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Onorati (Ari): “Basta pensare solo ai grandi, reclamiamo il diritto alla terra per noi piccoli coltivatori”

Antonio Onorati 
Antonio Onorati dell’Associazione rurale italiana chiede una riforma della Politica Agricola Europea (Pac) che garantisca una giusta remunerazione del lavoro agricolo, e un accesso alla terra più equo
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Antonio Onorati, dell’Associazione Rurale Italiana (Ari), oggi non sarà in piazza a Roma tra i “trattori”. E non soltanto perché, spiega, «per noi è difficile lasciare stalle e lavori nei campi, non possiamo permetterci economicamente neanche un giorno o due di assenza». Ma anche perché le rivendicazioni sono profondamente diverse: i contadini delle organizzazioni che, come Ari, si riconoscono nel Coordinamento Europeo Via Campesina, sono contrari all’uso dei pesticidi e all’adozione degli Ngt. È per questo che martedì sono andati invece a manifestare a Strasburgo, per chiedere che il Parlamento rigettasse la proposta di deregolazione di quelli che considerano come i nuovi Ogm. E per chiedere una riforma della Politica Agricola Europea (Pac) che garantisca una giusta remunerazione del lavoro agricolo, e un accesso alla terra più equo.

Cosa non funziona nella Pac?

«Noi chiediamo di fermare la corsa all’ingrandimento continuo delle aziende: è vero che le economie di scala possono essere…

Antonio Onorati, dell’Associazione Rurale Italiana (Ari), oggi non sarà in piazza a Roma tra i “trattori”. E non soltanto perché, spiega, «per noi è difficile lasciare stalle e lavori nei campi, non possiamo permetterci economicamente neanche un giorno o due di assenza». Ma anche perché le rivendicazioni sono profondamente diverse: i contadini delle organizzazioni che, come Ari, si riconoscono nel Coordinamento Europeo Via Campesina, sono contrari all’uso dei pesticidi e all’adozione degli Ngt. È per questo che martedì sono andati invece a manifestare a Strasburgo, per chiedere che il Parlamento rigettasse la proposta di deregolazione di quelli che considerano come i nuovi Ogm. E per chiedere una riforma della Politica Agricola Europea (Pac) che garantisca una giusta remunerazione del lavoro agricolo, e un accesso alla terra più equo.

Cosa non funziona nella Pac?

«Noi chiediamo di fermare la corsa all’ingrandimento continuo delle aziende: è vero che le economie di scala possono essere positive, ma se si incoraggiano e si finanziano solo i grandi, i giovani non possono entrare nel mercato. La Pac dovrebbe sostenere maggiormente gli agricoltori che non vogliono ingrandirsi».

I contributi non sono distribuiti in modo equo, per ettaro?

«Il 52,85% degli agricoltori Ue prende tra 0 e 1250 euro. Lo 0,01% delle aziende (sono quelle di grandi dimensioni) riceve il 12,25% dei fondi, oltre 500 mila euro a testa. Le risorse andrebbero distribuite invece anche tenendo conto del lavoro e del modello sostenibile».

La spinta verso l’ingrandimento delle aziende agricole è motivata dal convincimento che le piccole siano poco sostenibili economicamente.

«Noi vorremmo invece che aumentasse il numero delle aziende contadine, e infatti rivendichiamo il diritto alla terra, che adesso ha costi esorbitanti, che pochi possono permettersi. Anche le aste Ismea sono troppo costose per i piccoli produttori. Ma non è vero che grande significa sostenibile, è il contrario. In Europa ci sono due agricolture: una piccola, che vive essenzialmente di lavoro, e che per sopravvivere ha dovuto affrontare un continuo ammodernamento, puntando sul biologico e sul dialogo città-campagna, per acquisire nuovi clienti, perché se entra nella grande distribuzione viene massacrata. E un pugno di grandi e grandissime aziende che praticano l’agricoltura industriale e sono principalmente orientate all’esportazione, dipendono dai prezzi fissati dalle Borse di Parigi e di Chicago e quindi per competere hanno bisogno dei pesticidi, della chimica, degli Ogm. E del pieno utilizzo dei terreni: noi non siamo contro la messa a riposo del 4% dei terreni, anzi è una regola antica».

Anche voi, però, come i grandi, chiedete di fermare gli accordi internazionali di libero scambio.

«Noi non stiamo difendendo l’autarchia, ma riteniamo che ogni Paese debba avere la possibilità di scegliere cosa produrre, e cosa mangiare, con sistemi di etichettatura che funzionino. Aprire in modo incondizionato il mercato europeo al commercio globale significa legarci mani e piedi a meccanismi che non siamo in grado di controllare».

Non è una forma di protezionismo?

«Dare priorità al mercato interno invece che all’esportazione, e priorità alla produzione agroecologica, assicurando quote di produzione governate e redistribuite equamente fra i Paesi e le regioni d’Europa, è essenziale per garantire prezzi stabili per gli agricoltori, assicurando al contempo anche prezzi accessibili per il pubblico. Chiediamo anche una legge sul modello di quella spagnola, che vieti di imporre agli agricoltori prezzi inferiori ai costi di produzione».

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