Repubblica ha la faccia tosta” suggerisce la velina. “Repubblica ha la faccia come il c...” è il raffinato miglioramento di Alessandro Sallusti nel suo editoriale sul Giornale. “La Repubblica attacca ancora il premier” comincia una nota, sia pure meno gridata, del quotidiano “Libero”, praticamente uguale a “la Repubblica torna ad attaccare Giorgia Meloni”, che era l’incipit della stessa velina redatta per la premier dall’Ufficio Informazione del fido Fazzolari, “il mio genio”, “il mio Rasputin”.
E un suo fascino questo Fazzolari ce l’ha davvero, probabilmente quello dei siciliani piccoli e “sperti” che nella sua Messina sia il Pitré sia Camilleri distinguono dai siciliani alti e minchioni. Spertu lo è sicuramente, anche quando, improvvisamente arrossato di rabbia, dice «meglio perdere che perdersi». Perciò ha imposto la velina come una “spirtizza” appunto, vale a dire - spiegherebbe Montalbano - come un’astuzia che è pure una bravata. E la velina fa infatti pendant con i video autopro…
Repubblica ha la faccia tosta” suggerisce la velina. “Repubblica ha la faccia come il c...” è il raffinato miglioramento di Alessandro Sallusti nel suo editoriale sul Giornale. “La Repubblica attacca ancora il premier” comincia una nota, sia pure meno gridata, del quotidiano “Libero”, praticamente uguale a “la Repubblica torna ad attaccare Giorgia Meloni”, che era l’incipit della stessa velina redatta per la premier dall’Ufficio Informazione del fido Fazzolari, “il mio genio”, “il mio Rasputin”.
E un suo fascino questo Fazzolari ce l’ha davvero, probabilmente quello dei siciliani piccoli e “sperti” che nella sua Messina sia il Pitré sia Camilleri distinguono dai siciliani alti e minchioni. Spertu lo è sicuramente, anche quando, improvvisamente arrossato di rabbia, dice «meglio perdere che perdersi». Perciò ha imposto la velina come una “spirtizza” appunto, vale a dire - spiegherebbe Montalbano - come un’astuzia che è pure una bravata. E la velina fa infatti pendant con i video autoprodotti con cui Giorgia Meloni evita le conferenze stampa. Ma nei video si esibisce, mentre nella velina si nasconde. Il video diventa un po’ il “balcone” dal quale si affaccia con spavalderia, mentre nella “velina” si rifugia e si rinchiude con codardia.
Quando, nel 1932, nacque la parola, “veline” erano gli ordini ai giornali, smistati su carta velina: «Non parlare mai della Francia», «non occuparsi mai delle code», «non raccontare, nelle cronache, che Sua Eccellenza ha ballato a Belluno». È ovvio che oggi Giorgia Meloni non dia ordini ai suoi giornalisti-direttori come fosse un duce, o una “ducetta” come l’alleggerisce Dagospia.
Offre però “spunti”, così li chiama, con queste note quotidiane, “Mattinale ore 11”, che alle vecchie veline sono liberamente ispirate. Ecco uno spunto: «Molinari tratta con guanti di velluto tutto ciò che riguarda gli interessi del proprio editore». E Alessandro Sallusti, ancora una volta, l’indomani mattina prende questo spunto e lo migliora sul suo giornale: «Molinari è sospettato di usare il giornale come una clava per difendere gli interessi del suo editore John Elkann».
Le veline, che sono scritte dall’ufficio di Fazzolari, sono liberamente ispirate anche alle “verità” che venivano confezionate dai partiti nei lunghi anni del potere democristiano. Vittorio Orefice, il giornalista con il papillon, con la sua velina televisiva fu per 50 anni “il cantore del Palazzo”, “il trombettiere della Dc”. E c’erano anche le veline rosse nel Paese dove la verità era lottizzata. Insomma, quella del giornalista d’appartenenza era, e speriamo che non stia tornando ad essere, un´esistenza disciplinata e militante: lo zelo del propagandista come parte stessa della professione.
Ho in mano una velina di qualche settimana fa, che un collega di destra mi ha girato. Dunque, mentre tutta l’Italia si interrogava sulla pistola del deputato Pozzolo che a Capodanno aveva ferito il genero del caposcorta del deputato Delmastro, la velina di Fazzolari “suggeriva” di dedicarsi di più al giudice Degni, il consigliere della Corte dei Conti che purtroppo con un suo sbracato commento social contro il governo, davvero sembrava il magistrato fazioso che la destra si inventa per screditare tutti i magistrati. Ma in prima pagina contano le proporzioni che mostrano e nascondono. Difatti, in sintonia con la velina, Sallusti scelse Degni: «È più pericoloso il giudice militante del deputato di Fdi». E così Libero a tutta pagina: «Lo scandalo della toga Rossa». E Il Tempo si chiedeva nell’editoriale: «Quanti Degni popolano la giustizia?».
Nulla di male, in apparenza. Ma sintonizzarsi con una velina, ricevere e trasmettere una velina, è disinformazione, è velina fuori dalla metafora, non più solo un modo di dire. Ripartiamo allora da Fazzolari: «Sono imbarazzanti il quotidiano del gruppo Gedi e la sinistra che per decenni hanno attaccato importanti organi di informazione dipingendoli come inattendibili solo perché di proprietà della famiglia Berlusconi. Oggi invece si scandalizzano se qualcuno ricorda a chi corrisponde la proprietà di Repubblica».
Come si vede, qui la velina di Fazzolari la butta in caciara, perché frulla il conflitto di interessi, gli toglie la politica, non dice che Berlusconi era il fondatore di un partito, ora presidente del Consiglio e ora capo dell’opposizione. Il conflitto di interessi che abbiamo combattuto era “la struttura delta” che adattava i palinsesti di Rai e Mediaset in modo da mitigare su tutte le reti il risultato delle elezioni sfavorevole a Berlusconi. Era la macchina del fango dei giornali di proprietà del capo del governo. Era l’occupazione dello Stato al servizio di interessi privati. E si può persino sostenere che il conflitto di interessi ha una radice nobile nella “Ricchezza delle nazioni” di Adam Smith e nel nostro Risorgimento quando Cavour lo usò per fare l’Italia. Noi lo abbiamo combattuto perché Berlusconi ne abusava per disfarla, perché divenne il cancro della nostra democrazia. Ma la velina traccia il solco e i giornali lo difendono. E infatti i giornali di destra si sono messi a indagare sugli affari di Stellantis e degli Elkann come se fossero gli affari di Repubblica, e persino il Foglio ha condiviso la velina di Fazzolari sul conflitto di interessi, ignorandone la natura politica.
Ecco come Sallusti ha migliorato questa velina: «Per trent’anni l’hanno menata con i conflitti di interesse di Silvio Berlusconi che avrebbero a loro dire reso inattendibile e serva la galassia editoriale che faceva capo al Cavaliere. Il contrordine arriva dal direttore Maurizio Molinari che precisa che “confondere l’indipendenza di Repubblica con gli interessi del suo editore significa ignorare i fondamenti stessi della libertà e della indipendenza dei giornali”, ma non spiega in base a quale principio divino i mezzi di informazione della famiglia Berlusconi o in generale di un editore di destra dovrebbero essere meno liberi nei loro giudizi di quelli della famiglia Agnelli».
Come si vede, la velina di Meloni diventa così, per i giornali di destra, al tempo stesso la disinformazione di Stato e l’intimidazione di Stato, dosa i veleni e avvicina (o allontana) dal nuovo potere italiano, mette alla prova l’appartenenza e l’amicizia e chissà dove porterà questa abitudine quotidiana alla disinformazione-caciara che Palazzo Chigi riserva agli amici, politici e giornalisti. Noi, per dire, non la riceviamo «perché siete pagati dai nostri nemici» dice Fazzolari. In realtà, tutti i giornalisti indipendenti sanno che, anche quando dice un po’ di verità, la velina è comunque sordida perché evoca, senza offesa per Fazzolari, che è un democratico segretario di Stato, i marescialli di una volta, picchiatori e diffamatori con la copia ricalco dei dossier, il corvo, la talpa, la civetta: sigle anonime ma affollate come un coro o una processione, ingenerose con il mondo animale perché non esistono in natura corvi che costruiscono la disinformazione di regime e talpe che la diffondono.