Candidata alle Europee ma non da capolista. I giorni difficili di Schlein a un anno dalle primarie
di Stefano CappelliniCandidata ovunque alle Europee ma non da capolista, o comunque non in tutte le circoscrizioni. Questa potrebbe essere la sorprendente mossa di Elly Schlein per risolvere almeno uno dei tanti problemi che affliggono il suo primo anniversario da segretaria del Partito democratico. Un compromesso, per raccogliere preferenze in tutto il Paese ma al tempo stesso lasciare la prima posizione in lista ad altri candidati autorevoli, che altrimenti potrebbero addirittura scegliere di non correre. Un nome su tutti: Stefano Bonaccini, il rivale sconfitto alle primarie che non è più sicuro di volersi candidare all’Europarlamento. Aveva dato disponibilità in autunno ma da settimane non sente Schlein, non che sia il solo tra i dirigenti dem. Nei giorni scorsi Bonaccini ha riunito la corrente per dare anche un segnale di insofferenza sulla linea politica del partito, considerata incerta su molte questioni, politica estera in testa, e sull’eccesso di remissività nei confronti delle aggressioni di Gius…
Candidata ovunque alle Europee ma non da capolista, o comunque non in tutte le circoscrizioni. Questa potrebbe essere la sorprendente mossa di Elly Schlein per risolvere almeno uno dei tanti problemi che affliggono il suo primo anniversario da segretaria del Partito democratico. Un compromesso, per raccogliere preferenze in tutto il Paese ma al tempo stesso lasciare la prima posizione in lista ad altri candidati autorevoli, che altrimenti potrebbero addirittura scegliere di non correre. Un nome su tutti: Stefano Bonaccini, il rivale sconfitto alle primarie che non è più sicuro di volersi candidare all’Europarlamento. Aveva dato disponibilità in autunno ma da settimane non sente Schlein, non che sia il solo tra i dirigenti dem. Nei giorni scorsi Bonaccini ha riunito la corrente per dare anche un segnale di insofferenza sulla linea politica del partito, considerata incerta su molte questioni, politica estera in testa, e sull’eccesso di remissività nei confronti delle aggressioni di Giuseppe Conte.
Schlein e l'alleanza con i 5 Stelle: "Se vogliamo essere un'alternativa alla destra, dobbiamo costruire delle convergenze"
Sono giorni difficili per Schlein. La leader si sente sotto assedio: Conte è ingestibile e attacca più il Pd che Meloni, metà partito ribolle e c’è anche chi sta già pensando al dopo, nella convinzione che la stagione della leader potrebbe non essere più molto lunga. Nella minoranza si fa spesso il nome del sindaco uscente di Bari, Antonio Decaro, che sarà a sua volta candidato a Strasburgo. Lo stesso Bonaccini, naturalmente, potrebbe tornare in corsa. La segretaria sa dei malumori e sa anche che i risultati delle scadenze elettorali previste da qui a giugno – quattro Regioni (Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Piemonte), Europee e quasi metà dei comuni – rischiano di indebolire la sua leadership o peggio. Per questo, del resto, è orientata a candidarsi anche se, a chi le chiede, continua a rispondere di non aver ancora deciso e che più importante è definire il quadro delle candidature. Schlein ha bisogno di una nuova legittimazione, al prezzo di trasformare le Europee in una sorta di primarie bis. La segretaria spera così anche di dimostrare che le fibrillazioni del Palazzo e lo scetticismo degli analisti non corrispondono all’umore degli elettori. Un buon risultato le serve per tacitare gli oppositori interni e comprare tempo. Chiaro quale sia il pericolo: un risultato del Pd scadente con Schlein in lista potrebbe diventare un inciampo irrecuperabile. La corsa personale della segretaria inevitabilmente alza l’asticella nella valutazione della percentuale che il Pd prenderà il 9 giugno. Basterà raggiungerà la soglia psicologica del 20 per cento per scavallare la tornata elettorale senza scossoni? Schlein è convinta di sì, anche perché i fedelissimi della segretaria ricordano da tempo che, quando si è insediata, i sondaggi davano il Pd sotto il 15 per cento, superato dal Movimento 5 Stelle. Sarebbe dunque su quel punto di partenza, più che sul 18 per cento preso da Enrico Letta alle Politiche, che andrebbe fatto il raffronto. D’altra parte, nel partito si ricorda che Nicola Zingaretti, preso il partito da Matteo Renzi in un momento di difficoltà simile alla staffetta Letta-Schlein, cioè dopo un altro 18 per cento alle Politiche del 2018, riuscì a portarlo oltre il 22 alle Europee dell’anno successivo. Numeri che al momento, stando ai sondaggi, sembrano irraggiungibili. In mezzo ci sono anche i responsi delle elezioni regionali: il centrosinistra rischia seriamente di perderle tutte. Si tratta di quattro Regioni già governate dalla destra, e questo sarà l’argomento usato per attenuare l’eventuale botta. Ma anche qui: basterà?
La candidatura di Schlein è insomma un azzardo, forse necessario per mettere una toppa a un anno in cui troppe cose sono andate diversamente da come aveva immaginato quando si era insediata alla guida dei dem con la famosa dichiarazione «non mi hanno vista arrivare». Sicuramente questi dodici mesi non sono serviti a dare una nuova e chiara identità al Pd, sospeso tra la novità mediatica della leadership e un corpaccione uguale a se stesso, e sarebbe comodo pensare che i problemi siano solo nel secondo. Si sono persi per strada pezzi al centro ma anche a sinistra, ultimo l’eurodeputato Massimiliano Smeriglio. Una parte della comunità dem addebita a Schlein di aver avviato un progressivo scivolamento verso posizioni grilline in politica estera, smorzando il sostegno convinto all’Ucraina. Di contro, la leader pensa di essersi mossa per tenere una linea più equilibrata tra le diverse sensibilità dell’elettorato dem, oltre che del partito, ma sempre preoccupandosi di tenere tutti insieme. Le si rimprovera anche una scarsa efficacia nella contrapposizione a Meloni, una lentezza di riflessi e di idee, mentre lei è sicura di aver impostato bene la polarizzazione dello scontro con la presidente del Consiglio e, anzi, spiega anche in questo modo le scalciate di Conte, nervoso in quanto marginalizzato dal duello al femminile.
Schlein si è pentita solo di non avergli risposto in tempo reale quando, seduta al fianco del leader 5S alla presentazione del libro di Roberto Speranza, non ha replicato alle accuse di «bellicismo». Ancora ieri, impegnata a L’Aquila per la campagna elettorale, ha risposto puntuta alla domanda: Conte a chi fa opposizione? «Dovreste chiederlo a lui... Spero di non essere l’unica tra i leader politici a sapere che nessuna delle forze politiche da sola è sufficiente per costruire l’alternativa alla destra». Il campo largo si può fare? «Basta volerlo», dice Schlein, suggerendo quale sia il problema dei potenziali alleati. L’opposizione è un campo di battaglia, veti incrociati tra ala destra e ala sinistra, persino il centro dilaniato dalla guerra tra Calenda e Renzi.
Una valutazione accomuna tutti, critici o no di Schlein: se il suo Pd sbanda, sarà comunque difficile rimetterlo in pista.