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Rivolta dei governatori di destra sul terzo mandato. FdI frena sul voto in Aula

(ansa)
Ancora alta tensione nella maggioranza dopo la bocciatura dell’emendamento della Lega. Fedriga: “Scorretto decidere senza le Regioni”. Toti: “Spaccatura tra politica romana e Paese”
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ROMA – Vogliono incontrare il governo, che intanto pensa di rinviare l’approdo del decreto elezioni in Aula dopo il voto in Abruzzo. Evocano scontri istituzionali. Pronti a sfidare i partiti d’appartenenza e persino la legge, se il vincolo del doppio mandato non verrà scardinato. Persuasi, i presidenti di Regione — tutti, dalle Alpi alla Sicilia, in modo trasversale agli schieramenti — che la partita parlamentare non sia ancora finita. E dunque occorre insistere, minacciare ricorsi alla Consulta, urlare a più non posso le proprie ragioni per convincere chi, specie nella maggioranza, è contrario alla modifica del tetto che vale cinque anni di sopravvivenza supplementare al vertice degli enti territoriali.

Per questo ieri la Conferenza delle Regioni, che già a dicembre si era espressa all’unanimità, ha scritto al ministro per le Autonomie Roberto Calderoli chiedendo di «avviare un confronto costruttivo e collaborativo» con l’esecutivo. Una «esigenza condivisa», la definisce il leghista …

ROMA – Vogliono incontrare il governo, che intanto pensa di rinviare l’approdo del decreto elezioni in Aula dopo il voto in Abruzzo. Evocano scontri istituzionali. Pronti a sfidare i partiti d’appartenenza e persino la legge, se il vincolo del doppio mandato non verrà scardinato. Persuasi, i presidenti di Regione — tutti, dalle Alpi alla Sicilia, in modo trasversale agli schieramenti — che la partita parlamentare non sia ancora finita. E dunque occorre insistere, minacciare ricorsi alla Consulta, urlare a più non posso le proprie ragioni per convincere chi, specie nella maggioranza, è contrario alla modifica del tetto che vale cinque anni di sopravvivenza supplementare al vertice degli enti territoriali.

Per questo ieri la Conferenza delle Regioni, che già a dicembre si era espressa all’unanimità, ha scritto al ministro per le Autonomie Roberto Calderoli chiedendo di «avviare un confronto costruttivo e collaborativo» con l’esecutivo. Una «esigenza condivisa», la definisce il leghista Massimiliano Fedriga, presidente del massimo organismo di rappresentanza. Il quale, in linea con le posizioni di Salvini, spinge per un ripensamento degli alleati che hanno affossato la riforma. Invocando il coinvolgimento dei governatori «nel processo decisionale» poiché «mi sembrerebbe profondamente scorretto decidere sull’organizzazione istituzionale e democratica delle Regioni senza le Regioni». Toni soft nella forma, ma duri nel merito: «Sarebbe alquanto particolare che il dibattito si limitasse ai parlamentari».

Ci pensa l’azzurro Giovanni Toti, in scadenza l’anno prossimo, ad alzare il livello dello scontro: «C’è un tema che sfugge al dibattito concentrato sulle spaccature tra le forze politiche: la spaccatura tra il centro, la politica romana, e la periferia del Paese», si sfoga il presidente della Liguria, «una divaricazione molto pericolosa che sfiora lo scontro istituzionale, visti i ricorsi alla Corte Costituzionale che molti stanno ventilando». Anche lui confida in un moto di resipiscenza dei partiti che hanno affondato il terzo mandato: «Spero che Giorgia Meloni faccia una riflessione, FdI è stato sempre favorevole alle preferenze e al consenso. Oggi questa limitazione non è coerente con la sua storia e neppure con quella di Forza Italia, che Silvio Berlusconi ha sempre glorificato come un alfiere della volontà popolare pura». Premessa necessaria per lanciare un avvertimento chiaro: «Non vorrei che qualcuno facesse male i conti utilizzando il vincolo del doppio mandato come tattico vantaggio per le prossime elezioni», incalza Toti, «perché è vero che oggi ci sono partiti con un largo consenso alle Politiche, ma il territorio esprime liste civiche e personalità che spesso nel voto locale incidono più dei partiti. Basti pensare ai risultati della lista di Zaia, di Bonaccini e della mia». Traduzione: i presidenti di Regione possono pure fare da soli.

Vincenzo De Luca lo aveva già detto di essere pronto a correre nonostante il Pd. E ieri l’ha confermato: «In Campania il terzo mandato si può fare, non avendo recepito la legge nazionale sui due mandati». Perciò «assistiamo da osservatori a questo dibattito totalmente demenziale. La cui sostanza è che tutti i nominati nelle aule parlamentari hanno paura del voto libero dei cittadini, è sconcertante». Stessa linea di Michele Emiliano, pure lui pd in scadenza nel 2025: «In Puglia non abbiamo limiti. Se ce ne sarà necessità, sono pronto a ricandidarmi per la terza volta».

In teoria, però. Nella pratica l’emendamento leghista per accendere semaforo verde è stato bocciato in Commissione al Senato. Ma la Lega ha già annunciato l’intenzione di ripresentarlo in Aula. Dove tuttavia dovrebbe approdare dopo le elezioni in Abruzzo. A frenare, nel timore di ripercussioni sulla maggioranza, è FdI. «Mercoledì voteremo gli ultimi emendamenti e il mandato al relatore, poi dovremo aspettare il parere del Mef su alcune coperture», spiega Alberto Balboni, presidente meloniano della Affari costituzionali. «Le date più probabili per l’esame in Assemblea sono il 5 marzo o più probabilmente il 12». Il tempo per raffreddare gli animi. E provare a scongiurare ulteriori spaccature nel centrodestra.

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