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Conte esulta e detta condizioni al Pd: “Su Piemonte e Basilicata non ci siamo”

Elly Schlein e Giuseppe Conte

 (fotogramma)
“Se tra i dem ci danno per scontati meglio andare ognuno per conto suo”, dice un big dei 5S. Il leader: “A Torino e Potenza commistioni tra affari e politica”
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Milano — Chi si aspettava un Movimento 5 Stelle pronto a (ri)battezzare la (ri)nascita del fronte progressista dopo la vittoria di Alessandra Todde si sbagliava, perché Giuseppe Conte dice e non dice, di sicuro non certifica nulla. «Si vince se si è competitivi con alleati affidabili, compagni di viaggio che ti consentono di realizzare i programmi per i cittadini», spiega il presidente del M5S, che ieri come mezzo partito ha invaso pacificamente tv e radio, c’era da rivendicarsi il trionfo sardo. Comunque, traduzione per il futuro prossimo delle sue parole: in Basilicata e in Piemonte non è assolutamente detto che Pd e 5 Stelle trovino una convergenza com’è stato invece in Sardegna e in Abruzzo, in quest’ultimo caso addirittura con Carlo Calenda in coalizione.

In via di Campo Marzio ancora si ricordano i tempi dell’alleanza stabilizzata, quando era tutto un vertice tra Conte ed Enrico Letta alla sede dell’Arel, prima della caduta del governo di Mario Draghi: un Movimento che i so…

Milano — Chi si aspettava un Movimento 5 Stelle pronto a (ri)battezzare la (ri)nascita del fronte progressista dopo la vittoria di Alessandra Todde si sbagliava, perché Giuseppe Conte dice e non dice, di sicuro non certifica nulla. «Si vince se si è competitivi con alleati affidabili, compagni di viaggio che ti consentono di realizzare i programmi per i cittadini», spiega il presidente del M5S, che ieri come mezzo partito ha invaso pacificamente tv e radio, c’era da rivendicarsi il trionfo sardo. Comunque, traduzione per il futuro prossimo delle sue parole: in Basilicata e in Piemonte non è assolutamente detto che Pd e 5 Stelle trovino una convergenza com’è stato invece in Sardegna e in Abruzzo, in quest’ultimo caso addirittura con Carlo Calenda in coalizione.

In via di Campo Marzio ancora si ricordano i tempi dell’alleanza stabilizzata, quando era tutto un vertice tra Conte ed Enrico Letta alla sede dell’Arel, prima della caduta del governo di Mario Draghi: un Movimento che i sondaggi davano all’8-9 per cento e che si sentiva costretto a ingoiare bocconi amari di continuo. «Se nel Pd ci danno per scontati ci rimettiamo e basta, meglio affrontare i passaggi elettorali uno ad uno, ognuno con la propria autonomia», ragiona un big del M5S. Ed è esattamente ciò che pensa Conte. Quindi nessun campo largo ma un “campo giusto”, da costruire di volta in volta, in base ai programmi ma pure delle candidature. Per fare qualche esempio, in Basilicata lo spazio per un accordo ci sarebbe anche, ma per il Movimento il nome di Angelo Chiorazzo non va bene. L’imprenditore cattolico ha mille affari, dalla sanità privata all’accoglienza dei migranti, in passato è stato lambito da qualche inchiesta, per i 5 Stelle locali è indigeribile e nonostante l’amicizia con Roberto Speranza che lo sponsorizza Conte non se la sente: «Non consentiremo mai, come M55, una contaminazione fra politica e affari. Per noi sono cose separate. Se, a destra, a sinistra, ti metti a fare affari e pensi che la politica sia uno strumento per seguire interessi di partito personali con noi non ti puoi alleare», le sue parole a Porta a porta, che qualcuno ha letto anche col retrogusto lucano e non solo come riferimento a Matteo Renzi. Oppure in Piemonte, dove le ruggini con i dem arrivano da lontano, dai tempi della guerra senza quartiere del Pd torinese all’allora sindaca Chiara Appendino, oggi vicepresidente del Movimento. «Qui la distinzione tra campo largo e campo giusto è ancora più evidente, le scelte del Pd sono in totale continuità con le politiche della giunta regionale di centrodestra», assicura il capogruppo 5 Stelle in consiglio comunale a Torino, Andrea Russi. Oltretutto contro il centrodestra guidato da Alberto Cirio sembra non esserci partita a prescindere, e allora tanto vale andare da soli senza farsi ingabbiare in una coalizione scomoda. Dopodiché ieri era una giornata di festa in casa Movimento, la conquista di una regione segna una prima volta, né è passato inosservato il mezzo passo indietro di Calenda che per la prima volta apre alla possibilità di un dialogo vero con i 5 Stelle. Nessuno quindi ha voluto prestare troppa attenzione al voto di lista sarda, con il M5S al 7,8 per cento. Si è preferito fare l’addizione con la civica di Todde, che porterebbe il risultato al 12. Al consiglio sardo andranno 11 eletti pd e 10 dell’accoppiata 5 Stelle-civica della presidente, e quindi la sensazione è quella di un pareggio o quasi anche con il principale alleato.

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