Nella testa dei complottisti: a Milano la mostra che simula la nascita delle fake news
di Matteo PucciarelliSi può fare una mostra filosofica sul complottismo, per comprenderne le ragioni e svelarne i meccanismi attraverso il gioco, creando così dei possibili anticorpi? Una mostra che funga insomma da “vaccino” contro la disinformazione? La Statale di Milano ci prova con un'esposizione – che apre al pubblico oggi e sarà visitabile fino al 22 febbraio – dove, va detto per prima cosa, l’approccio alla questione non è giudicante, o di irrisione; dove il complottismo è analizzato come l'effetto, la spia di un problema delle democrazie e non come un fenomeno alieno frutto di una specie di psicosi di massa.
Fake news e teorie del complotto
Quel che più conta di una fake news non è tanto e solo la sua falsità, quanto l'atteggiamento doloso di chi per primo la diffonde, si spiega nei pannelli introduttivi della mostra curata da Clotilde Calabi, Anna Ichino e Paolo Spinicci del Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti”. Le fake news classicamente complottiste - che sia il terrapiattismo o l’11 se…
Si può fare una mostra filosofica sul complottismo, per comprenderne le ragioni e svelarne i meccanismi attraverso il gioco, creando così dei possibili anticorpi? Una mostra che funga insomma da “vaccino” contro la disinformazione? La Statale di Milano ci prova con un'esposizione – che apre al pubblico oggi e sarà visitabile fino al 22 febbraio – dove, va detto per prima cosa, l’approccio alla questione non è giudicante, o di irrisione; dove il complottismo è analizzato come l'effetto, la spia di un problema delle democrazie e non come un fenomeno alieno frutto di una specie di psicosi di massa.
Fake news e teorie del complotto
Quel che più conta di una fake news non è tanto e solo la sua falsità, quanto l'atteggiamento doloso di chi per primo la diffonde, si spiega nei pannelli introduttivi della mostra curata da Clotilde Calabi, Anna Ichino e Paolo Spinicci del Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti”. Le fake news classicamente complottiste - che sia il terrapiattismo o l’11 settembre visto come complotto della CIA - hanno poi cinque tratti comuni: sono bastian contrarie per natura, sempre “contro” le verità ufficiali; creano spirali di sfiducia, quindi se si crede a una d'esse è facile credere anche ad altre; rifiutano il caso, riconducendo tutto alla volontà occulta di qualche potente; sono dilettantistiche e semplicistiche, cioè spesso sostenute da chi è privo delle competenze necessarie; e infine presentano un radicamento ostinato, perché nessuna evidenza contraria sembra capace di scalzarle.
Ma dietro la sfiducia che fonda il complottismo ci sono spesso «condizioni di effettiva ingiustizia, disuguaglianza e squilibri di potere a cui le istituzioni politiche e scientifiche non riescono a dare risposte adeguate», spiega Ichino. Ne cadono vittima più di frequente coloro che si sentono “i perdenti” della nostra società, coloro che di fatto si ritrovano penalizzati - ad esempio - da un sistema sanitario dove chi paga passa davanti, o da un'amministrazione pubblica poco trasparente ed efficiente.
Un confine labile
Qual è il confine tra il senso critico necessario per svelare le bugie sempre in agguato dei potenti, e lo sconfinamento nel pensiero paranoico? Per trovare il punto di equilibrio bisogna riconoscere i fattori caratteristici di una teoria del complotto e a tal fine la mostra mette a disposizione una vera e propria “Cucina Complottista”. Da tre barattoli diversi si prendono gli ingredienti di base: agenti, azioni e obbiettivi, che mescolati tra loro danno una teoria fatta e finita. Si tratta di un gioco, ma funziona. Esempio di agenti: “i vertici della Cia”, “gli immigrati”, “le grandi banche”; esempio di azioni: “diffondono malattie pericolose”, “progettano un attentato”, “riducono alla miseria i piccoli investitori”; esempio di obiettivi: “per diventare i più potenti”, “per renderci tutti più remissivi”, “per generare caos”. E allora, i vertici della Cia-diffondono malattie pericolose-per generare caos; oppure, gli immigrati-progettano un attentato-per diventare i più potenti. Insomma, combinazioni possibili e fantasiose che però suonano così familiari. Generalizzazioni, scenari spaventosi e inquietanti, scopi generici e inafferrabili, ecco il brodo primordiale di una teoria del complotto. Cosa ben diversa da un puntuale e specifico lavoro di controinformazione.
Il kit del complottista
Una trentina di studenti di Filosofia faranno da guida tra le installazioni, che comprendono anche un’opera artistica di Fabrizio Dusi e il gioco “Glitter”: una versione di Twitter creata da Diego Tarantola su cui i visitatori saranno invitati a scatenare la loro fantasia complottista. Per farlo, avranno a disposizione un “Kit del Complottista”: carte di colori diversi che stanno per “sfiducia”, “bias cognitivi”, “bisogni psicologici”, “fallacie argomentative” e “strategie comunicative” – un mix di fattori che trasformano il complottista nella prima vittima di se stesso e al contempo in un agente propagatore di sospetti e dubbi generici su qualsiasi argomento. «Non sempre per altro chi diffonde le teorie del complotto la fa perché ci crede; spesso il punto è piuttosto segnalare la propria appartenenza a un certo gruppo – il gruppo di chi “ha aperto gli occhi”, di chi non si accoda alle versioni ufficiali», osserva ancora Ichino.
Gli studi attorno alla mostra, a cui hanno lavorato anche Stefano Ballerio della facoltà di Lettere, Giulia Bistagnino di Scienze Politiche e Lisa Bortolotti dell'Università di Birmingham, non si soffermano sugli impresari del complotto, cioè su chi progetta e guadagna (che sia consenso, che sia la ricerca di una nicchia di mercato) grazie alle verità alternative; ma su chi cade nella rete e perché. Dopodiché se può consolarci, il tema è vecchio secoli. Non a caso la mostra ospiterà anche una “Biblioteca Complottista” per esplorare le forme che il fenomeno ha assunto nella storia: dal caso Dreyfus alla peste nei Promessi Sposi, la lista è lunga e i meccanismi della mente umana, antica e moderna, assai simili tra loro. Quindi siamo avvertiti, tutti possiamo cascarci; ma anche consolati, dopotutto la ricerca di un senso compiuto è un bisogno primario, da sempre.