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FdI e FI bocciano il terzo mandato, Salvini rilancia: “Voto in Aula”

(ansa)
Scontro in commissione, destra in frantumi sulla proposta del Carroccio per i governatori. Meloni: “Non era nel programma”. Zaia: “La strada è ancora lunga”. Il leader vuole che se ne riparli in Parlamento. Conferenza Regioni al governo: “Incontrateci”
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ROMA — Si rompe la maggioranza sul terzo mandato per i governatori. In commissione Affari costituzionali FdI e Forza Italia affossano l’emendamento al dl elezioni proposto dalla Lega, che però rilancia promettendo battaglia in aula: il secondo tempo di una partita tutt’altro che conclusa. Ma il contraccolpo finisce per riverberarsi anche sulle opposizioni, che al momento del voto vanno in ordine sparso: l’asse fra Pd e M5S si salda sul no insieme ad Avs, scatenando la furia degli amministratori dem, mentre Italia Viva si schiera a favore e Azione non partecipa.

Inevitabile la ricaduta di polemiche e accuse incrociate che, a sera, costringe la presidente del Consiglio a uscire allo scoperto per rassicurare sullo stato di salute della coalizione: «Il terzo mandato non era inserito nel programma, ci sono state opinioni diverse in massima serenità», si barcamena Giorgia Meloni nel salotto tv di Bruno Vespa. «Non è una materia che in qualche maniera crea problemi al governo o alla maggior…

ROMA — Si rompe la maggioranza sul terzo mandato per i governatori. In commissione Affari costituzionali FdI e Forza Italia affossano l’emendamento al dl elezioni proposto dalla Lega, che però rilancia promettendo battaglia in aula: il secondo tempo di una partita tutt’altro che conclusa. Ma il contraccolpo finisce per riverberarsi anche sulle opposizioni, che al momento del voto vanno in ordine sparso: l’asse fra Pd e M5S si salda sul no insieme ad Avs, scatenando la furia degli amministratori dem, mentre Italia Viva si schiera a favore e Azione non partecipa.

Inevitabile la ricaduta di polemiche e accuse incrociate che, a sera, costringe la presidente del Consiglio a uscire allo scoperto per rassicurare sullo stato di salute della coalizione: «Il terzo mandato non era inserito nel programma, ci sono state opinioni diverse in massima serenità», si barcamena Giorgia Meloni nel salotto tv di Bruno Vespa. «Non è una materia che in qualche maniera crea problemi al governo o alla maggioranza», ribadisce nel tentativo di smentire la ridda di voci che la vogliono sempre più in conflitto con Matteo Salvini. Il quale, incassato lo schiaffo degli alleati, ha già notificato l’intenzione di prendersi la rivincita: «La proposta è stata bocciata in commissione, poi se ne parlerà nell’aula del Parlamento, che è sovrana», minaccia dalla Sardegna, dove il segretario del Carroccio è in campagna elettorale permanente. «Secondo me è un peccato pensionare sindaci e governatori dopo due mandati, anche se sono bravissimi, apprezzatissimi e votatissimi si devono fare da parte. È un errore», insiste il vicepremier, «perché trovare un buon sindaco e un buon governatore di questi tempi non è facilissimo. E se si trova, e i cittadini lo vogliono rieleggere, hanno il diritto di farlo. La posizione della Lega in questo senso è chiara».

Sullo sfondo, la difesa a oltranza del Veneto, dove il presidente Luca Zaia vorrebbe correre per la quarta volta (la prima è fuori dal conteggio poiché la legge sul limite del doppio mandato non era stata ancora approvata), ostacolato però da Fratelli d’Italia che lo rivendica per il senatore Luca De Carlo. Il Doge tuttavia ci crede: «La strada è ancora molto lunga», si limita a sibilare a metà pomeriggio. Mentre la Conferenza delle Regioni guidata da Massimiliano Fedriga, che già in passato si era espressa contro il vincolo, annuncia di aver chiesto un incontro con il governo nella persona del ministro per le Autonomie Roberto Calderoli. Tutti leghisti.

E dire che a un certo punto lo scoglio pareva superato. In apertura il governo aveva infatti espresso parere contrario all’emendamento per accordare il terzo mandato ai sindaci, rimettendosi alla commissione per quello sui governatori. Il Carroccio aveva perciò ritirato il primo e tutti si aspettavano che avrebbe fatto uguale pure con il secondo. Come peraltro chiesto a più riprese dal presidente meloniano della Commissione, Alberto Balboni. Ma da Via Bellerio non hanno voluto sentire ragioni. Hanno scelto di andare allo scontro. Pronti, ora, a portare la medesima proposta in Assemblea: «I Dem possono sempre ripensarci», provoca il deputato padano Igor Iezzi. Mentre FdI e FI si sforzano di abbassare i toni per scongiurare una resa dei conti stavolta pericolosissima per la coalizione e lo stesso esecutivo. Su cui comunque «non ci saranno problemi», è il messaggio distensivo spedito a fine giornata da Salvini. «Sono cose che succedono», prova a minimizzare anche il ministro dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. «Nessuna lacerazione», assicura il capogruppo azzurro Maurizio Gasparri.

Tensioni che finiscono per contagiare le opposizioni. Pd e M5s puntano il dito sulle divisioni interne alla maggioranza. «Siamo di fronte ad una destra spaccata che non cambia mai, insofferente verso le regole democratiche, che piega le istituzioni ai suoi interessi di bottega», attacca il capogruppo dem Francesco Boccia: «Ci chiediamo come, in queste condizioni, possa andare avanti il governo». Che «fa bene a interrogarsi sulla sua tenuta», rincara la segretaria Elly Schlein. Ma c’è chi, come il renziano Enrico Borghi, si scaglia contro «l’insipienza del campo largo» che ha impedito di segnare «una sconfitta totale della premier»: possibile se tutte le forze di minoranza si fossero unite sul sì all’emendamento leghista. Ma il Pd, dopo averne discusso al suo interno, s’è infine risolto a bocciare il terzo mandato per assecondare il M5S a tre giorni dal voto in Sardegna. Anche a costo di far infuriare l’ala riformista e l’agguerrito “partito dei sindaci”.

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