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Foibe, Meloni rivendica: “Abbiamo spezzato la congiura del silenzio”

(ansa)
Mattarella aveva invitato alla pacificazione, la premier a Basovizza sceglie la denuncia: “Chiedo perdono a nome delle istituzioni per il colpevole oblio. Stop onoreficenze a Tito”. Comitato vittime: ora una commissione d’inchiesta. Attacchi alla sinistra, anche dal sindaco di Trieste
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BASOVIZZA — Fare luce sulla «congiura del silenzio», chiedendo «perdono a nome delle istituzioni di questa Repubblica per il colpevole silenzio che per decenni ha ignorato le vicende del nostro confine orientale». Alla foiba di Basovizza, onorata anche da gonfalone ed esponenti della Decima Mas che aderì alla Repubblica sociale di Salò e al nazismo, Giorgia Meloni reinterpreta Sergio Mattarella. Venerdì il presidente della Repubblica, celebrando al Quirinale il ventesimo Giorno del ricordo, ha posto l’accento sul no «al rancore e alle pretese di rivalsa» per invocare una pacificazione di livello europeo quale eredità «di un muro di silenzio e di oblio».

La presidente del Consiglio, prima premier a presenziare alle cerimonie che onorano le circa 10 mila vittime delle foibe e gli oltre 300 mila esuli giuliani, istriani e dalmati alla fine della Seconda guerra mondiale, non ha invece rivolto l’attenzione al rinnovato bisogno di pace, ma «agli imperdonabili decenni che hanno avvolto quest…

BASOVIZZA — Fare luce sulla «congiura del silenzio», chiedendo «perdono a nome delle istituzioni di questa Repubblica per il colpevole silenzio che per decenni ha ignorato le vicende del nostro confine orientale». Alla foiba di Basovizza, onorata anche da gonfalone ed esponenti della Decima Mas che aderì alla Repubblica sociale di Salò e al nazismo, Giorgia Meloni reinterpreta Sergio Mattarella. Venerdì il presidente della Repubblica, celebrando al Quirinale il ventesimo Giorno del ricordo, ha posto l’accento sul no «al rancore e alle pretese di rivalsa» per invocare una pacificazione di livello europeo quale eredità «di un muro di silenzio e di oblio».

La presidente del Consiglio, prima premier a presenziare alle cerimonie che onorano le circa 10 mila vittime delle foibe e gli oltre 300 mila esuli giuliani, istriani e dalmati alla fine della Seconda guerra mondiale, non ha invece rivolto l’attenzione al rinnovato bisogno di pace, ma «agli imperdonabili decenni che hanno avvolto questa tragedia nell’indifferenza». Dal governo, presente in blocco sul Carso triestino con il vicepremier Tajani e i ministri Sangiuliano, Ciriani, Abodi e Valditara, sono salite solo l’unanime denuncia di quello che il ministro della Cultura ha definito «il buco nero nella memoria nazionale» e le rinnovate accuse contro «le atrocità del comunismo» e della Jugoslavia del maresciallo Tito. La condivisione del dramma delle foibe pur faticosamente avanza nel Paese dal 1991, favorita dalla famosa denuncia, proprio a Basovizza, del presidente Cossiga. Quattro anni fa, Mattarella e l’allora presidente sloveno Borut Pahor qui si sono presi per mano in silenzio. Il Parlamento, quasi all’unanimità, ha appena istituito un museo del Ricordo a Roma. La cerimonia, assenti i ministri leghisti, ha puntato invece ad accreditare l’idea che la tragedia delle foibe e il dramma degli esuli sia una scoperta di FdI, con un governo finalmente «impegnato solennemente perché — ha detto Meloni — venga trasmesso ai nostri figli il testimone del ricordo».

La premier e il ministro degli Esteri hanno concordato anche sulla revoca della massima onorificenza italiana, l’ordine al merito della Repubblica, concessa in passato a Tito. «Ne sta discutendo il Parlamento — ha detto Meloni — ma sono d’accordo». Ad alzare il tono delle accuse, poco prima, il sindaco di Trieste, noto per aver appoggiato la collocazione della statua di Gabriele D’Annunzio a due passi dal municipio. «Purtroppo alcuni deputati della sinistra e del centrosinistra — ha detto Roberto Dipiazza — ritengono ancora inopportuno togliere l’onorificenza al carnefice Tito. Negare i suoi crimini vuol dire commetterli di nuovo».

Deciso a riscrivere la storia anche Paolo Jardos Albertini, presidente del comitato per i martiri delle foibe e della Lega nazionale. «L’impegno a recuperare la verità deve proseguire — si è rivolto al governo parlando al sacrario — attivando ora una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sulle ragioni delle menzogne».

Fredda l’accoglienza di Luca Ciriani, ministro per i rapporti con il Parlamento. «Più che dell’ennesima commissione — ha detto — abbiamo bisogno di insistere con la conoscenza». Più esplicito Romano La Russa, assessore lombardo e fratello del presidente del Senato. «Questo dramma — ha detto — è stato troppo a lungo negato dall’egemonia culturale della sinistra». «Nessun oblio — la risposta dell’Anpi — né sulle foibe né sul tempo del ferro e del fuoco della Seconda guerra mondiale scatenata dai nazifascisti. Da anni, e oggi in particolare, l’estrema destra strumentalizza l’orribile tragedia, negando la complessa vicenda e cancellando le responsabilità del fascismo, sostenendo addirittura l’italianità di Fiume e della Dalmazia».

A Trieste la premier ha inaugurato anche lo speciale treno del Ricordo, messo a disposizione dalle Ferrovie dello Stato. Sui vagoni che rifaranno il percorso del convoglio degli esuli nel 1947, una mostra sul dramma e le loro masserizie, conservate a Trieste nel museo del Magazzino 18. «A Bologna quel treno dell’identità italiana venne preso a sassate — ha detto Meloni — e il latte dei bambini fu gettato sulle rotaie. Dal treno della vergogna a quello del Ricordo, il cerchio si chiude».

«Attenti a non tornare indietro ai giorni dell’odio — la risposta di Deborah Serracchiani, deputata Pd, presente a Basovizza — e ad alimentare contrapposizioni inopportune. Il giudizio sulle foibe e sull’esodo degli italiani è unanime da tempo e non deve tornare divisivo, condito con una retorica elettorale di troppo. Ben venga una commissione parlamentare: purché la logica non sia quella del Covid, ma affinché serva a far emergere una verità non ideologica».

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