ROMA — È un assedio in contumacia, il sit-in promosso dal Pd sulla libertà di informazione minacciata dalle destre. Vuoto il palazzone a vetri che affaccia su Viale Mazzini. Assenti i vertici Rai, tutti in trasferta a Sanremo. Sbarrato il cancello a protezione del cavallo morente.
Ma alle centinaia di militanti e comuni cittadini venuti a protestare sotto la sede della Tv di Stato importa poco chi c’è dentro: l’importante è quello che sta succedendo fuori, nel giardinetto lì davanti, riempito alla fine con le strofe di Bella ciao che è il canto della Resistenza. Interessa il messaggio che Elly Schlein urla a gran voce, sulla panchina improvvisata a palco da comizio: «Basta con TeleMeloni, basta col servizio pubblico svilito a propaganda del governo, basta attacchi al giornalismo d’inchiesta».
Poteva essere un flop l’adunata convocata dalla segretaria dem proprio nei giorni del Festival. Quante ironie sul mancato tempismo. Quante defezioni: Conte che si smarca per poter contrattare meglio posti e poltrone; Carlo Calenda che dice «io i sit-in li facevo a 14 anni». E invece, alle sette della sera, sono oltre 400 a contestare la «deriva ungherese» di Giorgia Meloni che, ricorda Beppe Giulietti, uomo Rai di lungo corso e ora leader di Art.21, è «il presidente del Consiglio che ha scagliato più querele bavaglio contro scrittori, giornalisti, commentatori, vignettisti». Venti volte di più dei 23 giornalisti UniRai, il neo-sindacato interno di destra, radunati un’ora prima in presidio per «fermare gli attacchi contro di noi». Un’operazione di disturbo durante la quale, a un certo punto, spunta pure il rossobruno Marco Rizzo, che poi spedisce un suo scagnozzo al sit-in delle opposizioni a gridare «vergogna, la destra sta facendo quello che per anni ha fatto il Pd». Subito costretto a ripiegare: «Buffone, tornatene a casa».
Schlein però non ci fa caso. Felice per la riuscita dell’iniziativa, ringrazia chi ha deciso di esserci: +Europa, Avs, i socialisti e soprattutto Italia viva. A sorpresa, incurante dei rischi (e dei possibili fischi), Maria Elena Boschi afferra il microfono e, «anche se non sempre siamo d’accordo su tutto», sposa «la scelta forte, libera e coraggiosa» della leader pd, con la quale alla fine scambia abbracci e baci. «La Rai sta diventando la cassa di risonanza di un governo di pistoleri e cognati che rende il Paese più debole e insicuro», incalza la renziana. «Difendere la Rai vuol dire difendere le istituzioni, perché sia la Tv dello Stato e non dell’esecutivo».
Uno slancio subito ricambiato: «Sappiamo che le differenze ci sono, ma è tempo di unire le forze e perciò oggi prendiamo un impegno: bisogna riformare la Rai e renderla indipendente dai partiti. Ci lavoreremo insieme», promette Schlein. Segue un lungo elenco di titoli e servizi «vergognosi» passati sul Tg1: «La cerimonia al Verano di Gioventù nazionale, movimento di FdI, elevato a evento politico-culturale: ma si può utilizzare la rete ammiraglia per fare revisionismo? I mille euro al mese per i pensionati, accostati alla data delle Europee. Gli spaghetti spaziali di Lollobrigida dati prima del discorso del presidente Mattarella nel giorno della Memoria. A cui si sommano gli attacchi alla libertà di stampa, a Report, a Repubblica. Hanno instaurato una gestione proprietaria del servizio pubblico e si vede dagli ascolti».
La piccola folla applaude. Tra tanti parlamentari — Zingaretti, Verini, Furfaro — spuntano anche Daria Bonfietti e Sigfrido Ranucci. Che scandisce: «Io e la mia squadra siamo sempre stati liberi, ma se non si fa una riforma non si va da nessuna parte. L’unico editore è chi paga il canone». Resta giusto un piccolo problema: convincere Giorgia Meloni.