I leader socialisti a Roma aprono la campagna europea. Al centro lavoro, clima, diritti
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO — La notizia della violenza dei manganelli di Pisa è planata nei giorni scorsi nell’emiciclo del Parlamento europeo, la discussione è stata un “fuori sacco”, ma accesa. E i socialisti europei che si daranno appuntamento oggi e domani a Roma, nella tana del lupo, nella capitale di un Paese finito nelle mani di una “postfascista”, come Giorgia Meloni continua a essere definita dalle Alpi in su, tenteranno di tirare una linea molto netta a destra - anzitutto in direzione Fratelli d’Italia.
Nel “manifesto” che verrà discusso al congresso del Pse la sinistra tenterà di recuperare i temi d’elezione di una volta: la casa, i diritti dei lavoratori, il contrasto al caro energia e la lotta ai cambiamenti climatici. E il programma potrebbe avere un’impronta “renana”, grazie alla suggestione di adottare ovunque la cogestione, la partecipazione dei sindacati nei vertici delle aziende, ma anche quella di un salario minimo per i pochi Paesi che ancora non l’hanno adottato, l’Italia anzitutto…
BERLINO — La notizia della violenza dei manganelli di Pisa è planata nei giorni scorsi nell’emiciclo del Parlamento europeo, la discussione è stata un “fuori sacco”, ma accesa. E i socialisti europei che si daranno appuntamento oggi e domani a Roma, nella tana del lupo, nella capitale di un Paese finito nelle mani di una “postfascista”, come Giorgia Meloni continua a essere definita dalle Alpi in su, tenteranno di tirare una linea molto netta a destra - anzitutto in direzione Fratelli d’Italia.
Nel “manifesto” che verrà discusso al congresso del Pse la sinistra tenterà di recuperare i temi d’elezione di una volta: la casa, i diritti dei lavoratori, il contrasto al caro energia e la lotta ai cambiamenti climatici. E il programma potrebbe avere un’impronta “renana”, grazie alla suggestione di adottare ovunque la cogestione, la partecipazione dei sindacati nei vertici delle aziende, ma anche quella di un salario minimo per i pochi Paesi che ancora non l’hanno adottato, l’Italia anzitutto.
Un tema che il Pse vorrebbe evitare, ma che si imporrà nella campagna elettorale, è quello dei migranti. E per vari motivi. Perché l’Europa sta per adottare la sospirata riforma dell’asilo; perché sarà il tema d’elezione delle destre, ma soprattutto perché la sinistra continua ad andare in ordine sparso su questo argomento cruciale. Talmente in ordine sparso che per qualcuno “c’è del marcio in Danimarca”. Una delle star della giornata sarà la premier danese Mette Frederiksen, una che ha battuto la destra sul suo stesso terreno, adottando una linea dura sull’immigrazione. Ha blindato le frontiere, costretto migranti a trasferirsi dai quartieri difficili, ed è stato la prima ad annunciare che avrebbe rispedito i siriani in patria.
Nell’amletico dilemma di come ridefinire una politica migratoria, gli altri partiti socialdemocratici preferiscono far finta di niente: la Spd tedesca respinge ad esempio il “modello danese”, ma anche Berlino ha adottato delle misure che rappresentano un giro di vite notevole. Frederiksen è uno spettro che si aggira per l’Europa “rossa”, e in una recente intervista al Financial Times ha rotto un altro tabù: l’Europa naive dovrebbe tagliare la spesa sociale e aumentare quella per la difesa. La sfida, per il Pse, sarà frenare l’emorragia di voti. Le ultime proiezioni danno i socialisti in caduta dai 154 seggi attuali a 140: resterebbero il secondo maggiore partito in Europa, ma a fronte di un Parlamento in cui l’estrema destra dei conservatori e degli identitari potrebbero guadagnarne 36. Una delle peggiori débâcle potrebbe toccare al Paese più importante, la Germania, dove Olaf Scholz sconta sondaggi terrificanti: è il più impopolare cancelliere della storia e la Spd è crollata al 13%. La litigiosità della sua maggioranza semaforo e i suoi tentennamenti stanno irrobustendo le voci su una staffetta dopo le elezioni europee, con il popolare Boris Pistorius che potrebbe prendere il suo posto. Ma sul piano europeo, Scholz continua a battersi in modo ambivalente sull’Ucraina - altro tema centrale e ineludibile, per i socialisti, afflitti qua e là da una certa ambivalenza verso Kiev.
È prematuro, infine, parlare di alleanze post-voto europeo. Ma c’è molta irritazione tra i socialisti per il “flirt” dei Popolari con Meloni. A sinistra la premier italiana è considerata un Giano bifronte: una che ha irretito Ursula von der Leyen e il leader del Ppe Manfred Weber ma continua a costruire un polo “nero” con il francese Zemmour e il paria dei premier europei, l’ungherese Orbán, che potrebbero entrambi aggiungersi ai Conservatori. E le sirene della destra - altro motivo di malumore nel Pse - hanno già indotto von der Leyen a una tale torsione a destra che il Green Deal è stato annacquato e rischia di affogare del tutto. Ma “è presto” ragiona una fonte della Spd, per ragionare già oggi sull’ipotesi che il Pse possa persino sfilarsi se von der Leyen verrà eletta anche con i voti di Meloni. Del resto, i numeri sono numeri. E quelli sono nettamente sfavorevoli, per i socialisti e i popolari, abituati da decenni a governare quasi sempre, a Bruxelles e Strasburgo.