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Forza Italia, Tajani eletto segretario ma sul nuovo corso pesa il silenzio dei Berlusconi

Antonio Tajani eletto segretario nazionale al congresso di Forza Italia (ansa)

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L’ombra della discesa in campo di Pier Silvio o Marina rovina la festa. La famiglia, per ora, non vuole sconfessarlo. Si vedrà dopo le Europee
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ROMA — Era attesa una lettera, all’inizio. Poi «un messaggio». Alla fine è arrivato (forse) un sms. Ma solo di «Marina e Pier Silvio», annuncia Antonio Tajani, mostrando il cellulare a favore di flash, mentre fa capire di leggere la parola «congratulazioni» dallo schermo, davanti alla platea dei congressisti che l’ha appena eletto segretario della nuova Forza Italia. Non pare proprio una benedizione politica da parte degli eredi del Cavaliere. Nessuno dei 5 figli dell’ex premier si è fatto vedere, al PalaCongressi dell’Eur. Non c’era neanche l’ultima quasi moglie, Marta Fascina, rimasta tra gli stucchi di Villa San Martino. Della Real casa di Arcore, l’unico presente è stato, l’altro ieri, il fratello del patriarca azzurro scomparso, Paolo. Che però non ha negato la possibilità che uno dei discendenti di Silvio, prima o poi, scenda in campo: «Ce lo dirà solo il futuro». E le speculazioni si sprecano da mesi: chi dice Pier Silvio, chi Marina (che ha sempre negato). Chi Luigi. Si vedrà.…

ROMA — Era attesa una lettera, all’inizio. Poi «un messaggio». Alla fine è arrivato (forse) un sms. Ma solo di «Marina e Pier Silvio», annuncia Antonio Tajani, mostrando il cellulare a favore di flash, mentre fa capire di leggere la parola «congratulazioni» dallo schermo, davanti alla platea dei congressisti che l’ha appena eletto segretario della nuova Forza Italia. Non pare proprio una benedizione politica da parte degli eredi del Cavaliere. Nessuno dei 5 figli dell’ex premier si è fatto vedere, al PalaCongressi dell’Eur. Non c’era neanche l’ultima quasi moglie, Marta Fascina, rimasta tra gli stucchi di Villa San Martino. Della Real casa di Arcore, l’unico presente è stato, l’altro ieri, il fratello del patriarca azzurro scomparso, Paolo. Che però non ha negato la possibilità che uno dei discendenti di Silvio, prima o poi, scenda in campo: «Ce lo dirà solo il futuro». E le speculazioni si sprecano da mesi: chi dice Pier Silvio, chi Marina (che ha sempre negato). Chi Luigi. Si vedrà.

La famiglia comunque non ha interesse, adesso, a sconfessare Tajani. Si limita a non incensarlo. Il vicepremier e ministro degli Esteri avrà agibilità politica fino alle Europee. Si giocherà la sua partita. Se poi riuscirà nell’obiettivo, dichiarato, di scavallare il 10%, chissà, potrebbe anche restare in sella. Certo gli tocca un lavoraccio: tenere in vita FI in tempi di melonismo arrembante. Non spolpare la delegazione italiana nel Ppe, che difatti ha partecipato al congresso con tutti i big, ieri da ultima la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, che Tajani sostiene per il bis. Soprattutto, avvicendare Berlusconi, dice il neo-segretario, è come sostituire «Maradona in Champions». Tajani dovrà riuscire poi a governare le cordate di FI, abituate a destreggiarsi in una guerriglia sotterranea in attesa di un cenno del capo, che però non era solo un leader politico, ma soprattutto proprietario, fondatore, domino, «vita vitale» (cit. da una poesia di Sandro Bondi) di tutto l’ambaradam. Tajani è solo il segretario. «Ma rispetto a Silvio — dice lui, un po’ scherzando, un po’ per mettere in riga i suoi — sono più cattivo».

Aspettando le Europee, va riconosciuto, Forza Italia resta a galla. Anzi, nei sondaggi si avvicina alla Lega di Salvini, che sconta ormai una leadership appannata e un filotto di sberle politiche. Spera, Tajani, di portare FI sulla seconda piazza della coalizione. Potrebbe anche riuscirci. Il feeling con Meloni, a differenza di Salvini, pare buono. L’ultimo asse è sul terzo mandato. «Siamo contrari», ribadiva ieri il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli.

Ma le bizze interne si notano, anche se per ora Tajani riesce a domarle. L’ultima disputa nelle ore del congresso ha riguardato il ruolo dei 4 vice-segretari. In palio c’era il posto di «vicario». Roberto Occhiuto, il governatore della Calabria, ancora ieri mattina insisteva per una conta, sicuro di arrivare primo. Tajani si è imposto: niente voto. Acclamazione. Dunque la vicaria, di fatto, sarà la vice «anziana», Deborah Bergamini, vicina ai Berlusconi. Occhiuto uscendo mostrava un sorriso un po’ amaro: «Sarebbe stata un’occasione di partecipazione per i delegati...». Gli altri due vice saranno il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, e il deputato di area Fascina, Stefano Benigni, leader dei Giovani, l’unico a ottenere un voto contrario. Renato Schifani si è dovuto accontentare del posto di presidente del Consiglio nazionale di FI.

Qualche altra nota stonata, nello spartito immaginato da Tajani, è arrivata dalla minoranza. Licia Ronzulli ha mandato messaggi dal palco: caro Antonio, «saremo con te se ascolterai tutti, anche le voci più critiche della nostra comunità. Nessuno perde o vince da solo». Il vice-presidente della Camera, Giorgio Mulè, ha chiesto a tutti «umiltà» (passaggio citato poi dal segretario) bacchettando i fuoriusciti di ritorno, alludendo a Letizia Moratti e Renata Polverini e altri ancora: «Api della politica che si sono posate su altri fiori e poi sono tornate».

Tajani fa il pompiere: «Non dividiamoci per tornaconti personali». Pensa già alle liste delle Europee, in cui vorrebbe, oltre a Polverini, Gabriele Albertini. E non Roberto Formigoni. Potrebbe candidarsi pure lui, alla fine, se lo farà Meloni: «Berlusconi — dice dal palco — sarebbe stato capolista ovunque».

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