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Intesa Meloni-Schlein su Gaza: “Diamo un segnale”. L’sms, le due telefonate e la trattativa sul filo poi l’ok di Palazzo Chigi

(ansa)
La leader dem ottiene dalla premier la virata per evitare l’isolamento rispetto a Ue e Usa. Niente intesa sul riconoscere lo Stato di Palestina poi l’idea di far passare solo l’invito alla tregua
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ROMA — Mittente: Giorgia Meloni. Destinataria: Elly Schlein. «Sentiamoci adesso, se puoi». Il primo sms spunta sul cellulare della segretaria Pd verso mezzogiorno. «Sono in conferenza stampa contro il Ponte — replica la leader dem — ti posso richiamare?». Così, a ora di pranzo, la premier e la segretaria del Pd preparano l’accordo bipartisan sul Medio Oriente. Si inseguono su WhatsApp proprio nei minuti in cui se le danno di santa ragione su un altro dossier, quello del progetto che dovrebbe unire Calabria e Sicilia. Andrà così per tutto il giorno: battaglia su tutto, ma non sulla politica estera. Con il Nazareno che incassa un risultato politico, spingendo Palazzo Chigi fino al cessate il fuoco, un concetto mai sposato dall’attuale governo. E con la premier che evita di ritrovarsi sola e isolata oltreconfine, in ritardo rispetto alla posizione del Parlamento europeo e alla sensibilità della Casa Bianca, che lavora da settimane a una tregua.

La prima mossa del risiko è dunque il messa…

ROMA — Mittente: Giorgia Meloni. Destinataria: Elly Schlein. «Sentiamoci adesso, se puoi». Il primo sms spunta sul cellulare della segretaria Pd verso mezzogiorno. «Sono in conferenza stampa contro il Ponte — replica la leader dem — ti posso richiamare?». Così, a ora di pranzo, la premier e la segretaria del Pd preparano l’accordo bipartisan sul Medio Oriente. Si inseguono su WhatsApp proprio nei minuti in cui se le danno di santa ragione su un altro dossier, quello del progetto che dovrebbe unire Calabria e Sicilia. Andrà così per tutto il giorno: battaglia su tutto, ma non sulla politica estera. Con il Nazareno che incassa un risultato politico, spingendo Palazzo Chigi fino al cessate il fuoco, un concetto mai sposato dall’attuale governo. E con la premier che evita di ritrovarsi sola e isolata oltreconfine, in ritardo rispetto alla posizione del Parlamento europeo e alla sensibilità della Casa Bianca, che lavora da settimane a una tregua.

La prima mossa del risiko è dunque il messaggio che rompe il ghiaccio. Ma la novità si costruisce soprattutto attorno a due telefonate successive. Schlein chiama Meloni a ora di pranzo. E le dice: «Diamo un segnale, insieme. Porta il governo sul cessate il fuoco. Lo chiede l’Europa, ci lavora Biden. Come fai a lasciare l’Italia così indietro?». La presidente del Consiglio replica giurando di aver premuto già in passato per una conclusione rapida del conflitto. Ma aggiunge: «Provo a lavorarci, sentiamoci tra un po’».

Si attivano i canali diplomatici. In Parlamento gestiscono la partita Tommaso Foti per Fratelli d’Italia, la capogruppo Chiara Braga per il Pd. A consigliare la segretaria è Peppe Provenzano. A Palazzo Chigi prende in mano il dossier il consigliere diplomatico Fabrizio Saggio: sarà lui a riformulare materialmente il testo della mozione del Pd, consultandosi con la Farnesina. Meloni richiama Schlein, le preannuncia che l’intesa è a un passo. Gli emissari si scambiano le righe che contengono la formula del «cessate il fuoco». È il risultato politico a cui puntava Schlein, che infatti benedice la riscrittura: «Procediamo, è la nostra linea».

Sul traguardo, però, qualcosa rischia di incepparsi. Il Pd propone al governo di accettare anche un altro comma, quello che contiene il riconoscimento dello Stato di Palestina. Su questo, però, la presidente del Consiglio è irremovibile: non se ne parla. Rilancia, proponendo un’altra soluzione: «Lasciate soltanto la formula “due popoli, due Stati”, fin lì ci arrivo». A quel punto è Schlein a opporsi. Traballa il patto, per alcuni minuti. Fino allo scambio che permette di superare le divergenze tra le due leader: «Asteniamoci reciprocamente sui punti concordati, è comunque un risultato». Quanto allo Stato di Palestina, fa sapere Meloni, potremo ritrovarci al termine del negoziato complessivo, quello portato avanti al Cairo, che dovrà inevitabilmente prevedere anche questo concetto.

Sono due interessi che convergono. E che avvicinano per un giorno Meloni e Schlein, producendo una linea di politica estera bipartisan nel solco euroatlantico. La segretaria del Pd ottiene così un risultato non scontato: evita di ripetere il pasticcio sull’Ucraina, dove le differenze tra l’ala sinistra e i riformisti avevano spaccato il partito. Ma c’è di più, perché Schlein porta Giuseppe Conte a votare per il testo del Pd. E ricambia il favore sul documento del Movimento che contiene lo stesso principio. Il leader grillino accetta così la strategia decisa dal Nazareno. Deve inseguire. E si ritrova meno centrale.

Meloni, dal canto suo, non si sottrae alla sfida di Schlein. Lo fa per rispondere a un interesse evidente: superare una posizione che la vedeva ormai in buona solitudine, vista la spinta di Stati Uniti ed Europa verso una tregua. Si accoda alla nuova fase cercando la strada più indolore possibile, facendosi scudo di un patto bipartisan. E lo fa cercando di far dimenticare anche l’adesione acritica che in passato l’aveva portata a sostenere le politiche più controverse della destra israeliana di Benjamin Netanyahu. Certo, si oppone anche al punto proposto dal Pd per condannare le mosse dei coloni. Ma accetta l’idea di un accordo tra maggioranza e opposizione anche per diluire alcune critiche dell’elettorato in politica estera. Cercherà la stessa strada, a questo punto, anche sul dossier di Kiev, su cui la sintonia con i dem è forse ancora più marcata.

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