Al Senato l’opposizione blocca Nordio: slitta a martedì il voto finale su abuso d’ufficio e bavaglio alle intercettazioni
di Liana MilellaROMA - Sono le 11 e 46 minuti quando il Guardasigilli Carlo Nordio fa il suo ingresso nell’emiciclo del Senato e va sedersi sul banco del governo, per due giorni “abitato” dal solo vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. “Ola” ironiche partono dal Pd e da M5s. Ecco la dem Anna Rossomando, “diamo il benvenuto finalmente al ministro della Giustizia che assiste ai nostri lavori, visto che stiamo discutendo di una riforma che porta il suo nome...”. Ironica Ada Lopreiato di M5S, “Signor ministro, sono qui…” e fa cenno a Nordio che evidentemente non la vede, “colgo l'occasione della sua presenza per fare una sintesi su più emendamenti, perché ho il timore che scappi via e non mi possa ascoltare su tutte le illustrazioni”.
Eh già, questo è il clima dei rapporti tra Nordio e l’opposizione che gli sta dando filo da torcere. Eppure quello in discussione è proprio il suo unico disegno di legge in 15 mesi di governo. Tante parole, ma nel carnet del ministro della Giustizia ci sono so…
ROMA - Sono le 11 e 46 minuti quando il Guardasigilli Carlo Nordio fa il suo ingresso nell’emiciclo del Senato e va sedersi sul banco del governo, per due giorni “abitato” dal solo vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. “Ola” ironiche partono dal Pd e da M5s. Ecco la dem Anna Rossomando, “diamo il benvenuto finalmente al ministro della Giustizia che assiste ai nostri lavori, visto che stiamo discutendo di una riforma che porta il suo nome...”. Ironica Ada Lopreiato di M5S, “Signor ministro, sono qui…” e fa cenno a Nordio che evidentemente non la vede, “colgo l'occasione della sua presenza per fare una sintesi su più emendamenti, perché ho il timore che scappi via e non mi possa ascoltare su tutte le illustrazioni”.
Eh già, questo è il clima dei rapporti tra Nordio e l’opposizione che gli sta dando filo da torcere. Eppure quello in discussione è proprio il suo unico disegno di legge in 15 mesi di governo. Tante parole, ma nel carnet del ministro della Giustizia ci sono solo questi nove articoli - sì, sono proprio solo nove - che hanno già richiesto tre giorni d’aula e che saranno votati solo martedì prossimo, nel pomeriggio.
Pietra tombale sull’abuso d’ufficio. Il mondo dei giuristi lo critica, il procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo gli ha detto di non farlo, i più importanti procuratori d’Italia sono contrari, ma lui insiste sul reato “evanescente”. Non solo. Perché i nove articoli contengono altre “zeppe” sulla macchina della giustizia. Alcune - e assai gravi e a rischio di costituzionalità come la stretta sull’Appello - appena votate. A nulla sono valsi gli insistenti tentativi dell’opposizione di fermare Nordio e la maggioranza. Che, sulla giustizia, si poggia sul pieno e incondizionato sostegno di Forza Italia, che via via sta ottenendo le riforme che non riuscirono a Silvio Berlusconi. Prova ne è proprio lo stop alla possibilità per il pubblico ministero di presentare appello per i reati sotto i quattro anni. E poi la stretta sulle intercettazioni, che i giornalisti non potranno pubblicare se non sono contenute negli atti dei giudici, e comunque fino al processo. E ancora l’interrogatorio obbligatorio dell’imputato prima di procedere all’arresto per i reati fino a quattro anni. Vedremo come l’ex pm Roberto Scarpinato, oggi senatore di M5S, lo considera solo un modo per agevolare gli indiziati di reati contro la pubblica amministrazione. E infine il miraggio del gip collegiale - tre giudici per decidere sulla richiesta d’arresto del pm - in un’Italia senza giudici. “Ne mancano 1.500…” dice Scarpinato. Dimostrano che è una riforma assurda Rossomando e il collega dem Alfredo Bazoli, ma la maggioranza segue Nordio nel baratro.
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Già reduci da un inizio di mattinata al fulmicotone, perché il capogruppo del Pd Francesco Boccia, con parole durissime, attacca il presidente della prima commissione per gli Affari costituzionali, il meloniano Alberto Balboni, visto che il giorno prima ha alzato i toni e perfino gridato contro l’opposizione “colpevole” - sulla riforma del premierato - di aver chiesto tempi più lunghi alla luce delle nuove modifiche introdotte e soprattutto di avere negato, come dice il costituzionalista Andrea Giorgis, anche l’audizione di altri costituzionalisti. Ovviamente richieste del tutto ignorate, perché l’obiettivo è solo quello di fare in fretta. "Ho già scritto al presidente La Russa per il giurì d'onore. Io non ho mai detto 'qui comando io'", ha protestato Balboni respingendo le accuse.
L’interrogatorio prima dell’arresto
Ebbene, superato il voto sull’abuso d’ufficio, l’esame del testo va avanti in fretta, nonostante le pressioni di Pd e M5s che insistono nel bocciare una dopo l’altra le novità di Nordio. Come l’obbligo dell’interrogatorio prima dell’arresto. Che Bazoli contesta facendo prima una premessa sull’assenza del ministro: “Mi rammarico molto che non abbia mai sentito la necessità di venire in aula o in commissione, quantomeno ad ascoltare, se davvero ritiene che questo provvedimento che porta il suo nome sia importante. Forse lo considera anche lui un ddl che non porterà di fatto alcun beneficio e non avrà alcun impatto sulla nostra giustizia. E quindi si capisce perché preferisce non metterci troppo la faccia”.
Quanto al merito Bazoli lo stronca: “Bisogna evitare che l'interrogatorio di garanzia diventi un grimaldello per cui la misura risulti impossibile in quanto previene la possibilità di una sua applicazione”. E ancora: “Noi abbiamo proposto una serie di emendamenti, anche sulla scorta delle indicazioni che ci sono venute da autorevoli figure, come il procuratore antimafia Melillo che suggeriva di escludere almeno alcune fattispecie di reato”. Tutto caduto nel nulla.
Poi tocca a Scarpinato che bolla l’idea stessa come “una schifezza”. E parla di “un trattamento differenziato e privilegiato per la ristretta categoria degli indagati per i delitti commessi senza violenza, ossia tipicamente quelli propri dei colletti bianchi, gli atti di corruzione, di riciclaggio, gli illeciti finanziari, i reati di bancarotta e altri. Grazie a questa riforma, l'ordinanza di custodia cautelare non potrà più essere eseguita subito se sussiste il rischio di reiterazione di reati della stessa specie. Dovrà essere sospesa e notificata all'indagato almeno cinque giorni prima della sua esecuzione, con il contemporaneo deposito in cancelleria di tutti gli atti di indagine. Solo dopo il giudice potrà procedere all'interrogatorio dell'indagato sempre in stato di libertà”.
Una procedura chiaramente a favore di chi potrebbe aver commesso un reato. Chiosa ancora Scarpinato: “Se l'indagato deve essere avvisato in anticipo della richiesta di una misura cautelare e per di più ci deve essere la discovery di tutti gli atti, si crea il pericolo, magari prima inesistente, che lui si dia alla fuga o che lui o i suoi complici ancora non individuati e per i quali le indagini sono in corso facciano sparire il bottino o documenti essenziali, oppure intimidiscano e corrompano i testimoni”. E questa puntigliosa descrizione fatta dall’ex pm di Palermo rende assai bene le conseguenze della riforma Nordio.
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Critiche altrettanto dure, sia del Pd che di M5S, riguardano la decisione di sopprimere il processo d’appello per i reati fino a quattro anni. Ecco Bazoli, “Stiamo parlando di una intervento che ha un effetto molto limitato perché le impugnazioni dei pubblici ministeri contro le sentenze di proscioglimento sono l'1,4% del totale. L'effetto deflattivo è poco più di zero, tanto per essere chiari. Ma la riforma si presta ancora a obiezioni di costituzionalità”. Bocciatura netta anche da Scarpinato: una riforma “irragionevole da tutti i punti di vista”. E ancora “in contrasto con ogni elementare senso comune ritenere che il giudice di primo grado possa commettere degli errori quando condanna l'imputato e non sbagli mai quando invece lo assolve”. È qui ovviamente partono gli applausi. Mentre Ivan Scalfarotto di Italia viva si spinge a chiedere di vietare l’Appello “per tutte le sentenze di assoluzione di primo grado”, con questa motivazione: “Se un tribunale, nonostante la preponderanza di mezzi dell'accusa, ha prosciolto un imputato in primo grado, come si può considerare un’eventuale condanna in Appello 'oltre ogni ragionevole dubbio'? Il dubbio rimarrà sempre". E qui sicuramente la Consulta avrebbe da ridire…
Magistrati in servizio oltre 70 anni
Lo ripropone Julia Unterberger delle Autonomie. Far restare in servizio le toghe oltre i 70 anni. È un tormentone che si ripresenta di continuo. Il governo dice no, e altrettanto afferma la presidente della commissione Giustizia la leghista Giulia Bongiorno, che parla di un no netto della quinta commissione per il Bilancio. Ma il dem Walter Verini dice a Nordio, che in quel momento non è ancora arrivato a palazzo Madama, che “è opportuno che vi sbrighiate a trovare modi corretti e sostenibili costituzionalmente per accelerare l'ingresso di magistrati in servizio, così da poter svolgere i loro compiti per una durata ragionevole dei processi”. E in quel richiamo alla Costituzione c’è il chiaro riferimento all’ipotesi che il governo possa lanciare un concorso speedy per le sole toghe onorarie, con una sola prova scritta, bocciato senza appello stavolta da tutta la magistratura.
Tutti assieme per un nuovo carcere
E quando si parla di carcere il governo diventa improvvisamente buonista. Tutta l’opposizione - ancora Rossomando, Bazoli, Verini, Lopreiato - chiede molte misure, e anche un congruo sostegno economico, per assumere psicologi, per togliere i bambini dalle galere, per creare un fondo per le case protette. Tocca alla Bongiorno chiedere di trasformare gli emendamenti in altrettanti ordini del giorno perché “i problemi del carcere interessano a tutti noi“. E su questo il presidente del Senato Ignazio La Russa, che nel frattempo è arrivato a presiedere l’Aula, chiude il dibattito sul ddl Nordio. E passa la parola a Tajani sul caso Salis. E Nordio si palesa davanti ai giornalisti e dà la “notizia” che per il suo ddl se ne riparla martedì. Tutta colpa dell’opposizione.