Premierato, Meloni ordina di accelerare e la maggioranza blinda il ddl. Affossati tutti gli emendamenti delle opposizioni
di Giovanna VitaleIn modalità schiacciasassi, la maggioranza blinda il testo sul premierato e boccia tutte le proposte di modifica avanzate dalle opposizioni tranne una di Italia Viva: per eleggere il capo dello Stato è richiesta la maggioranza assoluta dopo sei scrutini anziché tre com’è adesso. Alla faccia del confronto ovunque auspicato per arrivare, in sede di discussione parlamentare, a una riforma il più possibile condivisa.
No al dialogo
Nel primo giorno di esame degli emendamenti in commissione Affari costituzionali del Senato, il gioco di sponda fra il governo (che sforna pareri negativi a raffica) e il relatore Alberto Balboni (che è anche il presidente meloniano della Commissione) finisce per triturare qualsiasi ritocco suggerito dalle forze di minoranza.
Eppure, “quando abbiamo cominciato i lavori”, spiega Andrea Giorgis, capogruppo del Pd in Affari costituzionali, “non eravamo partiti con l’idea di fare ostruzionismo, bensì di provare a capire se l’atteggiamento di arroganza istituzionale …
In modalità schiacciasassi, la maggioranza blinda il testo sul premierato e boccia tutte le proposte di modifica avanzate dalle opposizioni tranne una di Italia Viva: per eleggere il capo dello Stato è richiesta la maggioranza assoluta dopo sei scrutini anziché tre com’è adesso. Alla faccia del confronto ovunque auspicato per arrivare, in sede di discussione parlamentare, a una riforma il più possibile condivisa.
No al dialogo
Nel primo giorno di esame degli emendamenti in commissione Affari costituzionali del Senato, il gioco di sponda fra il governo (che sforna pareri negativi a raffica) e il relatore Alberto Balboni (che è anche il presidente meloniano della Commissione) finisce per triturare qualsiasi ritocco suggerito dalle forze di minoranza.
Eppure, “quando abbiamo cominciato i lavori”, spiega Andrea Giorgis, capogruppo del Pd in Affari costituzionali, “non eravamo partiti con l’idea di fare ostruzionismo, bensì di provare a capire se l’atteggiamento di arroganza istituzionale mostrato sin qui dal centrodestra fosse proseguito: ebbene, abbiamo toccato con mano che loro non hanno alcuna intenzione di dialogare con noi. Una postura inaccettabile se si considera qual è la posta in palio: l’equilibrio fra i poteri dello Stato, stravolto dal ddl Casellati”. Anche a dispetto di chi, persino nella coalizione di governo, invita ad adottare uno spirito bipartisan: come Marcello Pera, ex presidente del Senato eletto fra le fila di Fratelli d’Italia.
L’accelerazione di Palazzo Chigi
Ma l’ordine arrivato dall’inquilina di Palazzo Chigi è chiaro e la truppa parlamentare si muove di conserva: nonostante le migliaia di emendamenti depositati dal centrosinistra, nel giro di tre settimane il testo partorito dall’esecutivo deve superare indenne questo primo step, approdare in Assemblea a fine mese o al massimo a inizio Aprile per essere approvato entro le Europee. È la bandierina che Giorgia Meloni pretende di piantare, per poterla sventolare in campagna elettorale, dopo aver consentito a Matteo Salvini di fare la medesima cosa con l’Autonomia differenziata. È lo stesso Balboni a non farne mistero: "Il premierato in Aula prima di Pasqua? Non è una cosa che compete a me decidere, ma certo i lavori stanno procedendo bene, poi dipenderà eventualmente dai capigruppo e dall'ufficio di presidenza". Quindi, di fatto, sempre dalla maggioranza.
Correttivi rispediti al mittente
Al centro della discussione, l’art.1 del disegno di legge che sottrarre al Presidente della Repubblica la prerogativa di nominare i senatori a vita. In barba a chi dice, in testa la premier, che restano comunque inalterati. I partiti di opposizione hanno tentato di introdurre dei correttivi per arginare lo strapotere del premier e tutelare le minoranze, tutti però respinti al mittente: sia l’aumento del quorum per eleggere il capo dello Stato e i presidenti delle due Camere (evitando che sia la maggioranza, da sola, a decidere sulle più alte cariche), sia la possibilità di ricorrere alla Consulta da parte di un terzo dei parlamentari, come pure la limitazione della decretazione d’urgenza, sono stati impallinati dalla maggioranza. La prova che “la destra è sorda a questa esigenza di riequilibrare i poteri, fondamentale in una democrazia”, tuona la dem Valeria Valente. “Il filo rosso che unisce Premierato e Autonomia differenziata è infatti un attacco agli equilibri istituzionali in nome degli interessi elettorali di parte, da un lato la Lega, dall'altro FdI. Quel che registriamo è infatti un attacco frontale, oltre che al ruolo del Presidente della Repubblica, anche alla capacità di rappresentanza del Parlamento, organo pilastro nella nostra Costituzione che viene invece ora svilito dalle riforme del governo".
Il botta e risposta
"Paradossale che le opposizioni si lamentino di un mancato confronto quando si è discusso solo di emendamenti ostruzionistici", fa subito trapelare fastidio la ministra Elisabetta Casellati. Per l’esecutivo la linea non cambia: sull’elezione diretta si va dritti, senza por tempo in mezzo. “Ad oggi non ho visto un dialogo reciproco, nel senso che 2.600 emendamenti la dicono lunga sul cosiddetto dialogo”, attacca la titolare delle Riforme: “Penso che una volontà di arrivare a una definizione condivisa avrebbe dovuto portare a una proposta alternativa sulla quale poter discutere, ad oggi non è stato così". Replica a brutto muso il capogruppo del Pd Francesco Boccia: "Non c'è nulla di ostruzionistico nel nostro atteggiamento e negli emendamenti presentati dalle opposizioni, l’obiettivo è solo difendere l’architettura istituzionale e democratica del Paese e soprattutto tutelare le prerogative del capo dello Stato. E come opposizione troviamo molto grave che non ci sia stato nessun esponente del centrodestra che sia intervenuto non dico a contestare il disegno della maggioranza, ma almeno a difendere le funzioni del Presidente della Repubblica. Noi non facciamo ostruzionismo ma legittimamente ci opponiamo ad un disegno che vuole scardinare i nostri equilibri istituzionali. La destra invece tace perché deve obbedire al diktat di Giorgia Meloni: approvare il premierato il prima possibile". Perciò, da adesso in poi, sarà battaglia senza quartiere. Perché, conclude il capogruppo di Avs Peppe De Cristofaro, “se il dibattito non c'è, sarà poi invitabile fare altre scelte". Non solo in Parlamento. Da fuori Maurizio Landini annuncia infatti il sostegno suo e di tutta la Cgil al referendum per dire no al premierato.