Michael Walzer: “Se il giornalismo è libero il governo non ha diritto di lamentarsi”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - L’analisi del filosofo di Princeton Michael Walzer è molto diretta e tagliente: «I regimi autoritari aborrono la libertà di informazione, perché si basano sulla convinzione di essere i depositari della verità assoluta e definitiva. Quindi il dibattito aperto rappresenta per loro una minaccia esistenziale». Secondo il direttore emerito della storica testata del progressismo americano Dissent, su cui hanno scritto da Hannah Arendt ad Aleksandr Solzhenitsyn, il problema è che così si rischia anche di provocare la violenza: «Trump l’ha minacciata apertamente, ormai viviamo nella paura».
Perché la libertà di stampa è sotto attacco?
«Nelle democrazie è indispensabile la libera informazione, cioè giornalisti, scrittori investigatori che possano parlare ai cittadini per descrivere cosa sta succedendo, ed esprimere opinioni su quanto accade. Ciò deve essere possibile, se vogliamo vivere in democrazia. Il problema principale oggi negli Usa è che nei social media esiste un vasto mondo…
NEW YORK - L’analisi del filosofo di Princeton Michael Walzer è molto diretta e tagliente: «I regimi autoritari aborrono la libertà di informazione, perché si basano sulla convinzione di essere i depositari della verità assoluta e definitiva. Quindi il dibattito aperto rappresenta per loro una minaccia esistenziale». Secondo il direttore emerito della storica testata del progressismo americano Dissent, su cui hanno scritto da Hannah Arendt ad Aleksandr Solzhenitsyn, il problema è che così si rischia anche di provocare la violenza: «Trump l’ha minacciata apertamente, ormai viviamo nella paura».
Perché la libertà di stampa è sotto attacco?
«Nelle democrazie è indispensabile la libera informazione, cioè giornalisti, scrittori investigatori che possano parlare ai cittadini per descrivere cosa sta succedendo, ed esprimere opinioni su quanto accade. Ciò deve essere possibile, se vogliamo vivere in democrazia. Il problema principale oggi negli Usa è che nei social media esiste un vasto mondo della disinformazione, ossia autori non impegnati a rispettare ciò che eravamo abituati a considerare come l’integrità del giornalismo. Non sappiamo più come gestire l’inondazione di false informazioni».
La rivista di cui lei è direttore emerito si chiama Dissent. Perché il dissenso è necessario?
«La democrazia è un processo politico in continua evoluzione, nessuna vittoria è permanente. Le discussioni sui temi critici della giustizia sociale ed economica, il benessere dei cittadini, devono andare sempre avanti. Nessuna vittoria è definitiva, perché significherebbe la fine del processo decisionale democratico. La democrazia richiede che la discussione sia permanente e non deve essere impedita. Dissent fu fondato in risposta alla compiacenza dei liberal negli anni Cinquanta, quando pensavano che tutte le questioni fossero risolte: non lo sono mai».
La censura viene da destra e da sinistra, ma perché i regimi autoritari hanno un problema con l’indipendenza media?
«I regimi autoritari, di destra oggi e di sinistra ieri, si sentono minacciati. Credono che esistano verità assolute nella vita politica, così come alcuni le vedono nella vita religiosa, e in certi casi tali certezze si fondono. Ma queste verità assolute non sopravvivono, se sono soggette a continue critiche. Perciò ogni governo autoritario, così come ogni leadership religiosa autoritaria, deve impedire l’eresia e processarla. Eretici e dissidenti sono una minaccia per la loro sopravvivenza».
Trump porta questo scontro ad un livello più alto, accusando i giornalisti di essere “nemici del popolo”. Perché?
«Dobbiamo dubitare di chiunque pretenda di parlare a nome del popolo con la P maiuscola, perché non esiste. In una società democratica ci sono vari gruppi di persone, e molti pubblici, e nessuno parla per tutti loro insieme. A volte in tempo di guerra, ad esempio quando eri attaccato dai nazisti, si parlava del popolo inglese, o di quello americano dopo Pearl Harbor. Ma sono casi specifici. In tempi normali non è accettabile. Chiunque pretenda di incarnare il popolo è già un autoritario, perché rigetta il concetto di diversità e disaccordo all’interno del popolo».
Così si rischia di fomentare la violenza?
«Certamente. Viviamo nella paura, Trump ha minacciato apertamente l’uso della violenza. È stato molto chiaro sui pericoli che i suoi oppositori si troverebbero ad affrontare, se perdesse un’altra elezione. In passato il mondo dell’informazione pubblica era abbastanza contenuto e stabile. C’erano molti giornali. Ora in America c’è stato un declino radicale nel numero delle testate, in particolare quelle locali. Invece la gente riceve informazioni in modi non affidabili, lontani dai principi della conoscenza. In passato c’erano anche dei tabloid terribili, ma nel mondo dell’informazione condivisa esistevano regole e valori chiari. Ciò è andato perduto. Gli attacchi ai giornali tradizionali sono in realtà attacchi a questo mondo dell’informazione condivisa, per non avere principi, regole o controlli».
Repubblica ha scritto che il governo si prepara a vendere beni pubblici. Invece di smentire o motivare la sua scelta, l’esecutivo ci ha delegittimato attaccando la proprietà. Perché?
«Usano questa strategia perché è conveniente: attaccare il messaggero, invece di discutere il messaggio sgradito. Sarebbe meglio se i giornali avessero proprietà locali, ma nell’economia globalizzata è impossibile. La questione cruciale diventa quindi se gli editori, ovunque siano basati, rispettano i principi della libertà di informazione. Se lo fanno, l’attacco è sbagliato. Se i giornalisti compiono bene il loro lavoro, ovunque si trovi l’editore, il governo non ha diritto di lamentarsi».
L’impegno a rispettare i principi della libertà di stampa riguarda anche i legislatori e i governanti che la regolano?
«Certo, in democrazia è un dovere. Così invece di entrare nel merito dell’articolo che non ti piace, attacchi il giornale o la proprietà per non parlarne. È solo un comodo espediente».