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Il tetto dei due mandati? Nel 2004 fu votato anche dalla Lega di Bossi. Storia di scontri sulle riforme nel centrodestra

Umberto Bossi 
Bisticci, incomprensioni, folclore: dagli anni ’90 a oggi, tutte le volte che gli alleati si sono spaccati
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Due o più mandati, la questione non è marginale. Ciò che conta, in questo come in altri casi, sono le distanze. Che nel centrodestra, quando si parla di riforme, riaffiorano puntualmente. Mettiamo un attimo da parte i posizionamenti tattici e la lotta sotterranea (neanche tanto) in vista delle Europee: il fatto è che non c’è stato un solo passaggio storico, con al centro la modifica delle regole del gioco, in cui il centrodestra sia stato davvero compatto. Né coerente fino in fondo: la stessa norma che ieri ha spaccato la maggioranza, proprio quella che ha introdotto il tetto dei due mandati per i governatori, il 16 giugno 2004 fu votata convintamente pure dai ventuno senatori della Lega che ora hanno chiesto invano la deroga: su quei banchi figurava, allora come oggi, il ministro degli Affari regionali Roberto Calderoli. Erano altri tempi, si dirà, era un’altra Lega: era il Carroccio bossiano. Sarà. Cinque anni prima, gli allora lumbard, pur teorici della massima autonomia dei territ…

Due o più mandati, la questione non è marginale. Ciò che conta, in questo come in altri casi, sono le distanze. Che nel centrodestra, quando si parla di riforme, riaffiorano puntualmente. Mettiamo un attimo da parte i posizionamenti tattici e la lotta sotterranea (neanche tanto) in vista delle Europee: il fatto è che non c’è stato un solo passaggio storico, con al centro la modifica delle regole del gioco, in cui il centrodestra sia stato davvero compatto. Né coerente fino in fondo: la stessa norma che ieri ha spaccato la maggioranza, proprio quella che ha introdotto il tetto dei due mandati per i governatori, il 16 giugno 2004 fu votata convintamente pure dai ventuno senatori della Lega che ora hanno chiesto invano la deroga: su quei banchi figurava, allora come oggi, il ministro degli Affari regionali Roberto Calderoli. Erano altri tempi, si dirà, era un’altra Lega: era il Carroccio bossiano. Sarà. Cinque anni prima, gli allora lumbard, pur teorici della massima autonomia dei territori, si erano opposti in aula alla riforma costituzionale che aveva introdotto l’elezione diretta dei presidenti di Regione. “Sembra paradossale l'imposizione alle regioni di un modello per l'elezione del presidente”, disse al momento del voto finale, il 12 novembre 1999, l’allora senatore Roberto Castelli. I colleghi di An, antenati dei Fratelli d’Italia, si espressero invece a favore.

Storie di bisticci, di incomprensioni, di folclore: mettendo da canto la clamorosa iniziativa che, nel ’92, il deputato dell’Msi Carlo Tassi portò avanti nel dibattito sull’elezione diretta dei sindaci (proponeva la reintroduzione della figura del potestà), la storia è disseminata di contrapposizioni più recenti: quando, nel 2005, un governo Berlusconi che vivacchiava logorato dai centristi incassò finalmente la devolution – bandiera dei leghisti – ci fu sì la contrarietà dei leader dell’Udc ma si levò alto anche il grido di dolore di Domenico Fischella, uno dei fautori della svolta di Fiuggi: “Lascio Alleanza nazionale”.

Più di recente, altre svolte epocali hanno visto posizioni distinte nel centrodestra: il taglio dei parlamentari, ad esempio, ha visto in aula il distinguo di Forza Italia e uno sfarinamento delle posizioni prima del voto per il referendum. FdI compatta a favore della riforma voluta dai grillini, la Lega schierata per un sì solo formale: Giorgetti, Centinaio, Borghi si pronunciarono subito per il No.

E poi il presidenzialismo, poi derubricato in premierato, la questione più attuale. Meloni caldeggia il progetto da tempo, storcendo il naso davanti agli sgambetti degli alleati: quando, nel maggio del 2022, il disegno di legge di FdI non passò in commissione alla Camera a causa delle assenze di due esponenti del centrodestra, l’attuale premier sbottò: non so quale sia il problema, ma c’è un problema. Se un deputato manca, va sostituito”. Ascesa a Palazzo Chigi, Meloni ha spinto il governo ad approvare il progetto del premierato. Elezione diretta sì, ma con una serie di contrappunti soft che la presidente del Consiglio ha accettato a malincuore. In attesa del dibattito in aula. Nel frattempo, riecco il braccio di ferro sul tetto per i mandati di sindaci e governatori. Questione marginale? Forse no, ma solo l’ultimo segnale di un feeling che, sulle riforme, nel centrodestra, raramente si è registrato.

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