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Dopo la Sardegna riparte il tavolo giallorosso: dalla Basilicata al Piemonte, quali sono i punti di attrito Pd-M5S

Obiettivo: costruire un’alleanza capace di strappare alla destra altre due regioni (almeno). Ma il tempo stringe
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Una ventina di giorni fa, dopo settimane di incontri vani e liti furibonde, il dialogo fra Pd e M5S s’era interrotto all’improvviso: “Meglio rivedersi dopo la Sardegna” avevano concordato gli sherpa incartati sul rebus Piemonte. Nella regione di Chiara Appendino e Stefano Lo Russo, suo successore alla guida di Torino, si era infatti a un passo dalla rottura: meglio allora siglare una tregua prima di far saltare tutto, seppellendo l’asse giallorosso sotto una coltre di ripicche e dispetti a tre mesi dalle elezioni. Che in Basilicata, altro test non trascurabile per il centrosinistra, si terranno già in aprile.

L’Abruzzo, dopo la Sardegna

Per una volta, una mossa azzeccata. La vittoria di Alessandra Todde non ha solo riacceso le speranze in Abruzzo, dove fra dieci giorni le opposizioni correranno in un fronte unico, ma anche la fiducia di poter chiudere bene tutte le trattative rimaste in sospeso. Obiettivo: costruire un’alleanza capace di strappare alla destra altre due regioni (almeno…

Una ventina di giorni fa, dopo settimane di incontri vani e liti furibonde, il dialogo fra Pd e M5S s’era interrotto all’improvviso: “Meglio rivedersi dopo la Sardegna” avevano concordato gli sherpa incartati sul rebus Piemonte. Nella regione di Chiara Appendino e Stefano Lo Russo, suo successore alla guida di Torino, si era infatti a un passo dalla rottura: meglio allora siglare una tregua prima di far saltare tutto, seppellendo l’asse giallorosso sotto una coltre di ripicche e dispetti a tre mesi dalle elezioni. Che in Basilicata, altro test non trascurabile per il centrosinistra, si terranno già in aprile.

L’Abruzzo, dopo la Sardegna

Per una volta, una mossa azzeccata. La vittoria di Alessandra Todde non ha solo riacceso le speranze in Abruzzo, dove fra dieci giorni le opposizioni correranno in un fronte unico, ma anche la fiducia di poter chiudere bene tutte le trattative rimaste in sospeso. Obiettivo: costruire un’alleanza capace di strappare alla destra altre due regioni (almeno). Ma il tempo stringe, alcuni nodi vanno sciolti in fretta. "Spero che il segnale sardo arrivi a tutti i dirigenti del centrosinistra anche in Piemonte e Basilicata", incalza su X Andrea Orlando.

Un messaggio indirizzato soprattutto a Giuseppe Conte, che dalla notte di Cagliari ha ripreso a seminare distinguo sul “campo giusto” anziché largo, a insistere sul carattere locale degli accordi, a porre veti sulle candidature. Proprio nel momento in cui Carlo Calenda ha invece iniziato un percorso d’avvicinamento perché andare soli alle regionali significa condannarsi a perdere, dunque “parlare con i Cinquestelle diventa inevitabile, ma non a ogni costo”.

Ostacoli e distinguo che tuttavia sparirebbero d’incanto se al miracolo sardo si dovesse aggiungere quello abruzzese. Nella regione marsicana l’uscente Marco Marsilio, meloniano di stretta osservanza, ha fatto meglio di Christian Solinas sull’isola, ma neppure lui ha brillato. Tant’è che secondo gli ultimi sondaggi il distacco da Luciano d’Amico, l’ex rettore di Teramo campione dei progressisti uniti, si sarebbe ridotto entro il margine d’errore. Se cadesse pure questo fortino sovranista, nei territori scatterebbe la corsa a star dentro lo schieramento di centrosinistra.

In Basilicata accordo vicino

In Basilicata le condizioni per fare un’alleanza extra-large modello Abruzzo ci sono tutte. Resta tuttavia da sciogliere il nodo del candidato presidente, che però andrà tagliato in fretta: sabato si riunisce la Direzione regionale del Pd e lì bisognerà arrivare con un’indicazione chiara. Elly Schlein, su suggerimento di Roberto Speranza che è lucano, ha lavorato per creare una convergenza su Angelo Chiorazzo, patron della cooperativa Auxilium, moderato vicino ad ambienti cattolici. Ma il M5S lo considera troppo contiguo al centrodestra e si è messo, di traverso. Idem Azione.

La controproposta avanzata al Pd è di cambiare cavallo: “Dateci un nome vostro, anche di partito, e noi lo sosterremo”. Allora la leader dem ha chiamato l’ex ministro della Salute: “Tu saresti perfetto”. Ma Speranza ha declinato, nonostante sia stato testato nei sondaggi come l’uomo giusto per battere il forzista uscente Vito Bardi. Il pressing è ancora in corso, ma se non dovesse riuscire, verrà giocata la carta di un sindaco del posto, giovane e agguerrito. “Ce ne sono diversi a cui potremmo chiedere, non hanno la stessa forza di Speranza o Chiorazzo, ma se ci presentiamo tutti uniti con il centrodestra ce la giochiamo”, ragionano al Nazareno.

I nodi del Piemonte

Tutt’altra storia in Piemonte. Dove a pesare è la situazione di Torino, città che nell’economia del voto regionale conta tantissimo. Un po’ come Cagliari per la Sardegna. Nel capoluogo le acredini fra Appendino e Lo Russo, accumulate negli anni della giunta grillina col Pd all’opposizione, stanno impedendo ogni possibile ricucitura. “Più volte ci siamo visti e altrettante ci siamo fermati per evitare che tutto saltasse”, rivela amaro uno dei negoziatori dem: “Sia Conte, sia Paola Taverna con intelligenza hanno preferito non esasperare un conflitto che viene dal basso, ma il problema adesso è che fatichiamo a tenere i nostri, stufi di inseguire un M5S in perenne fuga”.

Anche se ormai l’hanno capito pure da queste parti: ricomporre l’asse giallorosso è il minimo sindacale se si vuol competere contro un candidato forte come Alberto Cirio. Il quale è grande amico del segretario regionale di Azione (fuoriuscito da Forza Italia) che non a caso spinge per far restare Calenda fuori dall’alleanza a sinistra. Come minaccia di fare pure Italia viva. Una baraonda che ha finito per bruciare ogni possibile candidato, esterno e interno ai partiti: dall’ex rettore Guido Saracco alla piddina Chiara Gribaudo. “Ma prima di romperci la testa sui nomi, bisogna chiudere un accordo politico con il M5S e poi allargarlo a un pezzo centrista, altrimenti non si arriva più”.

La speranza dell’Umbria

In Umbria si vota a ottobre, ma i pourparler sono già cominciati. Due i motivi di ottimismo: in questa regione le intese giallorosse sono partite prima che altrove (vedi Perugia) e quindi vengono in qualche modo considerate naturali. Il secondo riguarda il centrodestra e la possibilità che faccia il bis della rissa sarda: pare infatti che Giorgia Meloni non voglia ricandidare Donatella Tesei, la governatrice uscente di rito leghista, ma piazzare uno suo, con grande irritazione di Salvini.

Ragionamenti che stanno coagulando a sinistra un campo piuttosto ampio: finora hanno detto sì Pd, 5S, Avs, Demos, ma presto potrebbe arrivare anche Azione sulla spinta dell’accordo già siglato nel capoluogo per le amministrative. Quanto ai candidati, in Umbria vale lo stesso discorso che si sta facendo in Basilicata: c’è una rete di sindaci che può essere messa in campo, sia civici puri, sia di partito. Ma ce n’è una che più di altri potrebbe piacere a tutta la coalizione: Stefania Proietti, prima cittadina di Assisi amatissima dal M5S ma pure dai Dem.

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