BRUXELLES - Vecchio pirata reazionario, Viktor Orban. Il bicchiere panciuto che odora di cognac è vuoto, la hall dell’hotel Stanhope deserta. Il padrone d’Ungheria non vuole andare a dormire. Si rilassa sulla poltrona. Attorno, il portavoce e tre consiglieri. Annuiscono spesso. A pochi metri, la scorta che lotta contro il sonno. A un certo punto, mancano cinque minuti alle due del mattino, Orbán si alza. Si avvicina al tavolo verde del biliardo. Non ha voglia di giocare a carambola, ma accetta di fermarsi con due cronisti, tra cui quello di Repubblica. È vero, domandiamo, che dopo le elezioni entrerà nei Conservatori di Giorgia Meloni, Orbán? È pronto? “L’idea era di entrare già prima, ma a questo punto lo faremo dopo le elezioni. Comunque la risposta è sì, siamo pronti ed entreremo nei Conservatori”.
Il contratto tra sovranisti è siglato. Deciso nonostante la prudenza degli amici, che in queste ore ancora si mostrano cauti: “Vedremo, decideremo, valuteremo”. E soprattutto di Giorgia …
BRUXELLES - Vecchio pirata reazionario, Viktor Orban. Il bicchiere panciuto che odora di cognac è vuoto, la hall dell’hotel Stanhope deserta. Il padrone d’Ungheria non vuole andare a dormire. Si rilassa sulla poltrona. Attorno, il portavoce e tre consiglieri. Annuiscono spesso. A pochi metri, la scorta che lotta contro il sonno. A un certo punto, mancano cinque minuti alle due del mattino, Orbán si alza. Si avvicina al tavolo verde del biliardo. Non ha voglia di giocare a carambola, ma accetta di fermarsi con due cronisti, tra cui quello di Repubblica. È vero, domandiamo, che dopo le elezioni entrerà nei Conservatori di Giorgia Meloni, Orbán? È pronto? “L’idea era di entrare già prima, ma a questo punto lo faremo dopo le elezioni. Comunque la risposta è sì, siamo pronti ed entreremo nei Conservatori”.
Il contratto tra sovranisti è siglato. Deciso nonostante la prudenza degli amici, che in queste ore ancora si mostrano cauti: “Vedremo, decideremo, valuteremo”. E soprattutto di Giorgia Meloni: “Orbán nel gruppo Ecr? È un dibattito aperto, ma non è un dibattito di questi giorni, eventualmente è un dibattito che si aprirà dopo le Europee”. Non è il momento di farsi fotografare troppo con un leader che in questo momento gode di pessima stampa nel resto delle Cancellerie del continente.
La notte non è di quelle buone per dormire, non attorno a Rue de commerce. Fuori i trattori degli agricoltori strombazzano, i motori rombano, i manifestanti si preparano a quella che saranno poi le barricate dell’alba. Orbán è l’unico dei Ventisette che già mercoledì pomeriggio è sceso nelle piazze di Bruxelles con i coltivatori, quelli che avrebbero assediato poche ore dopo la città e i palazzi dell’Unione, bruciando copertoni. Si è fatto fotografare, dicendo loro: è anche la mia battaglia. Adesso prende il cellulare, cerca un video e lo mostra ai presenti: è lui stesso tra i trattori, Orbán il sovranista, a rispondere ai media. In inglese. Si compiace della performance. Poi passa a discutere d’altro, con i collaboratori. Ma parlano in magiaro, salvo qualche parola sparsa in inglese, forse sta riferendo di qualche colloquio con gli altri capi di governo: “Ucraina”, dice, e poi assieme “Trump e pace”. Prepara la ritirata, perché poche ore dopo, durante il Consiglio straordinario del mattino, accetterà di dare il via libera a cinquanta miliardi per Kiev.
Di solito si diverte a bruciare sul tempo alleati e avversari, il nazionalista che parla con Vladimir Putin e gli americani. Stavolta ad annunciare una svolta, “dopo le Europee entreremo nei Conservatori europei”, che gli altri tengono nel congelatore, tentennando per non complicare (e complicarsi) la campagna elettorale delle Europee. Sancisce un’adesione che la sua antica alleata italiana Meloni considera ancora tutta da costruire, almeno quando si espone pubblicamente. Per Orbán il discorso è già chiuso. E d’altra parte, l’adesione all’Ecr è un tassello di una mediazione che comprende anche il via libera alla revisione del bilancio europeo, quello che contraddice le promesse di barricate contro Kiev a cui non voleva più concedere un euro.
E però, prima ancora dei Conservatori ci sarebbe la storia di Ilaria Salis. L’Italia è in angoscia, l’Ungheria ha un problema serio con lo stato di diritto. E le immagini della detenuta in catena hanno mobilitato anche l’Europarlamento. Domandiamo, ma ne ha parlato poco prima lasciando l’hotel Amigo. La posizione non cambia, è quella che non prelude a imminenti svolte positive per la ragazza di Monza detenuta a Budapest: “Salis in catena? In Ungheria tutti vengono trattati allo stesso modo. Comunque il sistema giudiziario non dipende dal governo, ma dal Parlamento. Quello che ho potuto fare stasera è raccontare tutti i dettagli a Meloni sulla detenzione. E posso inoltre esercitare una influenza perché abbia un equo trattamento’’. Come a dire: posso agire solo per assicurare una detenzione regolare: ‘’Tutti i diritti sono garantiti’’. In Ungheria, si intende.
Sono le due. Orbán saluta, cortese. Guarda il tavolo da biliardo, ci pensa un attimo. Poi scuote la testa. “Too late”.