Patuanelli (M5S): “Ci divide la guerra ma dal salario minimo alla sanità l’intesa coi dem è già ottima”
di Matteo PucciarelliStefano Patuanelli è in viaggio, diretto verso l’Abruzzo. Campagna elettorale anche lì, voto il 10 marzo, coi 5S alleati di Pd e rossoverdi.
Intanto domani tocca alla Sardegna: la sua compagna di partito dice che la resistenza al governo partirà proprio da lì. Concorda?
«In realtà vedo prima di tutto delle elezioni importanti per i sardi: può ripartire una rinascita per riparare i disastri dopo cinque anni di Christian Solinas».
Diciamocela tutta: se Todde vince, il fronte progressista forse rinasce davvero.
«Vedo un fronte progressista che ha delle spinte già in atto. In Sardegna si è fatto un programma per il popolo sardo, c’era piena compatibilità con il Pd e la sinistra e il territorio ha individuato Todde come la migliore per incarnare quel programma. Su salario minimo, sanità pubblica, piani industriali, c’è un’ottima intesa con il Pd».
LO SPECIALE ELEZIONI IN SARDEGNA – RISULTATI E RIEPILOGO
Il metodo per costruire un’alleanza qual è?
«Lavorare da subito insieme su temi che ci …
Stefano Patuanelli è in viaggio, diretto verso l’Abruzzo. Campagna elettorale anche lì, voto il 10 marzo, coi 5S alleati di Pd e rossoverdi.
Intanto domani tocca alla Sardegna: la sua compagna di partito dice che la resistenza al governo partirà proprio da lì. Concorda?
«In realtà vedo prima di tutto delle elezioni importanti per i sardi: può ripartire una rinascita per riparare i disastri dopo cinque anni di Christian Solinas».
Diciamocela tutta: se Todde vince, il fronte progressista forse rinasce davvero.
«Vedo un fronte progressista che ha delle spinte già in atto. In Sardegna si è fatto un programma per il popolo sardo, c’era piena compatibilità con il Pd e la sinistra e il territorio ha individuato Todde come la migliore per incarnare quel programma. Su salario minimo, sanità pubblica, piani industriali, c’è un’ottima intesa con il Pd».
LO SPECIALE ELEZIONI IN SARDEGNA – RISULTATI E RIEPILOGO
Il metodo per costruire un’alleanza qual è?
«Lavorare da subito insieme su temi che ci uniscono in modo chiaro, ma anche ammettendo con coraggio le differenze che ci sono. Perché possono essere un valore. Contrapporsi agli altri è facile, così come dire “non votate gli altri perché sono peggio”, ma serve un orizzonte, occorrono proposte nette e che siano frutto di una sintesi. E infine c’è bisogno di un reciproco riconoscimento di ruoli».
Sta accadendo questo?
«Tra Conte e Schlein mi pare di sì. Il percorso con il Pd si era interrotto per l’imposizione di una inesistente agenda Draghi da parte di Letta, la sua volontà era farci diventare un piccolo partito satellite del Pd. Non vedo questo pericolo con Schlein».
In questo senso vi tocca sperare che il Pd vada bene alle Europee.
«Sono elezioni col proporzionale e che riguardano l’Europa, mi auguro un buon risultato delle forze progressiste ma soprattutto dei 5S».
A proposito di Europee: qual è l’obiettivo minimo del M5S?
«Neanche sotto tortura darò un numero, l’attrazione di voto del Movimento è stabile da dopo le Politiche, poi è vero che ci sia una disaffezione al sud rispetto alle elezioni europee e questo può avere un’influenza per noi, che abbiamo un buon radicamento proprio lì».
Quali sono i temi che più vi separano dal Pd?
«Il più evidente è la guerra in Ucraina, che non è un elemento da poco: pensiamo sia giunto il momento di dire basta alle armi, non perché basti questo per arrivare alla pace, ma perché due anni di guerra ci dimostrano che andare avanti su quella strada non è servito a molto ma ha causato migliaia di vittime ed enormi problemi economici. E che le fortune alterne sul campo di battaglia ad oggi non hanno prodotto significative sottrazioni territoriali ai danni della Russia».
Schlein anche su questo però sta provando a marcare una differenza con il passato.
«Il Pd ha anime con posizioni diverse sulla questione. Se parliamo di atti concreti però la faccenda ci ha sostanzialmente diviso».
Sul terzo mandato giovedì avete votato assieme, se lo aspettava?
«Al Senato il gruppo Pd non mi è sembrato in difficoltà, anche se capisco che Bonaccini o Emiliano non siano contenti. Valuto positivamente la scelta del Pd, il no al terzo mandato è un nostro elemento identitario ed è estendibile alle cariche monocratiche. E si è vista una delle tante divisioni del centrodestra che sono figlie della sete di potere. Per noi è una questione valoriale, per loro di vantaggio di partito: a governatori invertiti FdI e Lega avrebbero fatto il contrario».
Questa maggioranza reggerà cinque anni?
«Sono molto più divisi del fronte progressista, lo si vede in tantissime dinamiche, ma sono uniti dalla voglia di gestire il potere. Questo rischia di tenerli insieme fino al termine della legislatura».
Numeri alla mano servirà un’alleanza anche con Calenda per sconfiggere le destre.
«“Con Todde e Patuanelli potrei governarci”, disse Calenda qualche tempo fa. Poi Todde si candida e lui sceglie un’altra strada. Vedo complicato un passo avanti da fare con chi ha questo atteggiamenti così incoerenti».