Si riapre il cantiere giallorosso: “Uniti battiamo la destra”
di Giovanna VitaleROMA — Al termine di una giornata di attesa fiduciosa, con il Partito democratico lì a giocarsi con Fratelli d’Italia lo scettro di primo partito in Sardegna e la candidata unitaria dei giallorossi a un soffio dalla vittoria, Dario Franceschini, uno dei padri indiscussi del campo largo, sottolinea che la strada è «giusta», ma invita a frenare gli ardori: «Si rischia di passare da un pessimismo cosmico a un ottimismo sfrenato, e invece la strada per costruire un’alleanza vincente è ancora lunga». Soprattutto faticosa.
Lo sa bene l’ex ministro della Cultura che per crearla dal nulla, nell’afosa estate del Papeete, sudò sette camicie, inimicandosi un bel pezzo del suo partito che anche dopo ha continuato a crederci poco, tormentato da mille dubbi e perplessità. E adesso, guardate cosa è successo: «Questo voto è la prova che la scelta fatta nel 2019, far nascere il Conte 2 pur fra tante difficoltà era quella giusta», rivendica l’uomo che da sempre disegna traiettorie in grado di devi…
ROMA — Al termine di una giornata di attesa fiduciosa, con il Partito democratico lì a giocarsi con Fratelli d’Italia lo scettro di primo partito in Sardegna e la candidata unitaria dei giallorossi a un soffio dalla vittoria, Dario Franceschini, uno dei padri indiscussi del campo largo, sottolinea che la strada è «giusta», ma invita a frenare gli ardori: «Si rischia di passare da un pessimismo cosmico a un ottimismo sfrenato, e invece la strada per costruire un’alleanza vincente è ancora lunga». Soprattutto faticosa.
Lo sa bene l’ex ministro della Cultura che per crearla dal nulla, nell’afosa estate del Papeete, sudò sette camicie, inimicandosi un bel pezzo del suo partito che anche dopo ha continuato a crederci poco, tormentato da mille dubbi e perplessità. E adesso, guardate cosa è successo: «Questo voto è la prova che la scelta fatta nel 2019, far nascere il Conte 2 pur fra tante difficoltà era quella giusta», rivendica l’uomo che da sempre disegna traiettorie in grado di deviare il corso del Pd. «Mettersi insieme ai 5Stelle è l’unica strada per sconfiggere la destra», insiste Franceschini. Perché, chiosa caustico, «oltre alla politica c’è anche l’aritmetica». E dunque «va percorsa con convinzione e generosità: ora l’obiettivo è consolidare un campo davvero largo», che parta dall’asse giallorosso, inclusi i verdi di Angelo Bonelli e la sinistra di Nicola Fratoianni, «per arrivare ai centristi». Quelli che alle Politiche hanno consegnato Palazzo Chigi a Giorgia Meloni, mentre stavolta hanno solo rischiato di favorire il bis dei sovranisti. «A dimostrazione che in Italia si è affermato uno schema bipolare che non lascia spazio ai terzi poli», ragiona un alto esponente dem. «Prima o poi lo capiranno».
Non sarà una passeggiata di salute. Non lo è mai stata. Giuseppe Conte ha spesso recalcitrato, snobbando ogni accordo di sistema. Ma «le elezioni sarde, se guardate in una prospettiva nazionale, mandano un paio di messaggi che non si possono ignorare», ragiona Lorenzo Guerini, uno dei leader dell’ala riformista che ha sempre contestato la tentazione, talvolta affiorata al Nazareno, di lasciare la guida dello schieramento ai grillini: «Primo, per poter contendere alla destra il governo del Paese, è fondamentale costruire una coalizione», a patto di stabilire precise regole di ingaggio. «Secondo: è anche interesse del M5S stringere un’alleanza con il Pd, che però non può essere episodica ma strutturata, in grado di esprimere una formula politica e una visione».
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Ragionamento che vale tanto più per Carlo Calenda e Matteo Renzi: «Per essere competitivi occorre essere capaci di fare alleanze, con solidarietà e generosità reciproca tra alleati che, ciascuno con la propria identità, si mettono al servizio di un impegno comune», insiste l’ex ministro della Difesa: «Una riflessione che credo debbano fare anche Azione e Iv che hanno ritenuto di fare una corsa solitaria che non li ha premiati».
Vista dalla Sardegna, sembra più facile. Ma attenzione: potrebbe rivelarsi un’illusione ottica. Se infatti il risultato inatteso di Alessandra Todde può essere di buon auspicio per l’imminente voto in Abruzzo, dove l’intero fronte progressista corre sotto le stesse insegne, nelle altre regioni — Basilicata, Piemonte e Umbria — l’intesa non c’è. Per cui la parola d’ordine resta «prudenza». Anche se Nicola Zingaretti, l’ex segretario che tenne a battesimo il governo giallorosso, alla svolta ci crede: «Quella sarda è l’ennesima conferma che quando siamo uniti si può vincere e il Pd va bene, mentre quando ci si divide si perde sempre, tutti. Quindi complimenti a Elly Schlein che ha saputo tenere la barra dritta. Ora speriamo che questo risultato induca tutti a più miti consigli. Il popolo del centrosinistra ci vuole fianco a fianco per tornare a vincere». Lo dice a scrutinio ancora aperto Arturo Scotto, l’ex Art.1 tornato a casa dopo l’elezione di Schlein: «Se tutto va come deve, saremmo davanti al primo vero smacco alla Meloni: gli italiani non amano il manganello. E alla dimostrazione che unirsi in un campo largo progressista non solo conviene, ma rappresenta soprattutto un dovere patriottico»