Cessate il fuoco a Gaza, Provenzano: “La premier ritorna nel solco della diplomazia italiana. Errore il no allo Stato di Palestina”
di Tommaso CiriacoROMA — Qual è il dato politico della convergenza tra Meloni e Schlein?
«Il dato politico è che finalmente l’Italia torna sui binari della sua tradizione diplomatica, da cui stava deragliando. Oggi, anche il nostro Paese è tra coloro che vogliono fermare lo sciagurato proposito di Netanyahu dell’offensiva a Rafah, una catastrofe nella catastrofe. E questo è avvenuto grazie all’impegno del Pd».
Peppe Provenzano è responsabile esteri del Partito democratico. Ha consigliato Elly Schlein. E spiega la svolta di ieri.
Il Pd sostiene di aver portato Meloni ad accettare l’idea di un cessate il fuoco, ed è un fatto. Da cui scaturisce una domanda: perché aiutare la premier ad uscire da una posizione che consideravate di isolamento?
«Sarò sincero. Non ci ha mosso la tattica politica o eventuali tornaconti, ma l’urgenza di fermare la carneficina, la preoccupazione per la mancanza di iniziativa del governo. Molto resta ancora da fare per spingere l’Europa a un’iniziativa concreta di pace. Il cessat…
ROMA — Qual è il dato politico della convergenza tra Meloni e Schlein?
«Il dato politico è che finalmente l’Italia torna sui binari della sua tradizione diplomatica, da cui stava deragliando. Oggi, anche il nostro Paese è tra coloro che vogliono fermare lo sciagurato proposito di Netanyahu dell’offensiva a Rafah, una catastrofe nella catastrofe. E questo è avvenuto grazie all’impegno del Pd».
Peppe Provenzano è responsabile esteri del Partito democratico. Ha consigliato Elly Schlein. E spiega la svolta di ieri.
Il Pd sostiene di aver portato Meloni ad accettare l’idea di un cessate il fuoco, ed è un fatto. Da cui scaturisce una domanda: perché aiutare la premier ad uscire da una posizione che consideravate di isolamento?
«Sarò sincero. Non ci ha mosso la tattica politica o eventuali tornaconti, ma l’urgenza di fermare la carneficina, la preoccupazione per la mancanza di iniziativa del governo. Molto resta ancora da fare per spingere l’Europa a un’iniziativa concreta di pace. Il cessate il fuoco che chiedevamo da mesi è solo un primo passo. Seppur con gravissimo ritardo, dopo la pilatesca astensione alle Nazioni Unite, è bene che il governo lo abbia fatto».
Ma avete permesso a Meloni anche di non fare autocritica sul sostegno fornito nel passato ad alcune politiche della destra di Netanyahu, non le pare?
«Al contrario. Su questo restano distanze profondissime e infatti hanno votato contro le sanzioni ai coloni illegali in Cisgiordania, contro le nostre critiche durissime a Netanyahu e al suo governo di estremisti. A Tel Aviv ho incontrato i suoi oppositori, le famiglie degli ostaggi che chiedono le sue dimissioni. Lui non vuole la sicurezza di Israele, su cui ha già fallito. Vuole governare la guerra e per restare al potere non vuole fermarla».
Il governo ha invece detto no al riconoscimento dello Stato di Palestina.
«Un errore. Perché oggi abbiamo una leadership in Israele che per la prima volta nega la possibilità di uno Stato palestinese e rivendica di averne impedito la realizzazione. Ma continuerà ad essere la nostra battaglia, in Europa, al fianco dell’iniziativa di Sanchez. Se vogliamo una prospettiva di pace, se diciamo “due popoli, due Stati”, stavolta bisogna fare sul serio. Proprio perché combattiamo il terrorismo di Hamas dobbiamo farci carico davvero della questione palestinese».
È stupito dalla scelta di Meloni di accettare la proposta di Schlein? La considera un’adesione sincera o una mossa dettata dalla difficoltà di conciliare le sue posizioni con quelle di Ue e Casa Bianca?
«La nostra richiesta è più avanzata. Ma Meloni ha capito che stavolta, se avesse votato contro, si sarebbe isolata sul piano internazionale. A partire ovviamente dagli Stati Uniti. Ma i nodi verranno presto al pettine, a novembre. Con Trump che minaccia l’Europa i nazionalisti dovranno decidere che fare. Vogliono la politica estera e di difesa comune, o no? Vale per Meloni, vale per tutte le destre europee».
E Schlein ha scelto questa strada anche per coprire le divisioni interne del Pd , emerse sull’Ucraina?
«Schlein ha preso l’iniziativa decisiva, chiamando Meloni e mettendola di fronte alle sue responsabilità. Ma il Pd aveva già raggiunto la sua unità con una mozione su cui all’inizio c’era qualche scetticismo. Con la fatica della discussione, grazie alla responsabilità di tutti, siamo riusciti a costruire l’unità ma nella chiarezza. E abbiamo fatto la differenza».
Il passo bipartisan di ieri promette una replica sull’Ucraina?
«Sul sostegno all’Ucraina ci siamo uniti, e non era scontato con una destra popolata da amici di Putin. Ma noi critichiamo l’assenza di una forte iniziativa diplomatica dell’Europa per arrivare a una pace giusta e sicura. E il governo Meloni, con le sue idee e alleanze sbagliate, contribuisce alla debolezza dell’Ue».
Chi resta fuori da questo spirito unitario è Conte, come già accaduto su Kiev. Un problema per costruire un’alternativa di governo credibile?
«A parte i punti specifici, ieri abbiamo trovato una larga convergenza sia con il M5S che con Iv e le altre opposizioni. Un passo alla volta».