Zoltán Varga: “Gli attacchi alla libertà di stampa in Italia sono un brutto presagio: l’Ungheria fa scuola”
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniZoltán Varga non può neanche prendersi un caffè in pace. “Quando mi siedo in un bar può capitare che qualcuno si sieda al tavolo accanto, ordini solo un acqua mentre sto conversando con un socio, prenda alacremente appunti e se ne vada quando vado via io”. Il telefono di uno dei più importanti editori indipendenti ungheresi è emerso da tempo nella liste dello spyware Pegasus: Varga era ed è intercettato. E ogni tanto davanti a casa sua compare “una macchina dai vetri oscurati che spia i miei movimenti e quelli della mia famiglia”, racconta. Metodi che ricordano il Kgb o la Stasi, i servizi segreti dei regimi stalinisti, e che Viktor Orbán ha riesumato per distruggere una delle poche voci libere sopravvissute alla distruzione sistematica della libertà di stampa. Ma non è tutto. Adesso il fondatore di Central Mediacsoport rischia anche il carcere per colpa di un processo-farsa. “Per Orban ogni occasione è buona per distruggermi”, sostiene in quest’intervista. “E gli attacchi di Meloni a…
Zoltán Varga non può neanche prendersi un caffè in pace. “Quando mi siedo in un bar può capitare che qualcuno si sieda al tavolo accanto, ordini solo un acqua mentre sto conversando con un socio, prenda alacremente appunti e se ne vada quando vado via io”. Il telefono di uno dei più importanti editori indipendenti ungheresi è emerso da tempo nella liste dello spyware Pegasus: Varga era ed è intercettato. E ogni tanto davanti a casa sua compare “una macchina dai vetri oscurati che spia i miei movimenti e quelli della mia famiglia”, racconta. Metodi che ricordano il Kgb o la Stasi, i servizi segreti dei regimi stalinisti, e che Viktor Orbán ha riesumato per distruggere una delle poche voci libere sopravvissute alla distruzione sistematica della libertà di stampa. Ma non è tutto. Adesso il fondatore di Central Mediacsoport rischia anche il carcere per colpa di un processo-farsa. “Per Orban ogni occasione è buona per distruggermi”, sostiene in quest’intervista. “E gli attacchi di Meloni a Repubblica e ai giornali indipendenti sono un brutto presagio: l’Ungheria fa scuola”.
Viktor Orbán è un tiranno, come sosteneva Agnes Heller?
“Non da sempre. All’inizio era un politico liberale, poi si è spostato a destra e per mantenere il potere ha abolito lo stato di diritto. Ora è indubbiamente un premier autoritario. E l’Ungheria è una finta democrazia. Lo dico da cittadino e uomo d’affari. Le istituzioni democratiche sono svuotate o messe sotto il cappello del suo partito, Fidesz. Tutto è controllato e dominato dal partito e dai sodali di Orban, che continua a giustificarsi sostenendo che siccome ci sono le elezioni, è una democrazia. Non è così quando controlli tutto”.
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Lei quando ha cominciato a essere sotto attacco?
“Sulle prime hanno cercato di comprarmi. Quando hanno capito che volevo restare indipendente e che stavo cercando di ingrandire il mio polo editoriale - nel frattempo impiego 3.000 persone in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Argentina e altri Paesi - sono partiti i primi attacchi. Più o meno nel 2016 hanno cominciato a tagliarmi le pubblicità e ad attaccarmi su tutti i media pubblici e su quelli controllati dai sodali di Orbán. Hanno iniziato a cominciato a chiamarmi ‘barone rosso’ insinuando che io sia comunista. È ridicolo. Sono sempre stato un imprenditore capitalista. Il problema, per loro, è che voglio un futuro migliore per i miei figli e che penso che la stampa libera sia un prerequisito essenziale per vivere in una democrazia. È ciò che non piace a Orbán”.
Adesso lei rischia anche il carcere. Sembra la Russia, dove gli imprenditori scomodi finiscono in prigione con processi finti per presunti illeciti fiscali.
“Esattamente. È un processo assurdo, che secondo me non va da nessuna parte. E ha l’unico scopo di tenere acceso un faro su di me, di accusarmi di cose assurde sui media orbaniani. Ma a me va benissimo, perché quel faro mi consente di dire cosa non va in Ungheria”.
Giorgia Meloni attacca Repubblica e il suo editore, cosa significa secondo lei?
“È un brutto presagio per la democrazia. È l’Ungheria che fa scuola. Pensi anche al premier Robert Fico in Slovacchia. Quando è arrivato al potere anche lui ha applicato il modello Orbán: non dà interviste ai giornali scomodi, gli toglie la pubblicità, li ignora ostentatamente o li attacca. È una dinamica molto pericolosa perché chi non ha la forza di rispondere viene messo a tacere”.
Orbán è stato trattato per anni come l’enfant prodige dei Popolari in Europa, poi ignorato, infine cacciato. Adesso Meloni lo vuole nei Conservatori. Non è pericoloso?
“Ma certo. I governi europei hanno pensato a lungo di poter fare compromessi con Orbán. Si sono illusi per anni di poterlo addomesticare. Non è così. Lui capisce solo il linguaggio della forza. A giudicare dall’ultimo Consiglio europeo stanno iniziando a capirlo. Ma è stato un processo lungo che è costato molto alla democrazia ungherese. Se Merkel lo avesse capito in tempo non saremmo qui. Manfred Weber penso che l’abbia capito. L’Europa è una potenza magnifica, innovatrice, dove ci sono le regole democratiche più robuste e dove possiamo vivere in libertà. Cerchiamo di non perdere questo patrimonio”.