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Da Lucca a Varese alla Magliana, dilaga il saluto romano sdoganato dalla Cassazione

Piazze, scuole, stadi, persino municipi: dalla sentenza del 18 gennaio, interpretata come un “liberi tutti”, si moltiplicano gli episodi
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Non è passato nemmeno un mese, ma gli effetti sono già plasticamente visibili: e sembra di assistere a qualcosa di simile a un “tana liberi tutti”. In un clima da laissez-faire. Il saluto romano, dal 18 gennaio, sta dilagando in Italia. Piazze, scuole, stadi; persino municipi, come accaduto a Varese sabato scorso in occasione del matrimonio nero di un militante dei neonazisti Do.ra. - ad officiare il rito civile, con tanto di fascia tricolore, c’era il capo del gruppo (condannato per apologia di fascismo e odio razziale). Che succede? Semplice. Ciò a cui stiamo assistendo pare la conseguenza, prevedibilissima, e dunque “non impazzita”, della sentenza con cui la Cassazione, tre settimane fa, ha stabilito che il braccio teso caro a Mussolini e a Hitler costituisce reato ma solo se e quando nel contesto in cui viene fatto c’è il concreto rischio di ricostituzione del disciolto partito fascista. Rischio che, nelle commemorazioni, generalmente non sussiste. Il pronunciamento dei giudici er…

Non è passato nemmeno un mese, ma gli effetti sono già plasticamente visibili: e sembra di assistere a qualcosa di simile a un “tana liberi tutti”. In un clima da laissez-faire. Il saluto romano, dal 18 gennaio, sta dilagando in Italia. Piazze, scuole, stadi; persino municipi, come accaduto a Varese sabato scorso in occasione del matrimonio nero di un militante dei neonazisti Do.ra. - ad officiare il rito civile, con tanto di fascia tricolore, c’era il capo del gruppo (condannato per apologia di fascismo e odio razziale). Che succede? Semplice. Ciò a cui stiamo assistendo pare la conseguenza, prevedibilissima, e dunque “non impazzita”, della sentenza con cui la Cassazione, tre settimane fa, ha stabilito che il braccio teso caro a Mussolini e a Hitler costituisce reato ma solo se e quando nel contesto in cui viene fatto c’è il concreto rischio di ricostituzione del disciolto partito fascista. Rischio che, nelle commemorazioni, generalmente non sussiste. Il pronunciamento dei giudici ermellini aveva fatto esultare i gruppi neofascisti, in primis CasaPound, ovvero gli organizzatori della controversa parata di Acca Larentia. “Continueremo a farlo”, aveva promesso il portavoce del movimento Luca Marsella. Parole che, se rilette contestualmente al comunicato provvisorio della Cassazione, non solo lasciano intendere in modo chiarissimo come ha deciso di regolarsi, e lo sta facendo, l’ultradestra organizzata. Ma disegnano anche la traiettoria di un trend preoccupante. La “normalizzazione” di un rituale che evoca direttamente la violenza del regime fascista e nazista. E la tacita abrogazione della legge Scelba.

Chi aveva ipotizzato e paventato il rischio di una moltiplicazione di saluti romani – chiamiamoli nazifascisti – magari con il pretesto sempre più strumentale della “finalità commemorativa”, non esagerava. Anzi. Da quello che le cronache raccontano si può dire che si stia andando persino oltre. Inteso: oltre le “commemorazioni”. Mentre il relatore è intento a scrivere le motivazioni della sentenza delle Sezioni Unite, la lettura il 18 gennaio della sentenza sui saluti romani del 2016 a Milano in ricordo del militante del Fronte della Gioventù Sergio Ramelli ha generato, come non era difficile immaginare, una sorta di sdoganamento. Basato sul presupposto (sbagliato) della pretesa totale liceità del braccio teso. Braccio teso che, nella liturgia dei camerati, si accompagna – durante le commemorazioni appunto – al lugubre rito neofascista del “presente”. Il principio dell’applicazione della legge Scelba (che vieta il tentativo di riorganizzare il partito fascista) deciso dai giudici si è prestato a un’ambiguità di fondo e a una strumentalizzazione. In quello spazio aperto da un pronunciamento lasco – riassumibile nella sintesi semplificatoria: il saluto romano è reato ma non alle commemorazioni – ci si sono infilati alla grande quelli che non vedono l’ora di un bel via libera. E che adesso sembrano cibarsi dei divieti ammorbiditi.

Un matrimonio non è una commemorazione. Eppure sabato scorso a Palazzo Estense, Municipio di Varese, sono andate in scena le nozze in stile naziskin: il militante dei nazionalsocialisti varesotti Do.ra dopo essersi unito alla sposa è uscito sul balcone e ha fatto il saluto romano; e lo stesso hanno fatto gli invitati ovvero una cinquantina di militanti e il capo Alessandro Limido a cui è stato permesso di celebrare il rito civile con indosso la fascia simbolo della nostra Repubblica democratica nata dall’antifascismo. A Lucca dei cittadini che passeggiavano coi loro cani sugli spalti delle mura si sono imbattuti in una ventina di ultrà che marciavano compatti in fila militare verso lo stadio (partita Lucchese-Spal, serie C) tra braccia tese, “presente” e petardi da far saltare i timpani. Alla Magliana, periferia romana, i militanti di Blocco Studentesco – la giovanile di CasaPound – hanno fatto irruzione sugli spalti durante la partitella di calcio tra due licei della capitale: prima il saluto fascista e i “boia chi molla”, poi, armati di catene, bastoni e una pistola scacciacani, hanno iniziato una caccia agli studenti antifascisti. I nipotini del duce hanno perso ogni pudore. Si esibiscono nelle scuole come se fossero curve degli stadi: posture e rituali sono gli stessi. Sabato il ricordo dei martiri delle foibe è destinato a prestarsi al “giochino” caro ai gruppi neonazifascisti. A Varese è in programma una commemorazione che vedrà in piazza, tutti insieme sotto la sigla del “Comitato spontaneo 10 febbraio Varese”, le più importanti sigle nere. Con quali modalità “commemoreranno”, alla luce della sentenza della Cassazione?

Chi si ostina a dire che il fenomeno, essendo marginale (sempre meno), non è spaventoso, ragioni sulla chiosa con cui il leader dei Do.ra neonazi ha replicato alle polemiche e al coro di indignazione seguito al matrimonio dei saluti romani a Palazzo Estense. “Una giornata bellissima, tutto alla luce del sole”. Il riferimento, ovviamente, era alle braccia tese sul terrazzo e in cortile. Di fronte ai cittadini sbalorditi che passeggiavano nei Giardini della città in una tranquilla giornata di sole.

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