opposizione?
«Serve una risposta di innovazione, non di conservazione. La democrazia deve essere trasparente e capace di decidere se vuole vivere in questo nuovo secolo. Se si facesse un lavoro insieme, per esempio in direzione di un cancellierato, si rafforzerebbero i poteri del premier ma in un contesto di equilibrio. E se contemporaneamente si definisse una legge elettorale che risponda ai dettati della Corte costituzionale, come un sistema francese a doppio turno, si potrebbe fronteggiare la crisi sicura della partecipazione».
Tra pochi mesi si vota per le Europee e la discussione, al momento, è se i leader di governo e di partito, Meloni e Schlein in testa, debbano o no essere in lista.
«Io invece parlerei di astensionismo, interessa a qualcuno? Nel 1976 in Italia alle Politiche votò il 93,4 per cento degli aventi diritto, nel 2022 il 63,8. Dodici milioni di elettori hanno scelto il centrodestra ma 17 milioni non hanno votato. Il non voto è il primo partito, mai era successo nella storia italiana. Guardi anche il voto nelle città: quando un cittadino non sceglie nemmeno chi deve determinare così da vicino la qualità della sua vita, siamo a un punto di non ritorno. Si chiama crisi della democrazia. Il valore più importante di cui disponiamo».