Mattarella sui poteri del Colle: “Firmare leggi non significa condividerle”. E difende la libertà di stampa
di Tommaso CiriacoROMA — Si rivolge ad una platea di giornalisti. E non è un caso, perché per il Quirinale l’informazione è presidio imprescindibile, contropotere che bilancia ogni tentativo di contrazione o compressione degli spazi del dibattito pubblico. «La libertà di stampa — scandisce Sergio Mattarella davanti ai vertici della Casagit — è fondamentale per la nostra democrazia, come per qualunque democrazia, e vede nella nostra Costituzione una tutela netta, chiara, indiscutibile, a fronte della quale vi è una assunzione di responsabilità da parte dei giornalisti: la lealtà, l’indipendenza dell’informazione, la libertà di critica, nel rispetto della personalità altrui, il rispetto dei fatti». Sono concetti che pesano, tanto più perché consegnati ad una categoria che si fa sentire perché preoccupata dalla “legge bavaglio”. Sul punto, il Capo dello Stato non si esprime. Ma chiarisce il suo approccio nel passaggio successivo. «Il Presidente della Repubblica non firma le leggi, ne firma la promulgazion…
ROMA — Si rivolge ad una platea di giornalisti. E non è un caso, perché per il Quirinale l’informazione è presidio imprescindibile, contropotere che bilancia ogni tentativo di contrazione o compressione degli spazi del dibattito pubblico. «La libertà di stampa — scandisce Sergio Mattarella davanti ai vertici della Casagit — è fondamentale per la nostra democrazia, come per qualunque democrazia, e vede nella nostra Costituzione una tutela netta, chiara, indiscutibile, a fronte della quale vi è una assunzione di responsabilità da parte dei giornalisti: la lealtà, l’indipendenza dell’informazione, la libertà di critica, nel rispetto della personalità altrui, il rispetto dei fatti». Sono concetti che pesano, tanto più perché consegnati ad una categoria che si fa sentire perché preoccupata dalla “legge bavaglio”. Sul punto, il Capo dello Stato non si esprime. Ma chiarisce il suo approccio nel passaggio successivo. «Il Presidente della Repubblica non firma le leggi, ne firma la promulgazione, che è una cosa ben diversa». Significa che permetterne la pubblicazione in Gazzetta ufficiale non significa avallarne il contenuto. Che il compito del Capo dello Stato si limita a vagliare l’eventualità che una norma sia manifestamente incostituzionale. Ma vuol dire pure che gli appelli a bloccare una legge — ne sono arrivati diversi, anche dai cronisti per la nuova norma sulla pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare — non sono rivolte all’interlocutore giusto. Perché non è più in vigore lo Statuto Albertino e «il Presidente non è un sovrano, fortunatamente, e quindi non ha questo potere». Perché «quando promulga una legge, non la fa propria, non la condivide, fa semplicemente il suo dovere».
Pesa il contesto, ovviamente. Innanzitutto, Mattarella parla nel giorno in cui — questo è un caso, ma da rilevare — la premier Giorgia Meloni se la prende con la stampa per l’inchiesta di Perugia sui dossieraggi. Ma è la cronaca a raccontare da mesi dei numerosi attacchi del governo alle testate critiche. E poi l’ultima settimana, spesa da Palazzo Chigi a contestare il Quirinale per la presa di posizione sui manganelli di Pisa e Firenze, a cui ha fatto seguito la retromarcia di Meloni. In questo clima arriva l’intervento del Colle.
Il punto politicamente più rilevante è proprio quello dedicato ai suoi poteri. Da mesi, Mattarella si sente strattonato. Sono in molti a chiedergli di non firmare leggi controverse, oppure a sostenere che la sua firma equivalga a una “benedizione”. Due approcci che respinge. Promulgare la legge sui rave party non significava condividerne l’impianto. A volte si è fatto sentire in via preventiva, come sugli ambulanti, altre ha valutato la costituzionalità e garantito un doveroso semaforo verde.
Non lo dirà mai ufficialmente, ma esistono alcuni casi di scuola, anche recenti. Da Matteo Salvini a Roberto Calderoli, diversi ministri hanno spacciato pubblicamente quella firma come consenso. Ma c’è di più. Il Presidente parla ai giornalisti dopo aver promulgato la legge che istituisce la commissione d’inchiesta sul Covid. Anche questa circostanza è a suo modo emblematica. In un primo momento, infatti, Mattarella ha chiesto di riformulare la missione della bicamerale, pensata dalla destra come un’indagine sulla costituzionalità dei dpcm approvati durante la pandemia: non è un compito che possono attribuirsi le Camere. Il monito che gli è costato critiche aspre dai giornali vicini all’esecutivo. Adesso ha assicurato il via libera, ma chiede di non tradurlo in un automatico sostegno all’iniziativa. Lui, il Presidente, si limita a valutare l’aderenza alla Costituzione. E «sarebbe grave» se uno degli organi costituzionali — Quirinale compreso — «pretendesse di attribuirsi compiti che la Carta assegna ad altri poteri dello Stato». Non è un capriccio formale, è l’essenza della Carta. Ed è anche la ragione per cui da qualche tempo sul sito del Colle la formula per comunicare il semaforo verde a una legge non è più «il Presidente ha firmato», bensì «ha promulgato». Dietro a tutto c’è la volontà di preservare il «disegno armonico» dei costituenti. Quello su cui, dettaglio non irrilevante, l’esecutivo vuole mettere mano con il premierato.
Anche stavolta, le parole del Colle non sono state gradite a Palazzo Chigi, perché arrivano a pochi giorni dalle elezioni in Abruzzo. Vale per Meloni e pure per Salvini. «Le parole del Presidente? Quelle di oggi non le ho lette e non le commento — risponde il leghista — E quelle su Pisa? Le ho lette e non le commento...».