Antifascismo, Tajani si allinea al Colle: “Io e la mia famiglia estranei a quel regime”
di Tommaso CiriacoLa cerimonia si è appena conclusa. Antonio Tajani si ferma al lungo con i vertici della comunità ebraica romana. Poi si lascia avvicinare. E non si nega, rispondendo su tutto. A partire dalle parole durissime di Sergio Mattarella sul fascismo e da quel riferimento neanche troppo implicito alla vergogna delle braccia tese di Acca Larentia. Lo chiediamo a lui, che era seduto in mezzo ad esponenti di governo Fratelli d’Italia, in prima fila. Accanto a Giorgia Meloni e Ignazio la Russa, per intenderci. «Come l’ho vissuta? Tutto questo non mi tocca, nel senso che non mi sento chiamato in causa, perché non sono parte di quella storia. Però, scusate, neanche Meloni ha parlato». Il ministro intende dire: non ha negato nulla delle parole di Mattarella, né ha difeso in alcun modo Acca Larentia. Ma è proprio questo il punto, gli fanno notare: l’assenza di condanna verso quelle braccia tese: «Io ho parlato. Non sono parte di quella storia. E non lo sono mio padre e di mia madre».
“Non sono parte …
La cerimonia si è appena conclusa. Antonio Tajani si ferma al lungo con i vertici della comunità ebraica romana. Poi si lascia avvicinare. E non si nega, rispondendo su tutto. A partire dalle parole durissime di Sergio Mattarella sul fascismo e da quel riferimento neanche troppo implicito alla vergogna delle braccia tese di Acca Larentia. Lo chiediamo a lui, che era seduto in mezzo ad esponenti di governo Fratelli d’Italia, in prima fila. Accanto a Giorgia Meloni e Ignazio la Russa, per intenderci. «Come l’ho vissuta? Tutto questo non mi tocca, nel senso che non mi sento chiamato in causa, perché non sono parte di quella storia. Però, scusate, neanche Meloni ha parlato». Il ministro intende dire: non ha negato nulla delle parole di Mattarella, né ha difeso in alcun modo Acca Larentia. Ma è proprio questo il punto, gli fanno notare: l’assenza di condanna verso quelle braccia tese: «Io ho parlato. Non sono parte di quella storia. E non lo sono mio padre e di mia madre».
“Non sono parte di quella storia”
Condivide quindi ogni passaggio del Capo dello Stato, non esercita distinguo, non tentenna nell’interpretazione di quella storia. «Non so come dire — continua il ministro degli Esteri — neanche mio padre e mia madre erano parte di quella storia. Lui era militare in un campo di concentramento. E quando ha dovuto scegliere, è andato con i prigionieri che stavano col re al Sud. Mio nonno era militare e volontario nella Seconda guerra mondiale. E non ha aderito al bando Graziani».
L’efferatezza di Hamas
Si discute di tutto. Ma è il giorno della Memoria, quindi innanzitutto di Israele e Gaza. Il ministro è reduce da un viaggio in quelle terre, oltreché in Libano. E anche a Gerusalemme la tensione è massima. «Di notte la scorta mi ha indicato l’uscita in caso di emergenza. Se suona l’allarme, mi hanno detto, dobbiamo alzarci di corsa, prendere l’accappatoio accanto al letto, uscire e seguire l’insegna verde». Al ritorno, nei suoi occhi resta innanzitutto l’«efferatezza di Hamas». Gli israeliani gli hanno mostrato alcuni video. Ce ne sono di terribili. Uno con «una madre a cui mettono un neonato dentro il forno, vivo, mentre in venti la violentano e la ammazzano».
La missione europea
La situazione nella regione è sempre sul filo, continua. «Il Mossad, insieme agli americani, sta lavorando sugli ostaggi con il Qatar. Stanno trattando, ma è una situazione complicatissima. Noi intanto abbiamo chiuso con Israele il passaggio di cento bambini palestinesi feriti in Italia. Saranno distribuiti nei nostri ospedali pediatrici. Una bella cosa». Guerra è anche quella contro gli Houti. Si lavora alla missione europea, conferma Tajani. «La decisione politica c’è, credo che ai primi di febbraio ci arriveremo. Bisogna affrontare i dettagli tecnici, vedere chi avrà il comando, dove si farà la base. Noi siamo disponibili a fare tutto. Sarà l’allargamento di quella di Hormuz fino a Suez. Sulla guida ancora non si è deciso: noi o i francesi. Ma bisogna modificare le regole di ingaggio, alzarne il livello». E bisognerà per questo far votare il Parlamento? «Secondo me per farlo non serve, perché la missione c’è già. Vedremo, comunque di certo informeremo le Camere». Restano gli ingenti danni al commercio, tanto che non è escluso che il governo metta fondi per i porti italiani. «Vedremo se dare aiuto, dipende da come evolve la situazione nel prossimo mese. Se sarà lunga, valuteremo. Gioia Tauro, Brindisi, Taranto, Trieste e Genova sono i porti più a rischio».