Senza treni né medici, con i laureati in fuga: la Sardegna profonda si lecca le ferite
dal nostro inviato Concetto VecchioCAGLIARI – La sera Cagliari sembra Barcellona. Gran ristoranti di cucina locale riadattati al gusto moderno, gestiti da giovani chef, prezzi non proprio modici, nel quartiere della marina una movida compiaciuta di sé, belle donne e bei ragazzi che fanno tardi davanti a un Vermentino, turisti tedeschi che affrontano il vento del lungomare. Girando si percepisce come una euforia, un senso di sé edonista che non c’era mai stato prima. «Cagliari è diventata più cara di Roma», si lamenta Flavio Soriga, lo scrittore di Sardinia Blues, tornato dalla Capitale sull’isola nove anni fa, come tanti. «Con la differenza che a Roma una trattoria a buon mercato la rimedi sempre, qui non più. Non si trovano più nemmeno le case da affittare, quelle poche che sono sul mercato diventano B&B, impossibile scovare cento metri quadri sotto i mille euro. Mia sorella, che vive a Torpignattara, paga seicento euro e ha due terrazzini, qui te li sogni».
CAGLIARI – La sera Cagliari sembra Barcellona. Gran ristoranti di cucina locale riadattati al gusto moderno, gestiti da giovani chef, prezzi non proprio modici, nel quartiere della marina una movida compiaciuta di sé, belle donne e bei ragazzi che fanno tardi davanti a un Vermentino, turisti tedeschi che affrontano il vento del lungomare. Girando si percepisce come una euforia, un senso di sé edonista che non c’era mai stato prima. «Cagliari è diventata più cara di Roma», si lamenta Flavio Soriga, lo scrittore di Sardinia Blues, tornato dalla Capitale sull’isola nove anni fa, come tanti. «Con la differenza che a Roma una trattoria a buon mercato la rimedi sempre, qui non più. Non si trovano più nemmeno le case da affittare, quelle poche che sono sul mercato diventano B&B, impossibile scovare cento metri quadri sotto i mille euro. Mia sorella, che vive a Torpignattara, paga seicento euro e ha due terrazzini, qui te li sogni».
LO SPECIALE ELEZIONI IN SARDEGNA – RISULTATI E RIEPILOGO
Ma basta uscire fuori dalla città e incontri soprattutto spopolamento, disoccupazione giovanile, trasporti disastrosi, una sanità fatta a pezzi. L’altra Sardegna, quella interna, si lecca le ferite. A Siliqua, nel Sulcis, Michela Calledda tre anni fa ha aperto una libreria, un salottino di ventotto metri quadri, La Giraffa, un’impresa da fare tremare i polsi in un paesino da 3500 abitanti. «Non si diventa ricchi, ma già il primo anno avevo raggiunto l’obiettivo che mi ero posto per il terzo, tuttavia la vita di paese è più difficile di quel che immaginavo quando sono tornata qui perché volevo che mia figlia, nata nel 2015, crescesse in un posto a misura d’uomo. La sanità non esiste più: in un anno ho cambiato cinque medici di base. Vengono i giovani dottori, a contratto, e appena possono se ne vanno. L’anno che è nata mia figlia, il 5 marzo, era la prima bambina che veniva al mondo. Ora temo che faranno a pezzi anche la scuola.
Quando io ero bambina, quarant’anni fa, le sezioni erano cinque, ora sono due, e in realtà è una sola. Chi può fugge via, e con la fuga diminuiscono i servizi. Questo incide anche sulla coesione sociale. Si vive ormai come in città. Anch’io ero andata a Roma, e poi sono rientrata, le potenzialità sono enormi, siamo il paese del castello del conte Ugolino, ma poi si fa una gran fatica». Considerato il contesto la storia della Giraffa è a lieto fine. «Però bisogna lavorare tantissimo, fare eventi su eventi, vengono anche da fuori per comprare i libri da noi».
Da Cagliari a Sassari, duecento chilometri, in treno ci vogliono quattro ore, più che da Roma a Milano. «Noi a Nuoro le ferrovie nemmeno le abbiamo», dice Raffaele Marras, 33 anni di Orosei, figlio di pastori sardi, «e di nonni analfabeti». Anche lui è tornato, dopo la laurea in economia a Firenze, un master al Sant’Anna di Pisa, manager alla Piaggio, esperienze in Cina, Vietnam e India. «A un certo punto mi sono detto: se proprio mi devo spendere tanto vale farlo qui». Ora fa il Program Manager in Iveco, in smart working. E politica nel Pd, che lo ha candidato. «Ma quel che ho ritrovato dopo quindici anni fa riflettere. Siamo l’unico capoluogo che non ha la ferrovia, Nuoro è diventata decadente, vive con lo sguardo rivolto al passato, se prenoti una visita medica ti dicono di ripassare tra otto o dieci mesi. E questo dentro una provincia immensa, priva di medici di base. Siamo la provincia col più alto tasso di fuga di laureati». Sulla sanità ognuno ha la sua via crucis da riferire. L’imprenditore immobiliare Antonio Sardu racconta che per fare operare il figlio alle adenoidi con la sanità pubblica gli hanno detto di aspettare un anno e sette mesi. «Ho sborsato 1700 euro e me l’hanno operato privatamente al Policlinico di Cagliari in una settimana. Tutti si arrangiano come possono», commenta amaramente.
In queste difficoltà assortite si insinua il crescente business delle pale eoliche. «Le richieste sono centinaia e pongono degli interrogativi, sul suolo sottratto all’agricoltura, sulla natura deturpata, affiorati anche durante la campagna elettorale», denuncia Soriga. Nel Sulcis della crisi industriale si spera sempre nella riconversione ecologica. Il sindaco di Iglesias, Mauro Usai, Pd di 35 anni, rieletto col settanta per cento dei voti, professa ottimismo: «È l’unico modo per frenare lo spopolamento galoppante. Se colta è una prospettiva interessante. Altrimenti la gente emigra. Quando ero ragazzo Iglesias aveva 32 mila abitanti, ora sono 26mila, e teniamo meglio di altri». Nel Nuorese, senza medici e senza treni, confidano invece nel telescopio Einstein, detto Et, un rivelatore di onde gravitazionali di terza generazione, per frenare l’emorragia. La sede candidata è alle Miniere di Sos Enattos. Insomma, «la Sardegna non esiste, esistono molte Sardegne», per citare Soriga.
Per andare allo stadio (si gioca Cagliari-Napoli), bisogna passare davanti all’immenso Amsicora, quello dello scudetto del 1970, oggi convertito a terreno della squadra di hockey su prato, costeggiare il rudere del Sant’Elia da sessanta mila posti, e lì accanto, nel parcheggio della vecchia arena, sorge, provvisoria, l’Unipol domus: la casa dei rossoblù. Una buona fotografia delle contraddizioni. Si incontrano ovunque pullman di tifosi che vengono dalla Sardegna interna, perché, come ricordava sempre Gigi Riva, il Cagliari è la squadra di tutta l’isola. Il Napoli manca, per l’egoismo dei suoi attaccanti, due volte il raddoppio, poi, all’ultimo assalto, Luvumbo fa esplodere le gradinate, tra cui Paolo Truzzu il candidato della destra, un habitué nei distinti. Mister Claudio Ranieri alza i pugni in aria. La Sardegna può ancora sperare di non retrocedere in serie B.