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Autonomia, il dossier: ecco la riforma targata Lega, una frattura tra Nord e Sud

(ansa)
Tempi stretti per una riforma che subito prevede maggiori risorse per le Regioni: avranno più autonomia senza alcuna garanzia di riequilibrio per i servizi essenziali. Scomparsi gli investimenti per restringere il divario Nord-Sud
3 minuti di lettura

Dal percorso parlamentare alle materie su cui verranno stravolte le competenze, dallo scoglio dei Lep – i livelli essenziali di prestazioni – alle risorse in ballo. Ecco cosa c’è dietro alla riforma dell’autonomia voluta dalla Lega e sostenuta dalla maggioranza guidata da Giorgia Meloni.

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Tempi brevi alle Camere, no alla doppia lettura

L’autonomia differenziata voluta dal governo Meloni e fortemente sostenuta dalla Lega prevede tempi brevi. Non si tratta di una legge costituzionale, quindi non è necessaria la doppia lettura. Votata oggi al Senato, potrebbe passare alla Camera già tra febbraio e marzo con un iter accelerato dovuti ai numeri forti della maggioranza nelle commissioni e anche in aula, come accaduto per altro a Palazzo Madama.

L’unico “paletto” se così si può definire sono i 24 mesi di tempi che ha il governo per fissare i Livell…

Dal percorso parlamentare alle materie su cui verranno stravolte le competenze, dallo scoglio dei Lep – i livelli essenziali di prestazioni – alle risorse in ballo. Ecco cosa c’è dietro alla riforma dell’autonomia voluta dalla Lega e sostenuta dalla maggioranza guidata da Giorgia Meloni.

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Tempi brevi alle Camere, no alla doppia lettura

L’autonomia differenziata voluta dal governo Meloni e fortemente sostenuta dalla Lega prevede tempi brevi. Non si tratta di una legge costituzionale, quindi non è necessaria la doppia lettura. Votata oggi al Senato, potrebbe passare alla Camera già tra febbraio e marzo con un iter accelerato dovuti ai numeri forti della maggioranza nelle commissioni e anche in aula, come accaduto per altro a Palazzo Madama.

L’unico “paletto” se così si può definire sono i 24 mesi di tempi che ha il governo per fissare i Livelli essenziali delle prestazioni con relative copertura finanziaria. Dopo questo passaggio, i tempi saranno ancora più celeri: la procedura per l’intesa fra lo Stato e la Regione che chiederà l’autonomia dovrà durare 5 mesi, ma inclusi i 60 giorni concessi alle Camere per l’esame delle richieste. Le intese potranno durare fino a 10 anni e poi essere rinnovate.

Sanità, giustizia, trasporti: ora si cambia sui territori

Sono 23 le materie che potranno essere gestite in autonomia dalle Regioni, ma per 15 di queste come stabilito dalla commissione guidata da Sabino Cassese si dovranno avere certezze sulla fissazione del Lep. Tra le materie che potranno gestire le Regioni ci sono «organizzazione della giustizia di pace; norme generali sull’istruzione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali».

Equiparare le prestazioni: decreti entro due anni

Il vero tema, e il grande timore soprattutto delle Regioni meridionali, è che con questa riforma si cristallizzi l’enorme divario che esiste già oggi nei servizi essenziali rispetto al Nord: soprattutto su scuola, sanità, trasporti, solo per citare i tre principali settori coinvolti dalla legge Calderoli. Un timore che è una certezza considerando che la legge in votazione oggi al Senato non prevede alcun investimento per ridurre questi divari. Uno degli elementi di trattativa interna alla maggioranza è stata quella di prendere almeno tempo: così è passata la proposta di FdI di una legge delega «per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (Lep)». Il governo entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, dovrà varare «uno o più decreti legislativi» per stabilire livelli e importi per raggiungerli nelle regioni sotto soglia.

Così lo Stato perderà nove milioni di Irpef e Iva

Il ministro Calderoli ha sempre detto che questa è una riforma a costo zero. Ma non è così. L’Autonomia differenziata prevede anche la possibilità, da parte delle stesse regioni, di trattenere il gettito fiscale legato alle erogazioni dei servizi per l’utilizzo di quelle risorse sul proprio territorio. Svimez ha condotto un esercizio di quantificazione dell’impatto sulle finanze pubbliche. Solo il gettito Irpef e Iva che sarebbe trattenuto dalle tre regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna pronte all’intesa risulterebbe pari a circa il 30% gettito del gettito nazionale: una cifra intorno ai 9 miliardi di euro. Il rischio concreto è che il meccanismo di finanziamento basato su quote di compartecipazione dei tributi riscossi sul territorio possa determinare un extra-finanziamento per le regioni ad autonomia differenziata. E lo Stato perderebbe qualsiasi leva per garantire servizi nelle altre aree del Paese.

Pronte a dire sì tre Regioni, le città chiedono poteri

Già dal 2017 attraverso referendum consultivi e iniziative delle giunte regionali tre Regioni chiedono maggiore autonomia e di poter gestire più materie in base alla riforma dell’articolo 116 della Costituzione. Pronte a chiedere intese su questo fronte sono Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna: le prime due oggi guidate da governatori della Lega, la terza governata da un esponente del Partito democratico. Ma nel frattempo, anche in base a un passaggio del ddl Calderoli che apre a più competenze alle città, pure i sindaci chiedono più poteri: «Sull’autonomia differenziata — ha detto proprio ieri il sindaco di Milano Beppe Sala — il mio giudizio rimane sempre quello che ho espresso dall’inizio: è sbagliato dare spazio e più potere e più autonomia e più soldi solo alle Regioni. Le città in questo momento sono assolutamente importanti. Se si vuole dare l’autonomia, dev’essere autonomia vera a chi governa i territori».

Già prosciugato il fondo per aiutare il Mezzogiorno

Il progetto dell’autonomia differenziata, che ha ricevuto una grande accelerazione con il governo di “destracentro” di Giorgia Meloni, è iniziato già nel 2009 con il governo Berlusconi ma è con l’esecutivo Conte II che è stata varata la prima legge quadro sull’autonomia: legge che prevedeva solo poche materie da cedere alle Regioni (trasporto pubblico locale, sanità, scuola e assistenza) e nell’attesa di definire i Livelli essenziali delle prestazioni era stato creato un fondo cosiddetto “perequativo”. Un fondo da 4,6 miliardi per investire nelle regioni che non hanno servizi minimi, in gran parte al Sud chiaramente. Un passaggio economico e anche politico per riequilibrare gli evidenti effetti dell’autonomia. Nella manovra di bilancio appena approvata dalla maggioranza, la stessa che sta accelerando sull’autonomia, il fondo è stato prosciugato.

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