✕

Il memoriale di Antonio Di Pietro: “Riscrivo la storia di Mani pulite contro il revisionismo opportunista”. E difende la protesta dei trattori

L’ex pm di Mani pulite, a Montenero di Bisaccia, si schiera con i contadini “come me” e attacca chi distorce la storia dell’inchiesta milanese: “Stanno rivoltando la frittata”
4 minuti di lettura

Antonio Di Pietro lo chiama “il mio memoriale”. “Sto riscrivendo la storia dall’inizio alla fine, perché intorno a me vedo crescere un revisionismo opportunista, che non esiterei a definire anche criminale”. E quelle due parole – “revisionismo opportunista” – diventano un richiamo continuo. Quasi un’ossessione. Racconta un episodio che gli è accaduto a Roma qualche anno fa. Aveva preso un autobus per andare in Cassazione. All'altezza di piazza Argentina gli si avvicina un ragazzino e, prima di scendere, gli chiede: “Ma lei è Di Pietro?”. Lui risponde “Sì, sono io”. “E quel ragazzino mi ha sputato in faccia ed è subito sceso e scappato. Se si fosse fermato lo avrei abbracciato e gli avrei chiesto: ma perché?”. E ragiona: “Lui non c’era ai tempi di Mani pulite. E allora cosa gli hanno raccontato?”.

In silenzio per tre anni

Ecco. Per questo l’ex pubblico ministero, prima poliziotto e poi leader dell’Italia dei valori e ministro, ma anche indagato e parte offesa, e vedremo in quanti proce…

Antonio Di Pietro lo chiama “il mio memoriale”. “Sto riscrivendo la storia dall’inizio alla fine, perché intorno a me vedo crescere un revisionismo opportunista, che non esiterei a definire anche criminale”. E quelle due parole – “revisionismo opportunista” – diventano un richiamo continuo. Quasi un’ossessione. Racconta un episodio che gli è accaduto a Roma qualche anno fa. Aveva preso un autobus per andare in Cassazione. All'altezza di piazza Argentina gli si avvicina un ragazzino e, prima di scendere, gli chiede: “Ma lei è Di Pietro?”. Lui risponde “Sì, sono io”. “E quel ragazzino mi ha sputato in faccia ed è subito sceso e scappato. Se si fosse fermato lo avrei abbracciato e gli avrei chiesto: ma perché?”. E ragiona: “Lui non c’era ai tempi di Mani pulite. E allora cosa gli hanno raccontato?”.

In silenzio per tre anni

Ecco. Per questo l’ex pubblico ministero, prima poliziotto e poi leader dell’Italia dei valori e ministro, ma anche indagato e parte offesa, e vedremo in quanti processi, ha deciso di riscrivere tutta la storia. “Ho 74 anni, sono rimasto in silenzio per tre, ma adesso ricomincio a parlare di giustizia perché voglio che resti agli atti anche la mia versione di tutta la storia. Ne vedo troppi in giro che parlano, come Cirino Pomicino che dà lezioni su Tangentopoli, lui che, come ho detto alla commissione Antimafia, ha preso oltre 5 miliardi di lire della tangente Enimont rigirandone oltre un miliardo a Salvo Lima…”.

La trattativa Stato-mafia

Risponde dalla sua casa di campagna a Montenero di Bisaccia. Dove fa l’agricoltore. E sottoscrive in pieno la protesta di chi, come lui, lavora la campagna e stenta a vivere, e non può rispettare le norme europee. Ma fa anche lo storico di se stesso. Per contestare quello che chiama “il revisionismo opportunista”. Ha diviso a metà un magazzino. “A sinistra ci sono le botti del vino e le taniche dell’olio, a destra ci stanno i faldoni di Mani punite”. E perché? “Per rimettere tutte le carte in fila…”. Per non perdere la memoria di quello che è stato, proprio come ha fatto nelle sue due lunghe audizioni davanti alla commissione Antimafia di Chiara Colosimo. Si è presentato con una borsa pesantissima, ha parlato per cinque ore, ha lasciato a San Macuto le copie dei documenti. E ha ricordato il suo incontro a Palermo, al funerale di Giovanni Falcone, con Paolo Borsellino che gli ha detto, parlando degli appalti, della mafia, e del rapporto del Ros proprio sugli appalti che in procura stavano insabbiando, “dobbiamo vederci e dobbiamo fare presto”. Non hanno fatto più in tempo a incontrarsi. E adesso Di Pietro dice: “La trattativa c’è stata, non per favorire la mafia, ma lo Stato e, per come la vedo io, il generale Mori e il colonnello De Donno hanno fatto solo il loro dovere”.

“Stanno rivoltando la frittata”

Sarà per questo che Di Pietro ora ha fretta. Sta mettendo la sua storia nero su bianco, con quella memoria incredibile che lo fa saltare da un dettaglio all’altro, ma poi, come nelle tessere dei puzzle, tutto va al suo posto. Che cosa lo spinge a ricostruire ciò di cui è stato indiscutibilmente un protagonista? “Glielo ripeto, per tre anni ho taciuto, sono rimasto in silenzio a guardare. Stupefatto dalla rivisitazione storica tutta in negativo che via via prendeva piede. Anche di di diversi di voi giornalisti. Ovviamente a danno dell’Italia”. Eccolo esprimersi nel suo abituale linguaggio figurato. “Qui stanno rivoltando la frittata, vogliono riscrivere i fatti al contrario. E allora la riscrivo io questa storia, dalla prima all’ultima pagina”.

Conclusa la trafila giudiziaria

Così sta prendendo forma il “memoriale” di Antonio Di Pietro. Perché proprio adesso? “Perché finalmente ho chiuso la mia trafila giudiziaria, con 253 procedimenti in cui sono stato indagato o parte lesa. Messo sotto accusa per Mani pulite e vittima di dossieraggio. L’ultima transazione l’ho chiusa a fine novembre. Un noto parlamentare, di cui non posso fare il nome, mentre eravamo alla buvette a Montecitorio, mi ha detto “Anto’ mi hai fregato…tu mi hai mandato dieci avvisi, ma io ho vinto 7 a tre”, come se commettere meno reati di quelli contestati fosse una vittoria”.

Rimettere tutto in fila

Di Pietro “rimette tutto in fila”. Ecco l’elenco “di chi ha tradito me e l’inchiesta”, “dei parecchi collaboratori arrestati”, “della condanna per diffamazione dell'allora presidente della Cassazione Corrado Carnevale, quello che avevate battezzato l’ammazzasentenze”, e ancora “di altri personaggi che su di noi hanno raccontato fatti falsi come quel giudice della Corte costituzionale, tal Paolo Maria Napolitano” pure lui condannato per diffamazione.

Di Pietro è metodico e allinea “anche le 70 archiviazioni” arrivate dopo le inchieste nate dal dossieraggio contro di lui e “che stavano lì dal 1992”. Partite dall’indagine a Brescia dell’allora pubblico ministero Fabio Salamone, fratello dell’imprenditore Filippo, scomparso nel 2012, sotto inchiesta per il dossier mafia-appalti. Di Pietro, che ne ha già parlato all’Antimafia, vuole riscrivere la storia del rapporto mafia - appalti partendo da Giuseppe Li Pera, l’imprenditore di Caltanissetta divenuto collaboratore del Ros, che lui aveva incriminato. “Io non sapevo dove stavo arrivando, ma “loro” sì che lo sapevano, e dopo l’ordine di cattura per Gardini, c’è stato chi si è tutelato dossierando, e chi scappando…”. Una storia che, nella lettura dell’ex pm, è quanto meno una concausa della strage di via d'Amelio in cui perde la vita il giudice Borsellino.

L’avviso di garanzia a Berlusconi

Di tutto questo Di Pietro potrebbe parlare per ore e ore. Fa una digressione sulla protesta degli agricoltori che lui appoggia in pieno. “In campagna sembra tutto bello, ma oggi chi lavora la terra qui deve per forza svolgere un’altra attività: fa il meccanico, il postino, l’autista, l'elettricista, perché la campagna scompare, e l’obbligo di alternare le coltivazioni è irrealizzabile. Potrei raccontare la storia del mio amico contadino che piantava le fave, ma dietro di lui un cinghiale se le mangiava subito…”. E poi torna subito al suo “memorandum” e al “revisionismo opportunista”. Nega, per se stesso e per i suoi colleghi di allora, a partire da Davigo e Colombo, la sola ipotesi che siano stati loro a dare al Corriere il famoso avviso di garanzia per Berlusconi nel pieno della conferenza Onu di Napoli. E ripete più volte “io certamente non gliel’ho dato, e non avrei mai commesso quella sciocchezza”. Questo è il Di Pietro di oggi, pronto a difendere Mani pulite contro il “revisionismo opportunista” che, lui ripete di continuo, “non sa nulla della vera Mani pulite”.

Leggi i commenti