Toghe | La Costituzione tradita. Dietro il caso Amato c’è l’assalto dei meloniani alla Consulta
di Liana MilellaNella storia della giustizia in Italia ci sono state settimane assai sinistre, basti citare quelle degli attacchi di Berlusconi. Ma in quel caso l’uomo giocava per se stesso e per uscire dai suoi processi. Certo, c’erano leggi avverse, ma anche una magistratura forte e che godeva della stima e del pieno consenso degli italiani. Ma eccoci a questa settimana, emblematica della politica meloniana che vuole destrutturare non solo le norme contro il malaffare, ma anche gli organismi che quelle leggi applicano e di cui garantiscono la sopravvivenza.
E che succede allora? Negli stessi giorni giungono due segnali sinistri. Il primo è l’incredibile altolà ad Amato e Stasio e al loro libro sulla Costituzione che non “deve” entrare a San Vittore. Il secondo è il voto per cancellare l’abuso d’ufficio di cui si rende protagonista un ex toga come Carlo Nordio, che dopo 40 anni di procura contrasta i suoi colleghi e perfino il procuratore antimafia Gianni Melillo sull’assoluta inopportunità di butta…
Nella storia della giustizia in Italia ci sono state settimane assai sinistre, basti citare quelle degli attacchi di Berlusconi. Ma in quel caso l’uomo giocava per se stesso e per uscire dai suoi processi. Certo, c’erano leggi avverse, ma anche una magistratura forte e che godeva della stima e del pieno consenso degli italiani. Ma eccoci a questa settimana, emblematica della politica meloniana che vuole destrutturare non solo le norme contro il malaffare, ma anche gli organismi che quelle leggi applicano e di cui garantiscono la sopravvivenza.
E che succede allora? Negli stessi giorni giungono due segnali sinistri. Il primo è l’incredibile altolà ad Amato e Stasio e al loro libro sulla Costituzione che non “deve” entrare a San Vittore. Il secondo è il voto per cancellare l’abuso d’ufficio di cui si rende protagonista un ex toga come Carlo Nordio, che dopo 40 anni di procura contrasta i suoi colleghi e perfino il procuratore antimafia Gianni Melillo sull’assoluta inopportunità di buttare nel cestino quel reato.
Sul divieto di tenere a San Vittore un dibattito sulla Costituzione, per giunta con i detenuti del gruppo “Costituzione viva”, Repubblica ha ampiamente messo in luce innanzitutto l’inaccettabile sgarbo a un ex presidente della Consulta, ma anche le goffe spiegazioni fornite dal capo delle carceri Giovanni Russo. Ex pm a Napoli, ex procuratore aggiunto nell’ufficio di Melillo, Russo ha fornito una (presunta) spiegazione del tutto non plausibile. Ma davvero si può credere che, se sul tavolo giunge la richiesta di autorizzare un dibatto con Amato e Stasio, possano sorgere ridicole questioni di aderenza o meno al programma di formazione dei detenuti? Ma non basta. Può davvero il capo Dap Russo non aver avvisato Nordio e aver ottenuto il suo benestare al rinvio? E ancora, può Russo non porsi il problema dell’assoluta necessità di parlare direttamente con i protagonisti dell’incontro? Ma soprattutto, perché la presentazione dello stesso libro è stata bloccata anche a Napoli? Come dice Stasio, qui non si vuole che la Costituzione entri nelle carceri. Quelle stesse carceri che rivelano l’orrore di un incredibile pestaggio come quello di Reggio Emilia, con quella scia di sangue sul pavimento che ci riporta ai crimini del nazismo o dell’odierno Iran. E ci meravigliamo poi quando in carcere si verificano 15 suicidi in un solo mese? Forse il test psico attitudinale non andrebbe richiesto, come fa la destra, per i magistrati, ma per le “guardie”, per i “secondini”, che poi si offendono pure se vengono chiamati così.
Ma cosa svela, in realtà, il caso Amato-Stasio? La volontà dei meloniani di cambiare la faccia della Consulta, di metterla in riga, di tagliare le unghie di chi continua, anche oggi, a garantire l’esistenza in vita della nostra Costituzione. È questo il progetto che si nasconde dietro quel segnale. Un obiettivo che i meloniani perseguono con il rinvio dell’elezione del giudice costituzionale mancante ormai dall’11 novembre quando Silvana Sciarra ha chiuso i suoi nove anni alla Corte. E mentre il presidente Sergio Mattarella ha nominato puntualmente i “suoi” due giudici, le Camere sono rimaste ferme, “liberandosi” solo delle votazioni che richiedono i due terzi. Poi un complice silenzio, mentre neppure l’opposizione fa battaglia per rivendicare il diritto di quel voto immediato. Invece bisognerà aspettare un anno per eleggere non solo questo giudice, ma gli altri tre in scadenza a dicembre, compreso l’attuale presidente Augusto Barbera. Un voto “collettivo” per quattro giudici per cui i meloniani fanno già adesso la voce grossa, rivendicando, come dicono, di non aver mai potuto contare su un “loro” giudice alla Corte. Ne vogliono uno di fiducia a tutti i costi, forse più d’uno, esercitando il potere dei numeri, lo stesso che li ha portati al “sacco” dei componenti laici del Csm, sette posti su dieci disponibili. Una maggioranza “vorace” che non rispetta la democrazia.
In uno schema del genere servono anche i “segnali” e quello ad Amato e Stasio, protagonisti entrambi, nelle loro funzioni - lui giudice e presidente della Corte, lei portavoce nella stagione di massimo impegno civile della medesima - di come la Consulta possa rappresentare un organismo vivente che “parla” dei diritti dei deboli, di chi viene picchiato selvaggiamente nelle galere, dei figli delle coppie omogenitoriali, del rispetto della Carta nelle leggi sulla giustizia. Ma chi questa Carta vuole stravolgerla non può che lanciare segnali sinistri a chi la tutela. Ovviamente, com’è avvenuto nel caso di San Vittore, senza neppure il coraggio di ammettere la verità.