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Salis, un anno di denunce: “Io trattata da animale”. Il governo dopo l’inerzia ora punta ai domiciliari

L’insegnante aveva scritto lettere sulle sue condizioni. L’esecutivo Meloni esclude lo scontro con l’alleato ungherese. Le mosse studiate con la difesa
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«Ho le mani e i piedi legati. Porto una manetta legata a un guinzaglio di cuoio tenuto dall’agente». Lettera all’ambasciata italiana di Budapest, 2 ottobre 2023, firmato: Ilaria Salis. Le immagini di una ragazza italiana in jeans e scarpe da ginnastica, ammanettata ai piedi e ai polsi, trascinata con un guinzaglio come fosse un animale, hanno sconvolto l’Italia.

Repubblica è però in grado di dimostrare come tutto quella che sta accadendo oggi — l’intervento dell’ambasciatore, quello del Governo, l’indignazione dell’opinione pubblica — poteva essere fatto quattro mesi fa. È il 2 ottobre quando Ilaria Salis prende carta e penna e dal carcere di Budapest, “sito in Gyorskocsi utca n.25”, scrive all’ufficio consolare italiano, chi era convinta dovesse difenderla. Mette infatti nero su bianco i «trattamenti inumani e degradanti» a cui è stata sottoposta in otto mesi di detenzione.

L’elenco è lungo. Dagli abiti sporchi e puzzolenti che è stata costretta a indossare, alle cimici nel letto che…

«Ho le mani e i piedi legati. Porto una manetta legata a un guinzaglio di cuoio tenuto dall’agente». Lettera all’ambasciata italiana di Budapest, 2 ottobre 2023, firmato: Ilaria Salis. Le immagini di una ragazza italiana in jeans e scarpe da ginnastica, ammanettata ai piedi e ai polsi, trascinata con un guinzaglio come fosse un animale, hanno sconvolto l’Italia.

Repubblica è però in grado di dimostrare come tutto quella che sta accadendo oggi — l’intervento dell’ambasciatore, quello del Governo, l’indignazione dell’opinione pubblica — poteva essere fatto quattro mesi fa. È il 2 ottobre quando Ilaria Salis prende carta e penna e dal carcere di Budapest, “sito in Gyorskocsi utca n.25”, scrive all’ufficio consolare italiano, chi era convinta dovesse difenderla. Mette infatti nero su bianco i «trattamenti inumani e degradanti» a cui è stata sottoposta in otto mesi di detenzione.

L’elenco è lungo. Dagli abiti sporchi e puzzolenti che è stata costretta a indossare, alle cimici nel letto che le «provocavano reazioni allergiche». In quella lettera, soprattutto, c’è un racconto preciso delle condizioni in cella: dalle manette che era costretta a indossare. E al guinzaglio che le veniva attaccato per arrivare in aula. Tutto quello che sembriamo scoprire oggi. Scrive Ilaria, in uno dei documenti depositati: «Oltre alle manette qui ti mettono un cinturone di cuoio con una fibbia a cui legano le manette. Anche i piedi sono legati tra loro: intorno alle caviglie mettono due cavigliere di cuoio chiuse con due lucchetti e unite tra loro da una catena lunga circa 25 centimetri. Poi mettono un’ulteriore manetta a un solo polso, a cui è legato un guinzaglio di cuoio tenuto in mano dall’agente di scorta». È la descrizione minuziosa di quello per cui tutti si stanno indignando. Perché da allora nulla è stato fatto?

A quanto risulta a Repubblica, l’ambasciata ha avviato un’interlocuzione — seppur a livello di funzionari — senza però arrivare a una contestazione formale. Cosa che invece gli italiani sono arrivati a minacciare in queste ore nella speranza di risolvere la questione. La novità, infatti, è — seppur nelle dichiarazioni formali degli esponenti di Governo non si intravede alcun attacco all’amico Orbán e ai suoi metodi — che l’indicazione arrivata da Roma a Budapest sia stata chiara: cercare in tutte le manieri di tirare Salis fuori dal carcere. Ottenendo, magari, gli arresti domiciliari da farle scontare in Italia. Come arrivare a questo obiettivo? Lo scontro politico frontale con Orbán è escluso. La strategia è quella di muoversi su tre binari. Il primo è adombrare la possibilità di chiedere l’intervento dell’Unione europea: il “trattamento degradante” a cui la cittadina italiana è stata sottoposto è evidente a tutti. Tra l’altro proprio l’Ungheria è già stata sanzionata per questa stessa ragione, motivo per cui anche la difesa di Salis, al di là di quello che deciderà il Governo, è pronta a ricorrere alla Cedu, la Corte europea per i diritti dell’uomo.

Anche perché il “trattamento degradante” è soltanto una delle violazioni perpetrate dall’Ungheria. Come sanno anche i tecnici della Farnesina che stanno lavorando al dossier, Budapest non ha rispettato il diritto alla difesa di Salis: oltre ai colloqui con l’avvocato avvenuti in presenza della Polizia, cosa prontamente denunciata dall’insegnante italiana già nella lettera di ottobre, non sono state messe a disposizione dell’indagata gli atti di accusa. Uno, in particolare, di cui la polizia ungherese ha parlato in queste ore agli italiani: un video che ritrae la donna picchiare un gruppo di neonazisti ungheresi. Si tratta probabilmente delle stesse riprese che girano sul web: non sono poi così chiare ma, in ogni caso, la questione non riguarda il merito della vicenda. Ma il metodo: qualsiasi siano le responsabilità, quel trattamento dei detenuti è illegale.

Che fare, quindi? Una strada — e siamo al terzo punto della strategia italiana — è far chiedere alla difesa di Salis i domiciliari in Ungheria, per poi farglieli scontare in Italia. Fin qui non era stato fatto perché non si conoscono le accuse. E anche per ragioni di sicurezza: con la faccia di Ilaria in tutte le chat neonaziste ungheresi, trascorrere mesi in una casa di Budapest rappresenta evidentemente un pericolo.

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