Márton Gergely: “I giornalisti siano solidali tra di loro in difesa della libertà di stampa o faranno la fine dell’Ungheria”
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniMárton Gergely è sopravvissuto a quattordici anni di sistematica epurazione di ogni forma di dissenso da parte di Viktor Orbán. Era vicedirettore del maggiore quotidiano magiaro, Népszabadság, quando il giornale fu prima venduto a un uomo vicinissimo al premier ungherese, L?rinc Mészáros, infine brutalmente chiuso. Ora Gergely è caporedattore del settimanale HVG, che resiste come una delle rare voci indipendenti in Ungheria. L’Italia può imparare molto dalla repressione orbaniana della stampa libera, sostiene, soprattutto se Giorgia Meloni la attacca: “I giornalisti devono essere solidali tra di loro, cercare di non farsi spingere mai in un angolo e curare la credibilità delle loro notizie. Noi lo abbiamo capito troppo tardi”. E Gergely fa notare anche che il trattamento disumano inflitto a Ilaria Salis non avviene a caso: è il tentativo del premier ungherese di accreditarsi come “paladino della lotta contro la sinistra in vista delle elezioni in Europa”.
Gergely, qual è stata la stra…
Márton Gergely è sopravvissuto a quattordici anni di sistematica epurazione di ogni forma di dissenso da parte di Viktor Orbán. Era vicedirettore del maggiore quotidiano magiaro, Népszabadság, quando il giornale fu prima venduto a un uomo vicinissimo al premier ungherese, L?rinc Mészáros, infine brutalmente chiuso. Ora Gergely è caporedattore del settimanale HVG, che resiste come una delle rare voci indipendenti in Ungheria. L’Italia può imparare molto dalla repressione orbaniana della stampa libera, sostiene, soprattutto se Giorgia Meloni la attacca: “I giornalisti devono essere solidali tra di loro, cercare di non farsi spingere mai in un angolo e curare la credibilità delle loro notizie. Noi lo abbiamo capito troppo tardi”. E Gergely fa notare anche che il trattamento disumano inflitto a Ilaria Salis non avviene a caso: è il tentativo del premier ungherese di accreditarsi come “paladino della lotta contro la sinistra in vista delle elezioni in Europa”.
Gergely, qual è stata la strategia di Orbán per reprimere la libertà d’informazione in Ungheria?
“È stata multiforme. Anzitutto prendere il controllo totale di tutti i media pubblici e farli diventare statali, il che ha consentito a Orbán di cacciare tutti i giornalisti sgraditi. E far produrre tutte le notizie da un’unica redazione che ovviamente fa solo propaganda di governo. In secondo luogo, il governo ha creato un’Autorità di controllo dei media, anch’essa controllata da Fidesz, che ha il diritto di veto su tutte le operazioni di acquisizione o di fusione nel settore dell’informazione. Un modo, ovviamente, per schiacciare i deboli e gli indipendenti e favorire i più fedeli. E un’altra strategia molto chiara è stata quella di colpire in particolare i giornali grandi, quelli con più giornalisti, quelli maggiormente in grado di condurre inchieste e di fare un lavoro giornalistico approfondito. In Ungheria sono sopravvissuti solo quattro giornali indipendenti con più di 50 indipendenti. Un dramma. Anche per la qualità dell’informazione. E arriviamo a un'altra strategia orbaniana pericolosa: quella della distruzione della reputazione dei giornalisti”.
Cosa vuol dire?
“I media assoggettati ad Orbán fanno una propaganda di pessima qualità. Ne abbiamo sempre riso ma adesso che è diventata schiacciante è chiaro che è diventata un’arma terribile perché aumenta la sfiducia dei cittadini nell’informazione. Ecco perché è così importante proteggere la libertà dei media. Noi l’abbiamo capito troppo tardi”.
Meloni ha attaccato pesantemente Repubblica e il suo editore. E si mostra sempre più insofferente verso un’informazione libera. Cosa si può fare per evitare una deriva orbaniana?
“È importantissimo che i giornalisti restino solidali gli uni con gli altri quando il potente di turno attacca un giornale. Secondo, non bisogna mai farsi spingere nell’angolo. Terzo, occorre sempre stare attenti alla credibilità del proprio giornalismo. In Ungheria non esistono quasi più media indipendenti e noi pochi sopravvissuti siamo ormai isolati in una sorta di gabbia dorata, inaccessibile alla maggioranza degli ungheresi”.
In questo momento di crisi diplomatica tra Italia e Ungheria per lo scandaloso trattamento riservato a Ilaria Salis, come valuta il rapporto tra due vecchi alleati come Meloni e Orbán?
“Sui alcuni media vicini a Orbán è partita una campagna contro Meloni, additata come ‘bimba di Soros’. Un segnale. Quando il governo decide qualcosa, viene comunicato a tutti i media asserviti e tutti si adeguano immediatamente. Qui si è notato che Meloni sia prima andata a trovare Scholz prima di incontrare Orbán. Forse il nostro premier sperava di influenzare Meloni, e il pragmatismo della premier italiana sul piano europeo lo ha infastidito. Mentre è chiaro il disegno di Salvini, che su Ilaria Salis ha immediatamente difeso Orbán e copiato la sua retorica sul ‘giusto carcere’ e sul ‘giusto trattamento’ di una donna additata come una pericolosa estremista. Quel processo, peraltro, è organizzato da una procura che è totalmente assoggettata a Fidesz. È difficile prevederne l’esito perché non tutti i tribunali sono sotto il tacco di Fidesz. Ma la narrazione della procura è allineata a quella di Orbán. E Salvini si adegua” .
Quanto pesa la propaganda russa nel panorama politico ungherese? Orbán viene additato ormai apertamente come il cavallo di Troia del Cremlino in Europa.
“La cosa deprimente è che i media governativi sono talmente pigri che copiano semplicemente le campagne di disinformazione russe. Putin non ha neanche bisogno di attivare i troll russi o le sue fabbriche di fake news: facciamo tutto da soli. A cominciare dalla narrazione dell’Europa ‘gay’, vegana e decadente che si sta autodistruggendo perché non si affida a due maschioni come Orbán e Putin”.