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Dalla norma anti-ribaltone al premio di maggioranza: ecco su cosa litiga la maggioranza nella riforma del premierato

La premier Giorgia Meloni 
Tre i nodi sui quali si è concentrato il dibattito fra i partiti che sostengono l’esecutivo
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«Il presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per la durata di cinque anni». È la norma cardine del ddl Casellati sul premierato, voluto fortissimamente da Giorgia Meloni. L’unica che, dopo la stroncatura dei costituzionalisti auditi in Senato e le perplessità emerse fra gli alleati della coalizione di governo, potrebbe sopravvivere intatta agli emendamenti che la stessa maggioranza sta mettendo a punto in vista dell’esame finale in Commissione.
Essenzialmente tre i nodi sui quali si è concentrato il dibattito fra i partiti che sostengono l’esecutivo. Tali, una volta sciolti, da cambiare profondamente il testo uscito dal Cdm.

Norma anti-ribaltone

È la questione che più sta dividendo il centrodestra. Inizialmente si era previsto che in caso di dimissioni, il capo dello Stato “può conferire l’incarico di formare il governo al presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al presidente eletto, per attuare le…

«Il presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per la durata di cinque anni». È la norma cardine del ddl Casellati sul premierato, voluto fortissimamente da Giorgia Meloni. L’unica che, dopo la stroncatura dei costituzionalisti auditi in Senato e le perplessità emerse fra gli alleati della coalizione di governo, potrebbe sopravvivere intatta agli emendamenti che la stessa maggioranza sta mettendo a punto in vista dell’esame finale in Commissione.
Essenzialmente tre i nodi sui quali si è concentrato il dibattito fra i partiti che sostengono l’esecutivo. Tali, una volta sciolti, da cambiare profondamente il testo uscito dal Cdm.

Norma anti-ribaltone

È la questione che più sta dividendo il centrodestra. Inizialmente si era previsto che in caso di dimissioni, il capo dello Stato “può conferire l’incarico di formare il governo al presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al presidente eletto, per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il governo del presidente eletto ha ottenuto la fiducia”. Si sarebbe trattato, in sostanza, di un subentro quasi automatico ancorché sottoposto ad alcune condizioni, sul quale si sono tuttavia condensate le critiche più aspre: il premier investito direttamente dal popolo finirebbe per avere meno poteri del secondo premier, non eletto, il quale può chiedere lo scioglimento delle Camere (a differenza del primo). Da qui la proposta di Fratelli d’Italia di tornare al “simul stabunt, simul cadent” caro a Giorgia Meloni, però temperato: se perde la fiducia in Parlamento, il premier eletto può invocare il voto anticipato. Prerogativa, questa, non contemplata nel testo originario. Ma la Lega non è convinta: in questo modo, sostiene il capogruppo in Senato Massimiliano Romeo, il premier resterà in sella sempre e comunque perché nessun parlamentare vorrà rischiare la fine anticipata della legislatura.

Premio di maggioranza

La riforma approvata in Cdm introduce, all’art. 3, un premio di maggioranza, assegnato su base nazionale, tale da garantire “il 55 per cento dei seggi nelle Camere alle liste e ai candidati collegati al presidente del Consiglio dei ministri”. A parere dei costituzionalisti, però, in mancanza di una legge elettorale in grado di definire il sistema di voto e soprattutto di una soglia minima per ottenere il premio, si creerebbero delle pericolosissime distorsioni, specie in un quadro politico frammentato come quello italiano. Con il 27-28% dei voti espressi dai cittadini si potrebbe infatti ottenere il 55% dei seggi. Un’enormità. Una minoranza potrebbe farsi maggioranza assoluta ed eleggersi da sola il presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i componenti del Csm, stringendo ancora di più ai margini le opposizioni. La modifica in cantiere propone allora di cancellare l’indicazione del 55% in Costituzione, lasciando solo il prinicipio del premio di maggioranza, che verrà definito nella successiva legge elettorale, e introducendo una soglia minima per ottenerlo.

Tetto ai due mandati

Nel testo non è previsto alcun tetto ai mandati del premier eletto direttamente dai cittadini. Ma Fratelli d’Italia, col sostegno di FI, ha chiesto di fissarlo per evitare derive rischiose: dunque il suffragio universale si potrà ricevere solo per due volte consecutive. Così come avviene per i presidenti di Regione. Un emendamento che suona come un segnale chiaro alla Lega, che proprio il limite per i governatori vorrebbe scardinare. Il muro eretto da Matteo Salvini sul punto è granitico: se cede, potrà dire addio al terzo mandato per i suoi che governano territori importanti, dalla Lombardia al Friuli, per non parlare del Veneto.

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