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Hanno tutti ragione | Bravissima Irene, anni di tesi "controcorrente" sulla guerra riassunte in una letterina d'amore a Putin

Nei pensierini della studentessa italiana a Mosca tutte le idee che qui si spacciano per coraggiose manifestazioni di lotta al pensiero unico, a destra con i Salvini e a sinistra con i Santoro
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Quanto bisogna essere sciocchi per presentarsi davanti a un dittatore, leggergli la letterina di Natale e poi argomentare: questa non è una dittatura, sennò non me l’avrebbero fatta leggere davanti a lui? Quanto devono essere sfacciati quelli che si spacciano, qui da noi, in Occidente, per coraggiosi anticonformisti quando con tutta evidenza le loro presunte idee scomode sono perfettamente contenute nei pensierini di Irene? E la propaganda anti-russa, e i pregiudizi occidentali, e tutto quello che ti dicono i media su Putin è falso. L’inferno della morale è a Washington, a Roma, a Londra, a Berlino, mica a Bucha, mica in Siberia. La Russia non sta vincendo in Ucraina, nonostante il tifo degli pseudo analisti ansiosi di celebrare il successo di Putin sui disgraziati ucraini e sulle democrazie occidentali. Sta vincendo a casa nostra, dove siamo zeppi di Irene. C’è il parlamentare leghista Claudio Borghi che, per giustificare il patto ufficiale della Lega con il partito di Putin, non dic…

Quanto bisogna essere sciocchi per presentarsi davanti a un dittatore, leggergli la letterina di Natale e poi argomentare: questa non è una dittatura, sennò non me l’avrebbero fatta leggere davanti a lui? Quanto devono essere sfacciati quelli che si spacciano, qui da noi, in Occidente, per coraggiosi anticonformisti quando con tutta evidenza le loro presunte idee scomode sono perfettamente contenute nei pensierini di Irene? E la propaganda anti-russa, e i pregiudizi occidentali, e tutto quello che ti dicono i media su Putin è falso. L’inferno della morale è a Washington, a Roma, a Londra, a Berlino, mica a Bucha, mica in Siberia. La Russia non sta vincendo in Ucraina, nonostante il tifo degli pseudo analisti ansiosi di celebrare il successo di Putin sui disgraziati ucraini e sulle democrazie occidentali. Sta vincendo a casa nostra, dove siamo zeppi di Irene. C’è il parlamentare leghista Claudio Borghi che, per giustificare il patto ufficiale della Lega con il partito di Putin, non dice “era un’altra stagione”, non dice “l'abbiamo ritirato". No, Borghi dice: di cosa ci rimproverate? Di aver capito prima di voi che Putin andava trattato bene per evitare che finisse così? È colpa vostra se quell’uomo si è incattivito, se aveste seguito la nostra linea oggi il mondo sarebbe un Eden.

C’è l’ex anchorman Michele Santoro, oggi capopartito di una forza che si presenta alle Europee con al primo punto la pace sotto forma di consegna dell’Ucraina alla Russia, che dice: aspettiamo il lavoro degli inquirenti russi per capire come è morto Navalny. Santoro è così: in Italia gli piace presentarsi come oppositore del regime, in Russia gli garbano le veline della Questura di Vladivostok. La tesi santoriana è tale e quale quella di Salvini: ci mettiamo comodi ad attendere che la giustizia russa faccia il suo corso, ce lo suggeriscono peraltro due rinomati garantisti (vedi i miracoli di Putin, riporta pure i più riottosi nell’alveo dello Stato di diritto, forse ha ragione Irene a dirne benissimo). C’è un pezzo di stampa che traccia improbabili e osceni paralleli tra il caso Navalny e il caso Assange, due vicende diversissime e imparagonabili, e lo fa apparentemente per condannarle entrambe, in realtà per sminuire una cavalcando l’altra, e suggerire che l’Occidente è peggio e che almeno Putin fa le cose in chiaro, invece qui nel mondo fintamente libero si reprime con l’ipocrisia e la doppia morale, un pensiero di cui Irene è certamente fiera.

Non c’è più discrimine tra le Irene di sinistra e le Irene di destra, né ha più molto senso distinguerle (e su quali basi, del resto, il curriculum?), e certo le prime fanno più impressione delle seconde, ma le Irene di sinistra non vengono dal nulla. Nel bel libro edito da Fandango che Roberto Roscani ha appena scritto sulla storia dell’Unità, dove ha lavorato come giornalista per un quarto di secolo, ci sono pagine che fanno pensare molto. Roscani racconta di come sciaguratamente nel 1956 il Pci prese le parti dell’aggressione sovietica all'Ungheria e di come sul giornale del Pci, per scelta preordinata, l’invasione dovesse essere citata come “i fatti di Ungheria”, per trasfigurarne la natura di violenta aggressione. Un trucco lessicale che evoca l“operazione speciale” dei russi a Kiev. Roscani, con grande onestà intellettuale, riporta i passaggi di un articolo dell’inviato dell’Unità a Budapest dove i militari sovietici sono presentati come coloro che hanno riportato l’ordine in un Paese allo sbando e messo a tacere gli impulsi controrivoluzionari. Una “denazificazione” ante litteram di un Paese sovrano e limitrofo che si era incapricciato dell’idea di non essere una colonia russa. Ma fa ancora più impressione il racconto di cosa accadde pochi anni dopo, con l’intervento sovietico in Cecoslovacchia. Questa volta il Pci non commise l’errore di schierarsi con gli aguzzini, anzi sostenne Dubcek e la sua primavera di Praga. Ma la base faceva fatica a capire e allinearsi. Roscani descrive l’imbarazzo di Maurizio Ferrara, direttore dell’Unità, quando raccontava di aver tenuto un comizio a Ravenna, città nella quale ai tempi il Pci aveva la maggioranza assoluta dei voti, per sostenere la causa di Dubcek davanti a una folla eccezionalmente fredda, disorientata, che non capiva come si potesse non stare con Mosca, come potesse il Partito avere una lettura simile a quella dell’Occidente. Sarebbe ingenuo pensare che certe reazioni di oggi siano la mera riproposizione di quelle di una stagione lontana, ma lo sarebbe ancora di più illudersi che decenni di educazione sentimentale non abbiano lasciato una scia ideologica potente, una griglia mentale dove fa comunque bene chi si oppone all’ordine americano (detestato in pari misura da comunisti e missini), si chiami Putin o Hamas (qualche anno fa un campioncino del rossobrunismo, Alessandro Di Battista, già cantore dell’Iran che scotenna le ragazze senza velo, arrivò a sostenere che anche con i terroristi dell’Isis bisognava discutere, e lo disse poco tempo dopo aver smentito con indignazione di aver incontrato Berlusconi: "Mai! Con lui neanche un caffè!"). Il campionario retorico del rossobrunismo antioccidentale è questo: E allora gli Usa? E allora l’Iraq? E allora la Nato? Domande legittime se chi le avanza condannasse oggi Putin con la stessa veemenza con cui – giustamente – si condannavano alcune azioni militari americane unilaterali e imperialiste. Invece l'impegno è a trovare per Putin alibi, diversivi, giustificazioni, assoluzioni. In Italia siamo circondati da pensatori che sono il ritratto sputato di Irene, però amano sentirsi scomodi ed eroici, Guevara, Mandela, il subcomandante Marcos. Stavo per scrivere Solgenitsin, ma non è il dissidente giusto. Mi sono ricordato cosa si diceva e scriveva, in certi ambienti, dello scrittore russo che si opponeva all'Urss: "È un reazionario! Un nazionalista!". Vi ricorda qualcosa? Esattamente quello che dicono oggi in tanti di Navalny, che in fondo un po' di gulag se lo meritava pure.

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