“Così non sopravviviamo”: le famiglie di agricoltori sulle barricate per gli aiuti
di Rosaria AmatoROMA — Non ci sono solo i “trattori”, che continuano a bloccare le strade per chiedere una giusta remunerazione per i prodotti agricoli, schiacciati dalla lunga filiera che dalla terra arriva agli scaffali di negozi e supermercati, e invocare lo stop agli accordi di libero mercato, che fanno concorrenza sleale alle nostre produzioni. Oggi alla cooperativa agricola “Coraggio”, alle porte di Roma, centinaia di contadini dell’Associazione rurale italiana (Ari), nata 30 anni fa a cavallo di esperienze di cooperative agricole tra la Sicilia e il Veneto, si riuniscono per discutere di “diritto alla terra”.
Non sono tupamaros, sono agricoltori italiani che gestiscono con sempre maggiore fatica i terreni, spesso troppo pi…
ROMA — Non ci sono solo i “trattori”, che continuano a bloccare le strade per chiedere una giusta remunerazione per i prodotti agricoli, schiacciati dalla lunga filiera che dalla terra arriva agli scaffali di negozi e supermercati, e invocare lo stop agli accordi di libero mercato, che fanno concorrenza sleale alle nostre produzioni. Oggi alla cooperativa agricola “Coraggio”, alle porte di Roma, centinaia di contadini dell’Associazione rurale italiana (Ari), nata 30 anni fa a cavallo di esperienze di cooperative agricole tra la Sicilia e il Veneto, si riuniscono per discutere di “diritto alla terra”.
Non sono tupamaros, sono agricoltori italiani che gestiscono con sempre maggiore fatica i terreni, spesso troppo piccoli, ereditati dai genitori, o dai nonni, e che i loro figli non vogliono più ereditare e gestire. Perché, come emerge dall’ultimo censimento Istat, in Italia il 21,3% delle aziende agricole ha meno di un ettaro di terreno, e il 64% arriva a 5 ettari; solo l’1,6% ha più di 100 ettari. Numeri insostenibili, spiega Antonio Onorati, uno dei coordinatori dell’Ari: «Con meno di 5 ettari è difficile far sopravvivere una famiglia, e comunque anche il lavoratore con un’azienda di 10 ettari di norma ottiene un valore tra i 15 e i 20 mila euro annui, che non fanno neanche un salario operaio, eppure per raggiungere questa cifra spesso il lavoro di una persona sola non basta. Allargarsi non è facile: la terra costa cara, sia da comprare che da affittare, e si trova in vendita solo su grandi appezzamenti. Costa tra i 35 mila e i 70 mila euro all’ettaro, 10 ettari sono incomprabili: ci vorrebbe una politica completamente diversa». Come quella che, nel 1958, portò agli espropri indennizzati dei latifondi non utilizzati. Ma all’orizzonte non c’è niente di questo genere: l’ultima legge di Bilancio ha anzi assestato l’ennesimo colpo agli agricoltori, privandoli dell’esenzione Irpef garantita da anni, e da governi di diverso colore politico, una decisione su cui Palazzo Chigi, dopo le proteste di questi giorni, potrebbe decidere di tornare indietro.
Gli agricoltori riuniti oggi e domani a Roma promuovono l’agroecologia, sono contrari all’uso dei fitofarmaci e contrarissimi all’introduzione degli Ngt, previsti da un regolamento che è sulla via per l’approvazione definitiva tra Bruxelles e Strasburgo. Per le organizzazioni agricole maggiormente rappresentative in Italia, Coldiretti, Cia e Confagricoltura, gli Ngt aiuteranno gli agricoltori a resistere al cambiamento climatico, mentre per Ari si tratta soltanto di Ogm di ultima generazione.
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Un terreno su cui si trova in perfetto accordo con i “Comitati riuniti agricoli-agricoltori traditi”, la sigla sotto la quale si riconoscono gli agricoltori che nell’ultimo mese hanno invaso le strade per rivendicare nei confronti di Bruxelles, ma anche di Palazzo Chigi, il diritto a un’agricoltura più a misura di piccoli produttori: «E chi li vuole? - chiede Danilo Calvani, riconosciuto come una delle figure di riferimento del movimento, che non accetta bandiere di nessun tipo, né politiche né sindacali - Noi in Italia vantiamo un’eccellenza produttiva, gli Ngt possono solo danneggiarci». Come i tanti agricoltori che protestano in questi giorni, Calvani, ex leader dei “forconi”, contesta anche l’operato delle grandi organizzazioni agricole: «Fino a 15 anni fa facevo parte di Coldiretti, ne sono uscito quando sono arrivati gli accordi con il Marocco, il Green Corridor. Adesso si parla di Mercosur. A noi si imponevano, e si continuano a imporre, regole molto rigide di produzione, ma su quello che arriva in Italia, in concorrenza con i nostri prodotti, non ci sono regole, possono usare pure pesticidi dannosi per la nostra salute. Così ci distruggono, questa non è concorrenza».
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I piccoli produttori chiedono anche una Pac più sostenibile, che distribuisca i contributi non più solo sulla base degli ettari, penalizzando ancora una volta chi ne ha di meno, ma in proporzione spende di più. Completano il mosaico delle proteste di questi giorni i “contoterzisti”: coltivano la terra di altri, ma non godono delle stesse agevolazioni degli agricoltori. Ma negli ultimi anni sono stati danneggiati nella stessa misura dagli aumenti stellari dei prezzi del gasolio, dei fertilizzanti e delle materie prime.