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Terzo mandato, Schlein apre spiragli ai sindaci dem. Ma Fedriga rallenta

La segretaria del Pd, Elly Schlein (agf)
La leader rivendica la centralità del Pd e placa il dissenso con un gruppo di lavoro sugli enti locali. Il leghista: “Rinviare il tema a dopo le Europee”
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Roma — Dal «mettetevi comodi, sono qui per restare» al «noi siamo abituati a discutere, confrontiamoci». Sta tutta in queste due affermazioni pronunciate in direzione — la prima nel giugno scorso, dopo una pesante sconfitta alle amministrative; la seconda ieri, alla vigilia di una tornata elettorale decisiva per il centrosinistra — la svolta di Elly Schlein a quasi un anno dal congresso che la consacrò segretaria.

Un notevole cambio di approccio nei confronti di chi, nel Pd, ha posizioni e «sensibilità diverse» dalla sua, cui riconoscere forse per la prima volta dignità e voglia di fare sintesi: innanzitutto sul terzo mandato. Ma pure di Giuseppe Conte, al quale manda a dire — in modo mai tanto esplicito — che spetta ai Dem guidare il campo progressista, i rapporti di forza sono chiari, il giochino del fare e disfare alleanze, smarcarsi e riavvicinarsi non sarà più consentito. «Noi siamo testardamente unitari sulle cose concrete», scandisce la leader in giacca grigia e borraccia d’ord…

Roma — Dal «mettetevi comodi, sono qui per restare» al «noi siamo abituati a discutere, confrontiamoci». Sta tutta in queste due affermazioni pronunciate in direzione — la prima nel giugno scorso, dopo una pesante sconfitta alle amministrative; la seconda ieri, alla vigilia di una tornata elettorale decisiva per il centrosinistra — la svolta di Elly Schlein a quasi un anno dal congresso che la consacrò segretaria.

Un notevole cambio di approccio nei confronti di chi, nel Pd, ha posizioni e «sensibilità diverse» dalla sua, cui riconoscere forse per la prima volta dignità e voglia di fare sintesi: innanzitutto sul terzo mandato. Ma pure di Giuseppe Conte, al quale manda a dire — in modo mai tanto esplicito — che spetta ai Dem guidare il campo progressista, i rapporti di forza sono chiari, il giochino del fare e disfare alleanze, smarcarsi e riavvicinarsi non sarà più consentito. «Noi siamo testardamente unitari sulle cose concrete», scandisce la leader in giacca grigia e borraccia d’ordinanza: «La nostra gente ci chiede di costruire un’alternativa alla destra e non ci può essere alternativa senza il Pd. Questo se lo devono mettere tutti bene in testa». Nella consapevolezza di «non essere autosufficienti», ma senza il principale partito d’opposizione, il M5S dove va? «Abbiamo l’ambizione di far cadere il governo», scolpisce. Miele per gli scettici annidati soprattutto nell’ala riformista e fra gli amministratori, che alla fine seppelliscono l’ascia di guerra e accettano la proposta del Nazareno di lavorare a una riforma degli enti locali, congelando l’odg confezionato per scardinare il tetto delle due consiliature per sindaci e governatori.

È una Schlein non più solo di lotta, ma di governo, pronta domenica a volare a Cutro per l’anniversario della strage dei migranti. Usa toni concilianti con i suoi; elenca le priorità da affrontare insieme, dal congresso del Pse in programma a Roma alle regionali in Sardegna e Abruzzo; attacca Giorgia Meloni e «gli apprendisti stregoni della destra che su premierato e autonomia stanno combinando pasticci». Senza tuttavia rinunciare ad alcuni paletti che, al solo enunciarli, vengono i brividi ai maggiorenti dem pronti a correre alle Europee: «Lavoro a una lista aperta, plurale, espansiva», annuncia Schlein. Nessuno si faccia illusioni, sarà lei a decidere. «Vogliamo mettere insieme le migliori competenze della società civile, dell’attivismo, con l’indiscussa autorevolezza e il valore aggiunto dei dirigenti pd», insiste per dire, di nuovo: ad allargare non rinuncio, bisognerà mettersi d’accordo. Archiviando capricci e pretese. Con quello «spirito unitario» evocato a più riprese, che permette infine di raggiungere un compromesso sul terzo mandato: la partita che rischiava di lacerare il Pd, dopo aver mandato in frantumi la maggioranza.

L’idea di Schlein è istituire un gruppo di lavoro con membri della segreteria, parlamentari e sindaci che «da qui a giovedì» — quando nella commissione Affari costituzionali del Senato si discuterà l’emendamento leghista — elabori una proposta di revisione più complessiva della legge che nel ‘93 istituì l’elezione diretta dei sindaci. Da offrire alle altre forze di opposizione e di governo. «Un confronto nel merito», spiega il responsabile Enti locali Davide Baruffi, «che però non può essere schiacciato sul numero dei mandati, ma deve contemplare pesi e contrappesi, rafforzando la funzione e il ruolo delle assemblee elettive».

Un modo per superare le obiezioni della destra che già dice: voi contestate il premierato perché indebolirebbe il Parlamento e poi sui territori sponsorizzate lo stesso meccanismo. Ma anche per prendere tempo. In attesa di capire come finirà il braccio di ferro fra Salvini e Meloni. Probabilmente con una tregua, fa intendere il governatore leghista Massimiliano Fedriga: «Di terzo mandato si può parlare con più tranquillità dopo le europee». Sul punto Schlein va dritta come un fuso: «La maggioranza ha deciso di inserire delle forzature in un decreto sulla data delle elezioni, sono spaccati in maniera evidente. Sappiamo che pure al nostro interno ci sono sensibilità diverse, ma noi siamo abituati a discutere, diamoci una strada per provare a individuare una composizione».

Nasce così il “lodo” sul gruppo di lavoro, che gli amministratori locali mostrano di apprezzare. A cominciare dal fiorentino Dario Nardella: «È un passo in avanti sul terzo mandato». Che, rivendica il barese Antonio Decaro «non è una battaglia di potere, parliamo di donne e uomini che nelle loro città hanno fatto bene. Noi», rincara, «rischiamo di apparire come un partito che ha paura dei cittadini che già non possono scegliere i loro rappresentanti in Parlamento e ora non possono neppure votare il sindaco dopo due mandati. Se c’è uno spazio politico per intervenire, questo spiraglio non lo dobbiamo chiudere noi». Nasce da qui la proposta del Nazareno, da condividere nelle Camere con chi ci sta. Obiettivo: spaccare la maggioranza senza rompere il Pd.

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