Politica

Meloni-Erdogan, il patto sulla Libia: “Fermare le partenze”

Turkish President Recep Tayyip Erdogan and Italian Prime Minister, Giorgia Meloni, during their meeting in Istanbul, Turkey, 20 January 2024.
ANSA/CHIGI PALACE PRESS OFFICE/FILIPPO ATTILI
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Turkish President Recep Tayyip Erdogan and Italian Prime Minister, Giorgia Meloni, during their meeting in Istanbul, Turkey, 20 January 2024. ANSA/CHIGI PALACE PRESS OFFICE/FILIPPO ATTILI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++ NPK +++ 
Lungo colloquio col presidente e cena al palazzo del Sultano. Si parla anche dell’ingresso della Turchia nell’Ue. Fredda la premier
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Istanbul —Sotto le volte del Gran Bazar di Istanbul l’applaudono come una diva. I turchi, almeno quelli che si destreggiano tra baracchini di tappeti, ceramiche e Louis Vuitton false, non si ricordano di quando la premier italiana, all’epoca solo leader di FdI, diceva ai quattro venti: “No ad Ankara nella Ue”. Anche Giorgia Meloni fa finta di non ricordarselo, nella sua prima, blindatissima, visita ufficiale nella città del Bosforo, ospite del “sultano” Recep Tayyip Erdogan. Visita complicata, ma cominciata col relax: atterraggio in tarda mattinata, poi quasi due ore a spasso per il Bazar, con sosta in una bottega di gioielli e in negozi di lampade e tappeti, poi kebab per pranzo da “Havuzlu”, ristorante dalle atmosfere ottomane. In serata, il bilaterale. Niente dichiarazioni congiunte col presidente turco, però. Nemmeno un punto stampa coi giornalisti. Dunque niente domande, compresa quella sulle sue vecchie dichiarazioni. Risposte che la premier, evidentemente, non voleva dare.

Perché dalla trasferta turca, Meloni porta a casa la sponda di Erdogan sulla Libia, per contenere gli arrivi dei migranti. Secondo gli analisti del governo, infatti, gli sbarchi dalla Tunisia sarebbero in calo, negli ultimissimi mesi (anche se siamo a gennaio, spostamenti ai minimi), mentre sono ripresi quelli dalle coste libiche. Per Meloni è un campanello d’allarme, anche perché nel suo primo anno di governo gli sbarchi sono esplosi, anziché diminuire (+49,47% sul 2022, anche se dalla Turchia sono calati del 56%). Cercasi aiuto da Erdogan, allora. Il faccia a faccia di ieri sera, con cena a seguire, due ore tra le tende damascate di palazzo Vahdettin, mette il turbo a un’intesa che verrà siglata nei prossimi mesi dai ministeri degli Esteri italiano e turco, con le autorità della Tripolitania. Il patto, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe vedere la luce entro l’estate, periodo caldo per gli sbarchi. E sarà firmato in Libia, anche col governo di unità nazionale. La Farnesina è già al lavoro. Un testo chiuso non c’è. Ma l’Italia potrebbe fornire mezzi e formazione alla Guardia costiera libica. L’obiettivo di medio termine poi è una pacificazione della Libia, con elezioni libere. Anche se, ammesso che ci si arrivi, toccherà prima procedere a tappe.

L’altro aspetto spigoloso di questa visita è l’ingresso di Ankara nell’Ue. La Turchia da anni spinge per l’adesione. E adesso per riaprire una discussione sul tema. Meloni da premier non può certamente ripetere quanto diceva quando era a capo di un piccolo partito di opposizione. E fa sfoggio di realpolitik. Dunque per il governo italiano oggi è importante creare un rapporto costruttivo con la Turchia, intensificare gli interscambi commerciali che valgono 25 miliardi. Anche tramite Leonardo: i droni italiani potrebbero essere equipaggiati con missili leggeri o razzi guidati come il sistema Cirit della turca Roketsan. Ma Palazzo Chigi sembra comunque intenzionato a muoversi nel solco della “comunicazione congiunta” rilasciata a inizio novembre dalla Commissione Ue e dell’Alto Rappresentante Josep Borrell. Un dossier che sarà affrontato nei prossimi consigli europei, forse già in quello di febbraio. Insomma, il massimo che Meloni può concedere al “sultano” è di sostenere gli sforzi dell’Ue per migliorare il dialogo politico con Ankara. Ma l’adesione all’Unione non è all’ordine del giorno. Parole che però non possono essere pronunciate “in chiaro” dalla premier, se poi si chiede a Erdogan di dare una mano sui migranti e giocare da “garante” in Tripolitania, dove l’influenza turca è consolidata. Da quanto trapela da Chigi infatti, il rapporto con l’Ue è stato affrontato solo come uno “scambio di idee”.

Anche sul Medio Oriente restano differenze marcate. Particolare interessante: proprio a ridosso del faccia a faccia Meloni-Erdogan, l’agenzia di Stato turca, Anadolu, ha rilanciato le parole pronunciate 24 ore prima dalla segretaria del Pd Elly Schlein sulla “necessità” di evitare di inviare armi a Israele. Erdogan, è noto, ha paragonato Hitler al premier israeliano Netanyahu. Per il governo italiano invece va certamente evitata l’escalation, ma la premessa (non condivisa dal presidente turco) è che gli attentati del 7 ottobre hanno rappresentato una violenza inqualificabile. Insomma le divergenze rimangono. Non a caso c’è decisamente poca enfasi nel resoconto che filtra da fonti italiane, secondo cui la guerra a Gaza sarebbe stata discussa quasi en passant, “nel confronto sui temi globali”, anche alla luce della presidenza del G7 che ora ricade su Meloni. Decisamente più articolato invece il passaggio sul conflitto in Ucraina: Meloni ha fatto sapere di avere ringraziato Erdogan per la mediazione per rilanciare l’accordo sull’export di grano tra Mosca e Kiev.

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