Tatarella 25 anni dopo: da Mattarella l’omaggio a una destra dialogante
di Concetto VecchioROMA — Non potevano essere più diversi, nel temperamento, Pinuccio Tatarella e Sergio Mattarella. Tatarella finiva ogni pranzo con la camicia medagliata di schizzi di sugo, sudava e fumava, era così distratto che appoggiava il gomito nel posacenere, regalava le friselle agli avversari, faceva baldoria con La Russa fino a notte fonda, «ti frega e ti vuole vedere contento», disse di lui Tommaso Staiti di Cuddia. Anche politicamente erano nadir e zenit. Eppure la politica fece il miracolo di un’affettuosa consonanza, e ora il presidente della Repubblica è seduto in prima fila, in sala Koch, al Senato, stracolma di uomini di destra.
Sono passati venticinque anni dalla sua morte — se ne andò giovane a 64 anni — e i meloniani lo celebrano come il padre che li sdoganò. Gli hanno pure dedicato un francobollo. Si vedono facce che non s’incontrano più, i finiani Bocchino, Briguglio, Nania, Scopelliti; Gianfranco Fini: «Meloni a palazzo Chigi è il sogno di Pinuccio che si avvera»; i parlamentari…
ROMA — Non potevano essere più diversi, nel temperamento, Pinuccio Tatarella e Sergio Mattarella. Tatarella finiva ogni pranzo con la camicia medagliata di schizzi di sugo, sudava e fumava, era così distratto che appoggiava il gomito nel posacenere, regalava le friselle agli avversari, faceva baldoria con La Russa fino a notte fonda, «ti frega e ti vuole vedere contento», disse di lui Tommaso Staiti di Cuddia. Anche politicamente erano nadir e zenit. Eppure la politica fece il miracolo di un’affettuosa consonanza, e ora il presidente della Repubblica è seduto in prima fila, in sala Koch, al Senato, stracolma di uomini di destra.
Sono passati venticinque anni dalla sua morte — se ne andò giovane a 64 anni — e i meloniani lo celebrano come il padre che li sdoganò. Gli hanno pure dedicato un francobollo. Si vedono facce che non s’incontrano più, i finiani Bocchino, Briguglio, Nania, Scopelliti; Gianfranco Fini: «Meloni a palazzo Chigi è il sogno di Pinuccio che si avvera»; i parlamentari al gran completo, dei nuovi dirigenti ci sono Donzelli, i ministri Urso e Sangiuliano, Meloni è in Abruzzo, omaggiatissimo Pippo Marra, che lo aiutò a farsi strada nella Roma del potere eterno; Paolo Petrecca, direttore di Rai News24 assiste addirittura a entrambe le cerimonie: una precedente, in sala Maccari). Ognuno ha un aneddoto da raccontare, Sangiuliano dice che ha conservato sullo smartphone il suo numero di cellulare. E si ha ancora una volta la prova che le vittorie uniscono e le sconfitte dividono.
Ma Tatarella era più che temperamento. Era «il ministro dell’Armonia», l’architetto del centrodestra moderno che Stefano Folli, editorialista di questo giornale, descrive bene dal tavolo dei relatori: «Una destra normale, europea. Era un nazionalista, ma non di un nazionalismo folkloristico. Per dare un assetto di sistema alla nuova Repubblica occorreva la legittimazione degli schieramenti». E oggi? Meloni sembra tornata indietro, Tatarella guardava avanti: «Io non sono fascista!» giurava. E su questo terreno comune, lavorando alla legge elettorale poi chiamata Mattarellum, che Tatarella e Mattarella si trovarono. (Per inciso anche Tatarella ha la sua legge, per le Regionali: il Tatarellum). «Uomo di dialogo, non di consociazione», disse una volta Luciano Violante. «Uomo delle istituzioni», aggiunge Folli. Il suo metodo, Antonio Polito, lo sintetizza in tre parole: «Ascolto, rispetto e mediazione». «Era pro Europa», sottolinea Maurizio Belpietro. E quindi si capisce perché Mattarella è qui.
Esagerato nelle passioni («Italo, ti ricordi quando ti voleva strozzare?», dice La Russa a Bocchino), eccessivo («io alle sette di sera faccio merenda»), passava le notti a passeggiare per ordinare le idee, amava discutere con i giornalisti di sinistra. Cresciuto a Cerignola, e perciò detto “il Richelieu di Cerignola”, furbo, abile, popolare, Pinuccio all’inizio era soltanto il figlio di un ciabattino. Aveva ammirazione per un’altra grande figura della sua città: Giuseppe Di Vittorio, comunista. Si favoleggiava che andasse a sentirlo ai comizi. «Ha esercitato un certo fascino su di me», ammise una volta con Stefano Di Michele, allora all’Unità, che poi ne fece un libro, Mal di destra. «Una destra non nostalgica, moderna e democratica, che facesse la storia», sintetizza La Russa, e fa un po’ impressione sentirglielo dire.
Ma Tatarella, proteiforme, restava anche un uomo della destra profonda. E infatti, nell’agosto del 1994, rilasciò un’importante intervista a Dario Cresto Dina della Stampa in cui denunciava che contro il governo Berlusconi, di cui era il vicepresidente del Consiglio, erano schierati i poteri forti: la Consulta, Mediobanca, i servizi segreti, la massoneria, l’Opus Dei, Bankitalia, i gruppi editoriali, la grande industria privata. Ecco da dove ha preso Giorgia Meloni! Finisce con La Russa che ringrazia calorosamente Mattarella, Fini abbracciato dai tanti, Sangiuliano commosso, poi il presidente del Senato racconta un ultimo aneddoto: «Ristorante, Bari. Una signora si lamenta che un giornalista in sala fumi il sigaro. Pinuccio si alza, glielo toglie di bocca e lo infila nel bicchiere d’acqua. La signora: “Non so come ringraziarti”. E Pinuccio: “Ti sei presa l’ultima porzione di peperone. Dammela!”».