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Vendesi Villa Certosa, fantasmagoria dell'eccesso di Berlusconi tra finti vulcani e nuraghe, teatro di feste con Putin e il Bagaglino

(ansa)

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È dal 2012 che si dice e si scrive che sia in vendita (adesso richiesta base mezzo miliardo di euro), ma finora nessun emiro o oligarca ha osato proseguire le trattative
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Ci vuole un bel coraggio a comprarsi Villa La Certosa, e infatti è dal 2012 che si dice e si scrive che sia in vendita, ma finora nessun emiro, oligarca o fiduciario di agenzia londinese ha osato proseguire le trattative. Un po' perché 500 milioni sono tanti, ma soprattutto perché si tratta di acquistare la fantasmagoria dell'eccesso che ha segnato, qui più in qualsiasi altro luogo, l'intera avventura berlusconiana, vita, morte, miracoli e follie.

Tanto per cominciare le ville sono quattro o cinque più alcuni eleganti bungalow sparsi dentro un enorme parco, oltre cento ettari di macchia mediterranea completi di cinghiali, tartarugone ultracentenarie e forse anche cervi, che come un unico si getta sulla Costa Turchese non senza comprendere aree sotterranee, bunker e tunnel sottomarini con luci stroboscopiche dotati di reconditi attracchi di sicurezza tipo film di 007.

Per il resto l'eventuale compratore si troverà sul groppone: l'anfiteatro posticcio, il finto nuraghe, i dolmen fasulli…

Ci vuole un bel coraggio a comprarsi Villa La Certosa, e infatti è dal 2012 che si dice e si scrive che sia in vendita, ma finora nessun emiro, oligarca o fiduciario di agenzia londinese ha osato proseguire le trattative. Un po' perché 500 milioni sono tanti, ma soprattutto perché si tratta di acquistare la fantasmagoria dell'eccesso che ha segnato, qui più in qualsiasi altro luogo, l'intera avventura berlusconiana, vita, morte, miracoli e follie.

Tanto per cominciare le ville sono quattro o cinque più alcuni eleganti bungalow sparsi dentro un enorme parco, oltre cento ettari di macchia mediterranea completi di cinghiali, tartarugone ultracentenarie e forse anche cervi, che come un unico si getta sulla Costa Turchese non senza comprendere aree sotterranee, bunker e tunnel sottomarini con luci stroboscopiche dotati di reconditi attracchi di sicurezza tipo film di 007.

Per il resto l'eventuale compratore si troverà sul groppone: l'anfiteatro posticcio, il finto nuraghe, i dolmen fasulli, 8 grandi megaliti del vero meteorite gigante atterrato nella lontana Orissa (al momento dell'impatto ci fu anche una vittima), l'enorme balena di cemento con schizzoni a comando, le sirene di pietra, la centaurona in moto, la serra delle farfalle perpetuamente rifornita di larve dal Brasile, una giostrina e un'autoscontro da Luna park che fece la gioia dei capogruppo di Forza Italia.

E poi, senza nemmeno riprendere fiato: l'horto mediceo di piante officinali con laboratorio, l'agrumeto con 26 tipi di specie provenienti dall'intero pianeta, duemilacinquecento cactus con sistema di ventilazione a riciclo dell’aria, cinquecento ibiscus attraversati da serpentine per l’irrigazione, milleduecento palme, il labirinto delle camelie pensato per le suddette farfalle in amore, per gli umani la pizzeria e la gelateria nella quale l'onorevole Crosetto vide anche un registratore di cassa che produceva scontrini, anch'essi finti, il lago dei cigni con isoletta di meditazione adrianea e il celebre vulcano pertinenziale che emetteva lava rotolandola giù per cento metri con rumore di rocce che scrocchiavano, tanto che una volta i vicini chiamarono la Protezione civile e i vigili del fuoco di Luogosanto.

Il sospetto è che solo un tipo come Berlusconi, sospinto dalla più temeraria fantasia, sorretto dalla teologia del Sogno e appagato dal percorrere i vialetti alla guida di bianche automobiline da golf, poteva accollarsi il peso di quel prezioso baraccone; o di quel circo barocco, se si vuole, che trova impressionanti analogie descrittive nel Faust di Goethe e per il quale in ogni caso sono stati via via scomodati Versailles, Bomarzo, Walt Disney, Palladio, Neverland Ranch, il Vittoriale, l'hotel Caesar Palace di Las Vegas e, a causa di arcani cosmici osservati dall'alto, pure il tempio di Re Salomone.

Così, per quel poco o quel tanto che l'osservazione della politica nella Seconda Repubblica consente o forse dà l'illusione di comprendere, Villa La Certosa non era una villa, ma un luogo pensato per fare i conti con l'incanto, una rappresentazione, anzi una visione immobiliare secolarizzata e mezzo idolatrica del paradiso, l'ennesimo tentativo di sfidare i limiti del possibile – anche se la messa in vendita riannunciata dal Financial Times rende giustizia al fatto che siamo tutti creature non solo fragili, ma anche piene di ragni e pigne dentro la testa.

Impossibile, per ragioni di spazio, ricordare cosa è avvenuto qui dentro. Tutto e niente in definitiva, come sempre più spesso ci si sorprende a pensare dell'intero fenomeno berlusconiano. La memoria involontaria spalanca il sipario su una festona in onore di Putin guastata da fuochi d'artificio che gli bruciarono i pantaloni, prosegue delineando l'interminabile contenzioso con un pastore sardo per ragioni di confini, fa l'occhietto all'immagine del Cavaliere in bandana con Blair, si sofferma sulle ore liete del Bagaglino in trasferta per giungere infine ai fatidici scatti del fotografo Zappadu che, inguattato nella boscaglia, riuscì a documentare le fantozziane cadute di Emilio Fede durante lo jogging nel bosco, le nozze campestri del Cavaliere con le reduci del Grande Fratello, le ninfe al bagno vigilate da militari in mimetica e l'indimenticabile tuffo del satiro Topolanek.

Più e più volte e da più parti – ambientalisti e centri sociali, ma anche ubriaconi - si è cercato di espugnare Villa La Certosa dal mare. Ciò che probabilmente offrì al secondo governo Berlusconi il pretesto per apporre il segreto di Stato su quel luogo che l'assolutismo regale e l'egotica sovranità avevano ideato e pianificato come la massima calamita possibile dello sguardo e della meraviglia. Ma la vita, si sa, è sempre piena di paradossi e contraddizioni, e se adesso si trova qualche ingenuo e povero riccone disposto a sganciare mezzo miliardo, beh, sono davvero affari suoi, in tutti i sensi.

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