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Formigli: “Non amano il dissenso. Idea autoritaria dell’informazione”

Corrado Formigli 
Il conduttore di Piazzapulita: “Meloni non riconosce il ruolo terzo della stampa: se una testata la critica, vuol dire che appartiene a un’opposta fazione”
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ROMA — «Giorgia Meloni non sopporta le critiche né il dissenso. Ha una concezione autoritaria dell’informazione. La sua idea è quella della comunicazione diretta tra il premier possibilmente eletto dal popolo e il popolo stesso, qualunque intermediazione le dà fastidio». Corrado Formigli, anche lui bersaglio della fatwa di Fratelli d’Italia, non è affatto stupito dell’attacco a Repubblica.

Perché non è meravigliato?

«Tendenzialmente noto che la premier e il suo partito hanno difficoltà a riconoscerne il ruolo terzo della stampa, se la stampa critica: se lo fa, vuol dire che appartiene a una opposta fazione politica. Mi vuoi criticare? Candidati e vediamo chi prende più voti, è il ragionamento».

O con me o contro di me?

«Faticano ad accettare che chi esprime delle opinioni in dissenso lo faccia perché esercita non soltanto un diritto protetto dalla Costituzione, ma una professione, quella del giornalista. Il ruolo di interlocutore indipendente non è concepito. Se critichi sei un avvers…

ROMA — «Giorgia Meloni non sopporta le critiche né il dissenso. Ha una concezione autoritaria dell’informazione. La sua idea è quella della comunicazione diretta tra il premier possibilmente eletto dal popolo e il popolo stesso, qualunque intermediazione le dà fastidio». Corrado Formigli, anche lui bersaglio della fatwa di Fratelli d’Italia, non è affatto stupito dell’attacco a Repubblica.

Perché non è meravigliato?

«Tendenzialmente noto che la premier e il suo partito hanno difficoltà a riconoscerne il ruolo terzo della stampa, se la stampa critica: se lo fa, vuol dire che appartiene a una opposta fazione politica. Mi vuoi criticare? Candidati e vediamo chi prende più voti, è il ragionamento».

O con me o contro di me?

«Faticano ad accettare che chi esprime delle opinioni in dissenso lo faccia perché esercita non soltanto un diritto protetto dalla Costituzione, ma una professione, quella del giornalista. Il ruolo di interlocutore indipendente non è concepito. Se critichi sei un avversario politico. Questa è la loro concezione».

Il frontale contro Repubblica viaggia in questo solco?

«Premetto: io non condivido la strategia di Stellantis sull’auto. Questa è una critica che si può fare. Ma l’idea che trovare una notizia — in questo caso l’intenzione del governo di privatizzare alcune quote delle aziende di Stato — dipenda dalla scelta dell’editore, o peggio, che un giornalista non possa darla perché chi pubblica il quotidiano non è coerente con quella notizia, è un’idea autoritaria dell’informazione. Una presidente del Consiglio deve rispondere se sia vera o falsa, non fare l’esame del sangue al proprietario del giornale. Il tema non è l’editore, è la libertà di informare. Sennò siamo alla barbarie, all’autocrazia. Ma dove pensano di essere? In Ungheria?».

È un’intimidazione incompatibile con la democrazia?

«La democrazia è una cosa seria. Meloni ha preso un sacco di voti e ha diritto a governare. Ma proprio perché il potere di un premier è incommensurabilmente superiore a quello di chiunque altro, ha il dovere di sottoporsi al rito democratico delle domande. Non puoi sottrarti».

La tesi è: certa stampa è faziosa, perciò va evitata.

«Lei ha sempre avuto un rapporto bellicoso con la stampa, non è l’unica. Ce l’aveva Renzi e pure Berlusconi. Ma ora sta andando oltre. Sono anni che non solo rifiuta di venire a Piazzapulita, ma lo vieta anche all’ultimo consigliere dell’ultimo comune italiano, come se fossero marionette incapaci di decidere per conto loro. Per cui ci troviamo con gente che lo farebbe volentieri, ma si trova bloccata dall’editto. Ma che roba è? Gli eletti dal popolo non hanno nemmeno la libertà di partecipare a un programma? È un partito o una caserma? L’Italia è un Paese democratico o una barzelletta sotto il profilo dell’informazione?».

Si è dato una spiegazione?

«Forse non ci vuole avvantaggiare con la sua presenza, pensa che se viene fa un favore a Formigli e non ai tanti cittadini che magari non l’hanno votata ma comunque se la ritrovano come premier e vorrebbero che rispondesse alle domande anche di chi non le stende i tappeti rossi davanti. Va solo dove non esistono».

In un anno e mezzo ha accettato due inviti: da Vespa e da Porro.

«Appunto, luoghi dove non si fanno domande sulle questioni che possono metterla in difficoltà, cosa che può constatare chiunque li abbia visti. E lo dico con dispiacere perché parlo di colleghi che le domande le saprebbero fare, ma che evidentemente evitano perché sanno che altrimenti lei non ci va oppure non ci torna».

Forse ha paura del confronto? Di misurarsi con il dissenso?

«Ma noi vogliamo fare solo il nostro mestiere, non tendere agguati. Di fronte a una presidente del Consiglio che dice: a voi non rispondo, neanche per strada, e non ci concede il microfono neppure in conferenza stampa, come possiamo chiederle conto delle bugie che eventualmente racconta? Vogliamo parlare dell’accordo con l’Albania? Del Pil italiano che cresce più della media europea e non è vero? Dei poteri del Quirinale che secondo lei non sono intaccati dalla riforma sul premierato? Qualcuno gliele può fare queste domande o devono essere solo Vespa e Porro a non fargliele?».

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