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“Sull’informazione i modelli di Meloni sono Putin e Trump. Il rischio è la violenza”

Massimo Bertolini/NurPhoto 
Intervista a Cas Mudde, professore della University of Georgia
3 minuti di lettura

NEW YORK – Cas Mudde non è sorpreso da quanto accade in Italia sulla libertà di informazione: «È un modello noto, inaugurato da Putin e poi adottato dai governi di destra, per intimidire i media e spingerli ad appoggiarli». Quindi il professore della School of Public and International Affairs alla University of Georgia, uno dei più autorevoli studiosi di estremismo e populismo negli Usa e in Europa, avverte: «Il rischio è che provochi violenze».

Durante l’assalto al Congresso, i sostenitori di Trump minacciavano di impiccare i giornalisti.

«I movimenti di destra hanno una visione omogenea dell’establishment, in bianco o nero. Non accettano il concetto dell’indipendenza dei media. Se ti dichiari indipendente sei automaticamente un nemico, perché o stai con loro, o stai contro: non esiste una terza opzione».

Da dove nasce questo risentimento?

«I media riservano un’attenzione sproporzionata all’estrema destra, ma generalmente negativa. Non intendo scorretta, però così viene percepita».

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NEW YORK – Cas Mudde non è sorpreso da quanto accade in Italia sulla libertà di informazione: «È un modello noto, inaugurato da Putin e poi adottato dai governi di destra, per intimidire i media e spingerli ad appoggiarli». Quindi il professore della School of Public and International Affairs alla University of Georgia, uno dei più autorevoli studiosi di estremismo e populismo negli Usa e in Europa, avverte: «Il rischio è che provochi violenze».

Durante l’assalto al Congresso, i sostenitori di Trump minacciavano di impiccare i giornalisti.

«I movimenti di destra hanno una visione omogenea dell’establishment, in bianco o nero. Non accettano il concetto dell’indipendenza dei media. Se ti dichiari indipendente sei automaticamente un nemico, perché o stai con loro, o stai contro: non esiste una terza opzione».

Da dove nasce questo risentimento?

«I media riservano un’attenzione sproporzionata all’estrema destra, ma generalmente negativa. Non intendo scorretta, però così viene percepita».

Anche se sei davvero indipendente, resti sempre un avversario?

«Sì. La vera indipendenza nel mondo politicizzato in cui viviamo non esiste, quindi questo non è un atteggiamento esclusivo della destra. Anche la sinistra estrema fa lo stesso. La destra però lo spinge più avanti, attaccando i media».

Si sente emarginata?

«In realtà ormai ci sono molti media che la sostengono, dalla Fox negli Usa allo Spectator in Gran Bretagna. La destra però ama interpretare il ruolo della vittima, e quindi si lamenta anche quando riceve un’attenzione sproporzionata. Le campagne contro i media sono in realtà una strategia politica, finalizzata all’intimidazione. Lo scopo è renderli meno critici, o preferibilmente simpatetici. Quando la premier italiana Meloni attacca Repubblica non vuole che scompaia, ma che scriva meglio del suo esecutivo».

La strategia di intimidazione dei gruppi di destra si estende anche ai governi?

«Sì, usano carota e bastone. Danno accesso privilegiato ad alcuni, facendo capire che dipende da una copertura favorevole».

Repubblica ha rivelato che il governo si prepara a vendere beni pubblici per fare cassa. Meloni poteva smentire, oppure confermare e spiegare le ragioni della scelta. Invece ha delegittimato il giornale, attaccando la proprietà.

«È una strategia abituale. Negli Usa si chiama gaslighting, mistificazione. Se la notizia è vera smentirla è controproducente, perché quando poi si realizza e fai una figuraccia. Ma se la motivazione della scelta non è popolare, non vuoi parlarne. Ai governi capita di fare cose impopolari, magari in contraddizione con le loro promesse. In questi casi la strategia migliore è deflect, deviare l’attenzione. Si fa in vari modi, ma il più comune è attaccare il messaggero per non discutere il messaggio. Invece di dire se il messaggero mente, sostieni che non è credibile. Fidesz lo fa sempre in Ungheria, ma anche Trump negli Usa. Pure la sinistra usa tattiche simili, ma per la destra sono pane quotidiano».

Trump alza il livello, accusando i media si essere i “nemici del popolo”.

«Ho visto un documentario su John Gotti e l’ex presidente usa una comunicazione molto simile. La posizione di Trump non è ideologica: è un narcisista che pretende lealtà assoluta, altrimenti sei nemico. È ossessionato dal New York Times. Lo attacca sempre, ma nulla gli darebbe più gioia di un articolo positivo. Brama l’accettazione dei media indipendenti perché ha bisogno di sentirsi riconosciuto. È una strategia per influenzarli, che politici di professione come Meloni conoscono bene. Però non abbiamo la certezza che i seguaci di Trump lo capiscano, e se lo prendono letteralmente può finire molto male».

Incita la violenza?

«Indirettamente, creandosi la copertura per sostenere che non ne sarebbe responsabile. Però in America ci sono molte armi e un’antica tradizione in cui i cittadini si arrogano il dovere di proteggere la nazione».

È un rischio anche in Europa?

«Alcuni gruppi di estrema destra già usano slogan nazisti e assimilano i media a chi mina la nazione. Ci sono meno armi, ma non è allarmistico pensare che esistano pericoli».

Rischiamo di tornare alle censure del secolo scorso?

«Non funzionerebbero nella società moderna e sarebbero un segno di debolezza. La strategia è diversa. La democrazia oggi non viene uccisa da un colpo di Stato, ma si erode progressivamente. Lo stesso accade con i media. È un modello iniziato da Putin e copiato da Orbán, che combina autoritarismo e neoliberismo. Invece dello Stato che chiude i giornali, si punta all’autocensura. Offri incentivi ai giornalisti per una copertura positiva. Se non funziona, togli eventuali sussidi o ostacoli i ricavi. Se non funziona, fai comprare il media ostile da un amico, come in Ungheria con Népszabadság. Il nuovo editore prova a correggere la linea, ma se non ci riesce sostiene di chiudere a causa della mancanza di profitti. Così fa censura usando le regole della democrazia, perché è il mercato ad eliminare i media, non il regime».

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