Ambiguità a 5 Stelle: l’opposizione populista che sa poco di sinistra
di Carlo GalliGiuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa)
(ansa)Nel sistema politico italiano sono presenti tre destre. Quella liberista di FI; quella regionalista nordista della Lega; quella nazional-populista di FdI. Sono diverse quanto a ispirazione ideologica, a target sociali, e a propensioni geopolitiche; afferiscono a tre diversi raggruppamenti nel Parlamento europeo; non si vogliono bene ma collaborano, stando al governo, pur lottando continuamente per definire i reciproci spazi di potere.
Ma non sono presenti due sinistre. L’opposizione parlamentare - Pd e M5S - è tanto divisa che in realtà è meglio parlare di due opposizioni, distinte e distanti, anche se a volte convergenti nel voto contrario alle proposte del governo e delle destre. Diverse le basi elettorali: concentrata in alcune regioni dove è ancora una realtà maggioritaria, e in quel che resta del ceto medio riflessivo, quella del Pd; più giovanile e diffusa nel Paese, soprattutto nel Sud, quella del M5S. Diverse le genealogie ideologiche: il Pd è una forza di centrosinistra in …
Nel sistema politico italiano sono presenti tre destre. Quella liberista di FI; quella regionalista nordista della Lega; quella nazional-populista di FdI. Sono diverse quanto a ispirazione ideologica, a target sociali, e a propensioni geopolitiche; afferiscono a tre diversi raggruppamenti nel Parlamento europeo; non si vogliono bene ma collaborano, stando al governo, pur lottando continuamente per definire i reciproci spazi di potere.
Ma non sono presenti due sinistre. L’opposizione parlamentare - Pd e M5S - è tanto divisa che in realtà è meglio parlare di due opposizioni, distinte e distanti, anche se a volte convergenti nel voto contrario alle proposte del governo e delle destre. Diverse le basi elettorali: concentrata in alcune regioni dove è ancora una realtà maggioritaria, e in quel che resta del ceto medio riflessivo, quella del Pd; più giovanile e diffusa nel Paese, soprattutto nel Sud, quella del M5S. Diverse le genealogie ideologiche: il Pd è una forza di centrosinistra in cui si incrociano personalismo cristiano e socialdemocrazia moderata, e in quanto erede (ormai lontano) della Dc e del Pci esprime un ceto politico vasto e ridondante, conforme al sistema istituzionale del Paese e alla sua collocazione europea e occidentale.
Il M5S nasce invece come movimento di protesta populista contro le anomalie, le difficoltà, le contraddizioni del “sistema”. Animato da rabbioso spirito anti-casta, anti-politico e anti-partitico, molto critico verso le istituzioni - il suo intento era di aprire il Parlamento come una scatola di tonno -, ha nel proprio albero genealogico l’Uomo Qualunque di Giannini, in versione più verbalmente aggressiva. Oggi, passati più di dieci anni dalla sua prima grande affermazione elettorale nel 2013, esprime richieste di protezione sociale individuale, al limite dell’assistenzialismo, diffuse in prevalenza nella realtà meridionale.
Il M5S in quanto forza populista è esterno alla bipartizione spaziale della politica moderna - la polarità destra/sinistra, con le relative contrapposizioni valoriali -. E infatti ha governato tanto con la Lega quanto con il Pd quanto con Draghi, promuovendo provvedimenti - fra i quali sono emblematici il reddito di cittadinanza e il superbonus 110% - orientati a soddisfare bisogni particolari, non riferibili a quadri generali ideologici né a compatibilità economiche sistemiche.
Anche la collocazione internazionale è meno chiara di quella del Pd. Meno occidentalista e atlantico, il M5S è fautore della “pace prima di tutto” in Ucraina e in Israele, il che implica una notevole distanza dalla linea dura antirussa e filo-ebraica che il Pd (e FdI) hanno assunto in merito ai due conflitti. E anche verso la Cina la politica del M5S è stata più dialogante e aperturista di quella che oggi prevale in Occidente. La stessa reticenza di Conte sulle sue preferenze riguardo le elezioni presidenziali americane da una parte risponde a una elementare prudenza politica - con il presidente Usa, Biden o Trump che sia, un politico italiano di primo piano deve prima o poi collaborare - ma dall’altra parte implica indifferenza rispetto a due scenari, molto diversi in realtà fra loro, di sviluppo delle relazioni strategiche tra Nord America e Europa: semi-isolazionismo probabile, nel caso di una vittoria del repubblicano, e collaborazione tradizionale se prevale il democratico.
È come se i grandi quadri strategici entro i quali si sviluppano le politiche concrete che tanto interessano il M5S non avessero in fondo molta importanza. Come se la politica si fermasse alla tattica, al “particolare”, al contingente. Come se questo particolarismo fosse elevato a norma universale, a strategia. Le bussole della destra e della sinistra in questo caso non indicano nessuna rotta, non servono. Il M5S vive nella contingenza, si nutre delle molteplici difficoltà che costellano la vita politica e sociale dell’Occidente in crisi. Le assorbe e non le inquadra in alcun sistema d’idee, ma se ne serve per alimentare risentimenti a cui promette soddisfazioni contingenti. Non ha bisogno di congressi e di messe a punto ideologiche: cresce con il crescere dei problemi del popolo.
Non c’è paradosso in questo: la forza numerica del M5S - insieme ai grandi numeri dell’astensione - nasce da una difficoltà profonda, strutturale, della nostra democrazia: un disagio, una riluttanza, davanti alla necessità di condividere l’impalcatura sistemica, istituzionale e valoriale, di un sistema democratico, di non interpretarla come ipocrita copertura di interessi di casta e per reazione come occasione per occuparsi solo dei propri problemi e interessi privati, per una fuga dal pubblico, o per una sua interpretazione riduttiva.
Anche per questo il M5S è una forza politica difficile da stringere in una collaborazione sistematica. E infatti il Pd è diviso anche su questo, fra chi pensa che dopo tutto si tratti di un alleato utile perché può essere portato a condividere ogni linea politica e chi invece lo ritiene troppo ondivago e disincantato per essere socio affidabile in un percorso di grande respiro. Si tratta di un dilemma che dovrebbe trovare soluzione alle prossime elezioni regionali e soprattutto alle elezioni politiche. È evidente, infatti, che solo una credibile alleanza fra le due opposizioni - dunque non un accordo tardivo e improvvisato sotto la pressione della necessità - potrebbe riequilibrare il sistema politico e impedire che la marcia delle destre si concluda con una presa del potere a tempo indeterminato. Ma non è detto che ciò che è evidente sia anche realizzabile.